Marocchinate. Lo stupro come arma di guerra

Gli stupri di guerra sono chiamati anche marocchinate dagli oltre 800 marocchini, che sbarcati nel luglio del 1943 nella Sicilia meridionale (vicino Licata) al comando di ufficiali francesi, iniziarono a sequestrare ragazze italiane, considerandole alla stregua di un bottino di guerra.

Ma gli stupri sono un fenomeno antico quanto la guerra stessa; perpetrati allo scopo di annichilire e sottomettere il popolo avversario.

Eppure gli stupri di guerra sono una di quelle pagine nella storia dell’umanità obliate, silenziate, occultate. In nome di valori vacui e fallaci quali un presunto “onore familiare” (quello stesso onore che ha portato tanti mariti a ripudiare le mogli violate), in nome di un patriarcato sotteso e sottaciuto che ha sempre visto nella violenza perpetrata sulle donne il contraltare della propria impotenza.

In nome di un misconoscimento profondo ed essenziale, che ha portato il Diritto Internazionale a condannare gli stupri sotto etichette generiche, come nell’articolo 46 della Convenzione dell’Aia del 29 luglio 1988: “l’onore e i diritti della famiglia, la vita degli individui e la proprietà privata, al pari delle convinzioni religiose e dell’esercizio dei culti, devono essere rispettati”.

Onore e diritti della famiglia: come se non significasse null’altro di più la dignità di una donna. Ancora alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Tribunale di Norimberga, incaricato di giudicare i crimini nazisti, ignorò deliberatamente gli stupri e le altre forme di violenza sessuale: tali crimini non erano contemplati nella Carta del tribunale internazionale.

Il primo tentativo reale di mettere al bando gli stupri di guerra si avrà soltanto nel 1949, con la Quarta Convenzione di Ginevra, attinente alla “protezione delle persone civili in tempo di guerra”, dove alcuni articoli riguardavano le donne. Nelle “Disposizioni generali”, all’articolo 3 stabiliva infatti che: “le persone che non partecipano direttamente alle ostilità, (…) saranno trattate, in ogni circostanza, con umanità, senza alcuna distinzione di carattere sfavorevole che si riferisca alla razza, al colore, alla religione o alla credenza, al sesso, alla nascita o al censo, o fondata su qualsiasi criterio analogo”. Ma è nell’articolo 27 che viene tematizzato specificamente lo stupro: “le donne saranno specialmente protette contro qualsiasi offesa al loro”.

L’8 giugno del 1977 verranno invece firmati, sempre a Ginevra, i due Protocolli aggiuntivi alle quattro Convenzioni, dove rinveniamo l’articolo 76 del primo Protocollo, che parla di “Protection of women”: la disposizione statuiva che le donne dovessero essere protette “specialmente contro la violenza carnale, la prostituzione e ogni altra forma di offesa al pudore”.

Tuttavia, malgrado i progressi giuridici, gli stessi atti disumanizzanti nei confronti delle donne si riproporranno in tutte le guerre contemporanee, come nei conflitti dell’ex Iugoslavia e del Rwanda, nei primi anni Novanta, dove lo stupro si configurò come essenziale arma da guerra.

Lo stupro venne usato, infatti, sistematicamente in Bosnia come arma di guerra sulle donne di religione mussulmana, arrivando all’istituzione di “rape camps”, dove le donne venivano imprigionate, ripetutamente violentate dai militari, e infine alcune addirittura costrette a portare avanti le gravidanze fino a quando l’aborto non fosse stato più possibile.

In Rwanda, nei circa 100 giorni di violenza, si registrarono dai 250.000 ai 500.000 casi di stupro nei confronti di donne “Tutsi” (l’etnia nemica), o di donne “Hutu”, che avevano sposato uomini Tutsi ed erano incinta di bambini considerati anch’essi Tutsi come i padri.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU reagì a questi delitti istituendo, all’Aia, il Tribunale Internazionale per i Crimini commessi nel territorio dell’ex Iugoslavia e, in Tanzania, ad Arusha; istituì quello per i crimini commessi in Rwanda. Il primo processo che porterà alla condanna di otto militari e di ufficiali della polizia serbo-bosniaca si avrà nel 1996. Gli impegni delineati verranno riproposti nel documento finale della XXIII sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (“Women 2000-Gender Equality, Development and Peace for the Twenty-first Century”).

Nel documento finale del World Summit 2005, si riaffermava la necessità, nei conflitti armati ma anche nelle condizioni post-belliche, di proteggere i civili, con particolare attenzione per le ragazze e le donne. Infine il 19 giugno 2008, i 15 membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, hanno rinnovato la condanna dello stupro come arma da guerra, sottolineando come: “la violenza sessuale è adoperata come tattica di guerra per umiliare, dominare, impaurire, disperdere e/o rimuovere forzatamente gli appartenenti a comunità e gruppi etnici”.

E nel comma 4 la condanna si fa ancora più esplicita: osserva infatti che lo stupro e le altre forme di violenza sessuale “possono rappresentare un crimine di guerra, un crimine contro l’umanità o comunque un atto che afferisce al genocidio”.

Processo lungo e difficile che non rende giustizia a tutte quelle donne profanate persino da alleati di guerra, senza distinzione alcuna di etnia o età; e che rappresenta soltanto il primo passo di un processo di ri-umanizzazione necessario.

Valentina Nicole Savino

Valentina Nicole Savino – Cosa Vostra

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