Perù. I popoli indigeni contro le compagnie petrolifere

Nell’agosto del 2017, secondo alcune cifre ufficiali, sono stati prodotti in Perù barili di petrolio per un totale di 14 milioni di dollari, mentre lo stesso Stato si direbbe privo delle risorse per finanziare un adeguato risanamento ambientale.

A mancare sono gli impianti di potabilizzazione per tutte le comunità che soffrono l’inquinamento del fiume su cui vivono, contaminazione causata da Pluspetrol, impresa petrolifera che opera nei lotti 192 e 8 a partire dal 2000 e dalla precedente impresa Occidental Petroleum Corporation (Oxy).

Mancano le risorse per scuole e posti medici, i quali si possono trovare anche a tre ore di distanza dalle comunità. A settembre del 2017, nella regione di Loreto – nel nord-est del Perù – è stato pubblicato un pronunciamento con l’elenco delle ragioni per cui sedici comunità che si trovano all’interno del lotto petrolifero 192 della regione, le associazioni che le rappresentano e l’associazione portavoce della comunità dell’attiguo lotto 8 considerano giusta e necessaria la convocazione di una nuova Consulta.

Ragioni, queste, condivise e sostenute da congressisti, da Amnesty International e altre ONG, da specialisti dell’ONU e organizzazioni indigene di livello nazionale.

La mobilitazione pacifica di protesta delle comunità Achuar, Quechua e Kichwa prosegue ormai da mesi in Perù: si cerca il dialogo con lo Stato per il riconoscimento del diritto alla Consultazione Preventiva e alla crisi generata nei terrori di queste popolazioni, fortemente indebolite dall’attività politica della zona che va avanti ormai da oltre 45 anni.

Tuttavia, gli ultimi aggiornamenti parlano di un passo avanti nel rapporto Stato associazioni, grazie ad un documento che porta la firma dei vice-ministri, il cui impegno sembra quello di far rispettare la legge che riguarda l’azione consultiva.

Francesca Maetzke, studentessa di antropologia e collaboratrice con una Ong locale ci racconta la situazione attuale in Perù.

Come sei arrivata a conoscere queste realtà?

Alla fine della triennale di antropologia culturale ho frequentato un corso di cooperazione internazionale con l’ONG FOCSIV a Roma, durante il quale ho chiesto di poter fare la pratica di studio prevista al CAAAP, Centro de Antropologia y Aplicación Practica de la Amazonía Peruviana di Iquitos. Il CAAAP è una ONG che lavora in Perú a livello nazionale: interviene nella regione di Loreto occupandosi di sviluppo del territorio, diritti umani, cambiamento climatico, con comunità native della regione e organizzazioni indigene locali.

Il mio obiettivo era sviluppare una ricerca di tesi sulle tradizioni locali in trasformazione a causa della globalizzazione, che fosse anche un documento utile alla federazione del popolo Kukama.

Così ho potuto partecipare alla realtà locale e grazie alla fiducia e all’appoggio della federazione ho visitato 17 comunità lungo il fiume Marañón e Samiria, intervistato più di 40 persone e raccolto 46 questionari. Soprattutto, ho imparato ad ascoltare la selva e il suono dei miti e delle tradizioni. Un ambiente unico minacciato dalla contaminazione petrolifera.

Qual è stato l’ultimo episodio che ancora una volta ha costretto le popolazioni indigene a porsi in prima linea per difendere i propri diritti?

Di episodi recenti che hanno portato la gente delle comunità a lottare ce ne sono moltissimi, questa realtà di subordinazione degli interessi ambientali e indigeni a quelli economici riguarda l’intera Amazzonia, tutti i nove paesi del bacino sono coinvolti perché la maggior parte dei governi locali segue la strada neo-liberale, dettata dalla Banca Mondiale, che prevede crescita e sviluppo legati a investimenti nel settore estrattivo.

La protesta dei popoli Achuar, Quechua, Kichwa, Urarinas, attraverso le loro federazioni e i Kukama al loro fianco è nata dall’ennesimo rifiuto dello Stato di programmare un procedimento di Consulta Previa, un diritto acquisito dai popoli – grazie al Convegno 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, riconosciuto nel Perù nel 1995 e divenuto legge nel 2011 – il quale prevede che ci sia un percorso di dialogo con i popoli che risiedono nei territori che lo Stato cede alle compagnie estrattive nel quale vengano ascoltate le condizioni richieste dai cittadini delle comunità indigene.

