Le domande che non ho fatto a Can Dündar

Questo articolo vuole essere una testimonianza di tre giorni ordinari e straordinari, soprattutto per Can Dündar, al festival di Internazionale a Ferrara. Can Dündar è un giornalista, scrittore e documentarista turco. Lo vedo di persona per la prima volta la mattina del 29 settembre, venerdì, mentre viene premiato con il Premio Anna Politkovskaja al Cinema Apollo di Ferrara, conferitogli per il valore e il coraggio dimostrato dalle sue inchieste in Turchia.

Solo il giorno prima, giovedì 28 settembre, ha ricevuto due notizie: di essere candidato al Nobel per la Pace insieme al suo quotidiano Cumhuriyet e di essere oggetto di un nuovo mandato di cattura internazionale sotto richiesta della Turchia. Il mandato rappresenta l’ultima evoluzione di un più risalente conflitto di Dundar con Erdogan, conflitto che riassume l’opera di repressione che il Presidente turco ha messo in atto nei confronti della libertà di stampa e di espressione.

I problemi di Can Dündar con il governo turco cominciano nel 2013, durante i fatti di Gezi Park, quando Erdogan è ancora primo ministro. Le dure critiche di Dündar all’atteggiamento del governo e ai crimini perpetrati dalla polizia durante quei giorni causano la fine della sua collaborazione con il quotidiano Milliyet, per cui scriveva.

Il conflitto con il governo continua nel 2015 quando in qualità di direttore di Cumhuriyet pubblica le riprese che dimostrerebbero il coinvolgimento degli agenti del MIT (Millî İstihbarat Teşkilâtı, servizi segreti turchi) nella fornitura di armi ai combattenti islamici nella guerra in Siria. Erdogan è presidente, e minaccia di far “pagare un caro prezzo” a Dündar per quell’inchiesta: poco dopo infatti viene accusato di terrorismo e divulgazione di segreti di stato. Lui e il collega Erdem Gul vengono arrestati e rimarranno tre mesi nelle carceri di Silivri, per poi essere liberati il 26 febbraio 2016 a seguito di una decisione della Corte Costituzionale.

Il 6 maggio 2016, giorno in cui è pronunciata la sentenza per il giudizio di primo grado sopravvive ad un attentato fuori dall’aula del tribunale; rimasto illeso, entra in aula e viene condannato a cinque anni e dieci mesi per “rivelazione di segreti di stato”.

Dopo questi fatti fugge in Germania, a Berlino, in attesa del processo d’appello e lì fonda il portale di informazione turco-tedesco Ozguruz (Siamo Liberi). Nella sera di venerdì 29 settembre, il giorno della sua premiazione, camminando per Ferrara penso alle tante domande che vorrei fargli il giorno seguente, quando parteciperà nel cortile del Castello Estense all’incontro “Storie di frontiera e di esilio”.

Ogni domanda a cui penso mi sembra ovvia e maledico la mia incapacità di riuscire a trasporre su carta le mie sensazioni in modo coerente. Torno a casa di un’amica che mi ospita per il festival e passo quattro ore a guardare i documentari di Dündar. Il pomeriggio del giorno dopo, sabato 30 settembre, mi dirigo verso il cortile del castello dove, oltre a Can Dündar, interverranno Faraj Bayrakdar, poeta siriano rinchiuso per quattordici anni in carcere perché membro del partito comunista, Meron Estefanos, attivista eritrea che raccoglie le voci e le testimonianze dei migranti nel suo programma radiofonico, Oscar Martinez, giornalista salvadoregno che denuncia le tragiche storie dei migranti alla frontiera degli Stati Uniti e Guido Hendrikx, registra di Stranger in Paradise, film documentario sul rapporto contorto degli europei con i migranti.

Il cortile è gremito di persone. Qualcosa non va: Can Dundar non c’è. Al suo posto interviene Ismail Dogan, vignettista turco-belga, che esprime il suo rammarico nel dover prendere il posto di Dündar, simpatizzando fortemente con la sua situazione visto che anch’egli è stato costretto dalla repressione del regime di Erdogan a vivere lontano dalla Turchia. Anna Maria Giordano, giornalista che conduce l’incontro per Radio3Mondo, ci racconta che a cena con Can Dündar questi le aveva confidato della conversazione con il suo avvocato, che gli consigliava di lasciare l’Italia e di tornare in Germania, così da sottrarsi al mandato di cattura dell’Interpol.

Un mandato emesso dall’Interpol sotto richiesta di uno dei procuratori di Erdogan: un messaggio diretto del Presidente turco, ovvero di poter raggiungere i suoi oppositori anche in Europa. Lo confermano gli arresti di Dogan Akhanli, in Spagna, su richiesta di Ankara e prima ancora di Hamza Yalcin, entrambi giornalisti dissidenti e fuggiti in Europa a causa della persecuzione di Erdogan. Un uomo che dal presunto fallito colpo di stato nel luglio 2016 ha intensificato l’autoritarismo, confermando la linea antidemocratica del suo regime, le cui radici sono state impiantate da anni, fino ad avere il controllo totale del parlamento, della polizia, dell’esercito, della magistratura, dell’università, dei media.

Erdogan si è servito dell’ideale democratico e filo europeista finché gli è convenuto, per poi liberarsene una volta ottenuto sufficiente controllo, trasformando la Turchia in quello che fin dall’inizio era il suo vero obiettivo, una dittatura. E se c’è una cosa che i dittatori non possono sopportare è la potenza delle parole, della libertà e della incessante ricerca della verità che giornalisti come Dündar perseguono, e che li rende per Erdogan così pericolosi. Più di 150 giornalisti sono tutt’ora in carcere, tra cui colleghi dello stesso Dündar, che alla luce della candidatura per il Nobel per la Pace rappresenta ora più che mai il volto della resistenza dell’informazione libera e laica che Erdogan vuole estirpare.

Durante l’incontro viene trasmesso un messaggio che Can Dündar ha lasciato prima di andarsene, in cui fa appello all’Europa e all’Interpol affinché sostengano i giornalisti, gli scrittori e di opporsi alla Turchia, di non fare il gioco di Erdogan e guardare dall’altra parte nella lotta tra autoritarismo e democrazia. Al termine del messaggio viene passato un cellulare ad Anna Maria Giordano , che ci legge un SMS inviato da Dündar: 16:54, sabato 30 settembre: “Appena passato il confine Austria-Germania”. Can Dündar è salvo, per adesso.

Tiro un sospiro di sollievo, come credo tutti. E la mia mente ritorna al giorno prima, e penso a quanto profondamente diversa possa essere una stessa sera per due individui. Camminavo per Via Mazzini, sovrappensiero. Lo immagino uscire dalla porta di una casa, di un ristorante da qualche altra parte, pensando a come fuggire, a come tornare in Germania. E mai due vite mi sono sembrate più diverse. E mi piange il cuore per queste persone, perseguitate e che pure continuano a lottare con un coraggio che a volte non riesco neppure a figurarmi. E’ necessario continuare a credere nella Turchia e nel suo popolo, in quei cittadini che uniti aveva spaventato tanto Erdogan, ancora al tempo di Gezi Park. E’ lo stesso popolo che nel 2013 in Piazza Taksim cantava “Bella Ciao” in turco. Quello fu “baslangic”, solo l’inizio, di una storia che non è finita. Loro sono ancora lì. E non dobbiamo lasciarli soli.

Elisa Boni

Elisa Boni – Cosa Vostra

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