Industria tessile. Quando il diritto è carta mancante

Nel marzo 2015 lo Human rights Watch ha pubblicato un rapporto di 140 pagine in cui viene denunciata la mancanza di intervento del governo cambogiano nell’ambito dell’industria tessile.

Il documento ha l’obiettivo di mettere in risalto le sempre più presenti difficoltà in cui incorrono i lavoratori, i quali si ritrovano a essere sfruttati dal potere e mai tutelati dal diritto del lavoro. Ciò che emerge dal documento è che molte fabbriche hanno rilasciato contratti a breve termine e non riconosciuti dalla legge, così da controllare i lavoratori, intimidirli e renderli vulnerabili alle richieste degli industriali.

La storia è sempre la stessa: piccola fabbriche che producono illegalmente piccole parti di un prodotto finale poi assemblato da fabbriche più grandi. Sono lavoratori precari, senza diritti, i quali rischiano di essere licenziati senza alcuna possibilità di appellarsi a leggi che li proteggono.

Ad aggravare la situazione anche il comportamento dei marchi d’abbigliamento (tra questi Adidas, Armani, Gap, H&M, Joe Fresh e Marks and Spencer) che, nonostante siano bene al corrente delle condizioni di chi lavora le loro merci, non hanno ancora preso misure adeguate a questa situazione.

La realtà dell’industria tessile cambogiana è in stretto rapporto con l’economia del paese e la sussistenza delle donne, le quali costituiscono il 90% dei circa 700 mila lavoratori del settore, stando ai dati del ministero dell’industria e dell’artigianato.

Il governo cambogiano dovrebbe adottare misure rapide per invertire i suoi terribili trascorsi in fatto di diritto del lavoro e proteggere i lavoratori da abusi. Questi marchi globali d’abbigliamento sono ben conosciuti. Hanno moltissima influenza e possono, e dovrebbero, far di più per assicurare che i loro contratti con fabbriche tessili non contribuiscano ad abusi del diritto del lavoro”, afferma Aruna Kashyap, ricercatrice esperta sulle donne a Human Rights Watch.

Il rapporto è stato stilato sulla base di interviste fatte a 340 persone: tra questi, 270 lavorano in 73 fabbriche di Phnom Penh e nelle province circostanti. Grazie a queste conversazioni, lo Human Rights Watch è riuscito a scoprire che in un quarto degli impianti totali la ritorsione nei confronti dei lavoratori è all’ordine del giorno: licenziamenti, tagli agli stipendi, trasferimenti a scopo punitivo sono solo alcuni dei mezzi usati per sottomettere chi cerca di sopravvivere ogni giorno.

Il settore tessile non è nuovo a queste realtà: basti pensare a ciò che accade nel resto dll’Indocina o in India. Il crollo di Rana Plaza a Dacca, in Bangladesh, è solo una delle tante e silenziose tragedie che hanno luogo ogni giorno e che passano senza che nessuno ne faccia parola.

Considerato il più grave incidente mortale che sia mai avvenuto in una fabbrica tessile, il crollo di Rana Plaza – avvenuto alle 8 e 45 del 24 aprile 2013 – ha causato 1.138 vittime e 2.515 feriti, alcuni dei quali hanno riportato lesioni talmente gravi da essere rimasti paralizzati.

Da allora sono passati più di due anni e solo lo scorso giugno sono stati raggiunti risultati concreti: la Clean Clothes Campaign (CCC), infatti, è riuscita a raccogliere 30 milioni di dollari attraverso il Rana Plaza Donors Trust Fund.

Grazie a questo fondo, le famiglie delle vittime e dei feriti potranno essere risarcite: “Dopo più di due anni di campagna internazionale ininterrotta, le vittime del Rana Plana possono finalmente contare sul pieno risarcimento a loro dovuto secondo i calcoli effettuati dal Rana Plaza Trust Fund. Ciò non sarebbe stato possibile senza la pressione costante e crescente dei cittadini e dei consumatori che in tutta Europa non hanno mai smesso di chiedere giustizia per quei lavoratori. Avremmo voluto ottenere questo risultato molto prima, tuttavia l’assenza di regole vincolanti per le imprese che le obblighino a risarcire in lavoratori in casi come questi mette in luce la necessità di superare meccanismi di tipo volontario che possono funzionare solo in presenza di una forte pressione pubblica” ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti.

In seguito a questa tragedia, sono stati molti i gruppi di difesa che si sono dichiarati a fianco dei lavoratori.

Tra tutti lo Human Rights Watch, il quale ha da sempre cercato di far luce sui numerosi incidenti che hanno avuto luogo in Bangladesh nel corso dell’ultimo decennio. Inoltre, la Clean Clothes Campaign ha recentemente pubblicato una dichiarazione sull’ennesima tragedia che ha colpito il settore tessile, stavolta in Cina.

Il 5 luglio 2015, infatti, è crollata una fabbrica nella parte orientale del paese, ancora incerto il numero delle vittime. Poco sembra essere stato appreso dalle tragedie del passato. Tragedie, queste, che sono il risultato di un sistema basato sul guadagno, sull’idea che un capo da duecento euro valga più delle vite di coloro che lo realizzano.

Alessia Pacini – Cosa Vostra

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