Attualmente il lotto in questione (lotto 192) è in mano all’impresa Pacific Stratus Energy per un servizio temporaneo di due anni ma per il nuovo contratto che dovrà durare 30 anni, a partire da quello in corso, Pluspetrol e Frontera Energy hanno ottenuto una loro qualificazione congiunta da Perúpetro.

Dal momento che ancora non esiste un Piano di Abbandono – la pianificazione di un sistema di misure che la compagnia che ha sfruttato una zona deve adottare per poter abbandonare l’area, riportare l’area al suo stato naturale – approvato per il lotto 192, appare lecita la preoccupazione delle associazioni indigene. Queste, infatti, vorrebbero la garanzia di una consulta previa che permetta dialogare sulle condizioni ambientali e sociali del nuovo contratto di licitazione.

Quali azioni e con quali strumenti fino ad ora le popolazioni hanno cercato di far sentire la propria voce?

Le comunità delle cuatro cuencas sono impegnate in un cammino continuo di lotta da più di dieci anni. La nascita delle federazioni ha potuto dare una voce sola e forte ai popoli che le compongono e che sono solo una piccola parte di quelli che si trovano in Amazzonia. Di organizzazioni ne sono nate moltissime, a volte sede di casi di corruzione o mala gestione, ma oggi si assiste al fiorire di nuove federazioni.

Se inizialmente infatti la mediazione con le istituzioni avveniva grazie a ONG locali e internazionali, oggi sempre più federazioni si muovono in modo autonomo senza nessuna risorsa esterna, con la sola assistenza di professionisti spesso pagati con le proprie risorse; l’obiettivo è lavorare attraverso partecipazione, unione e formazione.

Purtroppo, molte popolazioni che ancora non si sono unite per affrontare insieme la difficoltà vivono una situazione di mancanza totale di tutela, di abuso e sopruso, dove le imprese che intendono entrare nel territorio semplicemente lo fanno, a ogni costo.

Quali sono a oggi i più importanti obiettivi raggiunti dalle federazioni?

Si può dire che il primo grande successo delle federazioni sia l’Acta Dorissa firmato nel 2006 dalla federazione FECONACO, dallo Stato e da Pluspetrol, dove per la prima volta la compagnia si impegna a ripagare i danni ambientali causati nei lotti 1AB e 8.

Per raggiungere l’obiettivo non è stato sufficiente un lungo dialogo ma si è arrivati all’occupazione delle installazioni di Pluspetrol nel Corrientes. Solo allora, che ad essere minacciati erano i ricavi e non le persone, i meccanismi dello Stato hanno iniziato a muoversi. Con l’Acta Dorissa Pluspetrol si impegna nello specifico a rimediare i danni ambientali, smaltire le acque dette de producción e investire per migliorare il sistema di assistenza medica.

Sono il diritto alla Consultazione preventiva e l’obbligo del Piano di Abbandono per le imprese che sfruttano i territori i due strumenti fondamentali per continuare a difendere popoli e ambiente.

In che modo proseguiranno le azioni delle federazioni? Si intravede la possibilità di un accordo?

In Perù le federazioni sono in mobilitazione permanente. Non hanno intenzione di lasciarsi sopraffare ancora dai meccanismi contorti delle leggi e dalle risposte dei ministri che non si impegnano nella difesa del cittadino, quello indigeno.

Continueranno ad occupare stazioni petrolifere e bloccare i guadagni finché non si raggiunga un accordo necessario, a meno che i poteri forti non ricorrano ancora a intimidazioni, armi e morti. L’incontro, il dialogo e il riconoscimento dei diritti è auspicabile, anche perché qualunque altro esito potremmo rimpiangerlo.

Per quanto riguarda l’accordo è già stato decretato da tempo: sarebbe quello descritto dalla legge. Il problema è lo scarto fra legge e giustizia, che porta al mancato compimento del compromesso e il fatto che la legge sia fluida e subisca gli attacchi di nuove leggi, interpretazioni tendenziose, interessi economici.

Riconoscere effettivamente il diritto alla Consulta previa, il diritto inalienabile di proprietà sulla terra che i popoli occupano tradizionalmente, il diritto a una giurisdizione speciale autonoma, alla conservazione dei costumi, ai mezzi di formazione professionali, a servizi sanitari e al riconoscimento della medicina tradizionale, all’educazione per lo sviluppo di un’identità culturale propria, questa sì sarebbe una buona base di partenza, un buon risultato.

Carolina Frati – Cosa Vostra

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