Il ritorno di Malala Yousafzai

Sono passati quasi sei anni da quando Malala Yousafzai ha lasciato il Pakistan non sapendo se sarebbe mai potuta ritornare.

Alla fine dello scorso marzo Malala e la sua famiglia sono tornati nel loro paese di origine per la prima volta dopo l’attacco subito nel 2012. Un sicario talebano dopo essere salito sullo scuolabus che la doveva riportare a casa dopo una normale giornata di studio, chiese ’Chi è Malala?’ e le sparò tre colpi di pistola in testa ferendo anche altre due studentesse. Malala è sopravvissuta all’attentato ed è potuta tornare a visitare la città dove per quattordici anni aveva vissuto insieme alla propria famiglia, Minorga, nella valle dello Swat: “il posto più bello al mondo per me” dice Malala in un suo tweet.

Malala ha vent’anni adesso, ma ne aveva quattordici quando i Talebani attentarono alla sua vita ed era ancora più giovane, poco più che undicenne, quando iniziò a denunciare la condizione delle giovani studentesse pakistane. La storia pubblica di questa ragazza inizia infatti nel 2009 quando, sotto pseudonimo, scrive un diario per la BBC Urdu (poi ripreso dalla versione inglese della stessa testata) in cui descrive la vita, le difficoltà e le minacce che le studentesse pakistane devono affrontare, specialmente in quella regione del paese. Qui i Talebani al potere hanno dato il divieto per le giovani ragazze di frequentare la scuola e di essere quindi istruite, imponendo le regole di una Shari’a severissima.

Il diario-denuncia scritto dalla ragazza riceve fin da subito molte attenzioni in tutto il Pakistan e arriva a smuovere un sentimento di ribellione nella popolazione della valle dello Swat. Ed è proprio questa grande eco delle parole di una ragazza all’ora undicenne che viene visto come una vera e propria minaccia al potere talebano. Il portavoce dei Talebani che rivendicò l’attentato affermò che nonostante fosse molto giovane, Malala era un pericolo che andava eliminato perché proponeva l’Occidente e i suoi ideali come un modello, andando così contro l’idea che loro avevano della legge islamica.

Ancora oggi si può leggere il diario che Malala teneva per la BBC sotto falso nome e si ritrova la testimonianza di come le ragazze si rendessero conto dell’ingiustizia di cui erano vittime e di come molte famiglie erano disposte ad andare a vivere in un’altra regione del paese pur di salvaguardare l’educazione delle figlie.

Si capisce allora perché è così importante che Malala abbia fatto ritorno in Pakistan – anche solo per qualche giorno. Malala è un simbolo per il suo paese, e non solo, e così come le sue prime parole di denuncia, anche l’attentato che l’aveva colpita. Ancora adesso il suo impegno e la sua figura sono stati e sono fondamentali perché hanno il potere di smuovere le coscienze dei suoi connazionali ed essere fonte di ispirazione e forza per tutte le ragazze che ancora vivono in Pakistan.

Tuttavia, nonostante la figura di questa ragazza e i suoi principi siano stati riconosciuti internazionalmente, nel suo paese il suo ritorno ha scatenato le polemiche dei fondamentalisti islamici che la additano sempre come uno “strumento dell’Occidente”, pericoloso quindi per il paese. Molto meno pericolosi invece devono essere stati considerati gli assalitori materiali della ragazza che sono stati da poco scarcerati sebbene fossero stati condannati all’ergastolo.

Nonostante le polemiche e le preoccupazioni, soprattutto il ritorno nella città natale di Minorga è stato particolarmente emozionante per Malala e la sua famiglia che sono stati accolti con entusiasmo e con un particolare benvenuto da parte di molte studentesse di tutte le età che le hanno chiesto di non mollare la sua battaglia ma anzi di combattere al loro fianco per assicurare l’educazione a tutte le ragazze pakistane e non solo.

Subito dopo l’attentato Malala era stata prima trasportata in un ospedale militare a Peshawar, dove aveva ricevuto le cure primarie per sopravvivere e, in seguito, un ospedale di Birmingham si era offerto di fornirle tutte le cure necessarie per la riabilitazione.

Quindi la ragazza aveva lasciato il suo paese, come lei stessa ha detto “ad occhi chiusi” Infatti è solo nel marzo 2013 che Malala torna sui banchi di scuola, questa volta nella città inglese che l’ha accolta dopo l’attentato e dove finisce le scuole secondarie. Ad oggi è una studentessa del programma di Politica, Filosofia ed Economia ad Oxford e lei stessa si dichiara alle prese con le scadenze degli esami come tutti gli altri studenti.

In realtà dal giorno dell’attentato ad oggi molte cose sono successe: nel 2013 insieme a suo padre Malala ha fatto nascere una fondazione, la Malala Fund, che persegue lo specifico scopo di favorire l’educazione delle giovani ragazze in tutto il mondo operando soprattutto in Pakistan, Afghanistan, India, Nigeria e nei paesi che accolgono rifugiati siriani come Giordania, Libano e Turchia, tutto grazie ad una rete di attivisti coinvolti nei sistemi di educazione.

Nel 2014 riceve il Premio Nobel per la pace ed è la più giovane ad aver mai ricevuto questo premio, per citare solo la più importante occasione in cui il mondo ha conosciuto il valore di Malala.

A chi le chiede del suo futuro Malala risponde che continuerà a curare la propria istruzione per essere in grado un giorno di essere ancora più incisiva nella politica del suo paese, per il momento la sua vita continua tra lo studio e gli impegni della fondazione che si impegna nel costruire scuole per rifugiati e sostenere il diritto all’educazione delle giovani ragazze con la convinzione che:

Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”.

Carolina Frati – Cosa Vostra

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