Il rovescio della medaglia: la battaglia di Ankyra

Chi si opporrebbe alla ricerca di una cura per una malattia, benché rarissima? Chi riterrebbe che occuparsi di un simile problema potrebbe inibire gli studi condotti su patologie più diffuse? Nessuno che abbia un minimo di buon senso, a parere di Gaia Mignone, sociologa, criminologa e volontaria di Ankyra. Eppure, qualche volta, ad esempio durante la vendita di stelle di Natale presso un banchetto di beneficenza, Gaia ha dovuto rispondere a commenti sarcastici e ad accuse di misoginia. Il motivo? Il fatto che Ankyra è la prima associazione antiviolenza in Italia che si rivolge indiscriminatamente a uomini e a donne di qualsiasi orientamento sessuale. Perché, per molti, il fatto che la violenza di donne su uomini sia statisticamente meno incidente del contrario implica che essa non esista affatto o che possa essere ignorata.

Non la pensano così i volontari e i professionisti che collaborano con l’associazione Ankyra. Fin dal primo anno, essi hanno ricevuto più di cento telefonate e hanno seguito oltre trenta casi nel corso di dodici mesi. Nel 2017, in soli tre mesi sono state 10 le persone che hanno potuto effettuare un percorso di supporto psicologico e legale grazie all’associazione. Una tendenza destinata ad aumentare, anche grazie all’interesse di alcuni media e dei giovani laureandi che decidono di redigere una tesi sul controverso tema della violenza su individui di sesso maschile, offrendo un contributo sostanziale, secondo Gaia, al lento ma inesorabile riconoscimento sociale di questo problema.

Ankyra nasce del 2013 a Milano da un’idea di Patrizia Montalenti, messa in atto dopo la ricerca e lo studio di associazioni simili negli Stati Uniti e in Europa, e soprattutto dopo aver raggiunto la consapevolezza che in Italia non esisteva ancora alcuna iniziativa esplicitamente rivolta a entrambi i sessi. “Esistono molti centri per uomini che maltrattano le donne, nessuno per uomini maltrattati.” Un vuoto da colmare per fornire una risposta a un fenomeno che colpisce attualmente circa quattro milioni di cittadini di sesso maschile. Un numero sicuramente inferiore a quello delle vittime femminili di violenza, senza considerare che, per un oggettivo dato statistico legato a considerazioni d’ordine fisico e biologico, i danni legati alla violenza fisica perpetrata da uomini nei confronti di donne sono generalmente più evidenti. Tuttavia, secondo i volontari dell’associazione Ankyra, questi dati non rappresentano un alibi per cadere in false e pericolose generalizzazioni. Una donna può usare violenza, sia fisica che sessuale, nei confronti di un uomo. “Naturalmente si tratta di forme di violenza diverse. L’uomo in genere non risponde agli schiaffi non perché fisicamente incapace, ma perché si sente moralmente in dovere di non farlo, o perché sa che una minima reazione potrebbe far scattare la denuncia. D’altra parte difficilmente qualcuno crederebbe a un uomo che viene picchiato dalla moglie, se non interessato da lesioni evidenti. Un altro tipo di violenza fisica molto diffusa è la privazione del sonno: questa si verifica principalmente di notte quando, spesso dopo un’intensa giornata lavorativa, si cerca a tutti i costi la discussione impedendo al partner di dormire fino a condurlo all’esasperazione. In questi casi la cosa che noi consigliamo di fare è abbandonare l’abitazione per evitare un’escalation nel litigio”.

Un luogo comune ampiamente diffuso riguarda la violenza sessuale. “L’uomo può subire violenza sessuale anche da parte di una donna. Certo, come per quella fisica, non bisogna immaginarsi dinamiche identiche a quelle che coinvolgono le donne. È difficilissimo che un uomo venga assalito da un individuo di sesso femminile in un vicolo buio, mentre cammina da solo per strada, di notte. Ma può essere vittima di coercizione tra le mura domestiche, costretto a effettuare pratiche non gradite o a subire umiliazioni, anche verbali, ricatti sessuali e così via. Anche l’interruzione forzata e sistematica dell’atto sessuale può essere uno strumento di violenza, un motivo di frustrazione che può essere adoperato per ottenere il controllo emotivo del partner”.

Altro discorso va fatto in merito alla violenza psicologica: la sua diffusione non conosce genere né classe sociale, così come le gravi conseguenze a cui può condurre. Individuarla è complesso perché esiste una sottile linea di confine tra comportamenti isolati e veri e propri atti di violenza, quindi reiterati e sistematici. In genere la violenza psicologica si valuta sul lungo termine ed ha come obiettivo generale la manipolazione e l’annichilimento della personalità e dell’individualità della vittima. Comportamenti banali come il controllo del cellulare dell’altra persona o battute e frasi infelici che chiunque potrebbe pronunciare durante una discussione animata possono avere gravi conseguenze, se ripetuti fino ad incidere profondamente sull’autostima del partner. Espressioni offensive e insultanti usate quotidianamente rischiano di trasformarsi, nella mente della vittima, in definizioni di se stessa.

Nei casi più gravi, specialmente se rivolte verso un individuo a rischio, emotivamente vulnerabile per cause contingenti o costitutive, possono condurre alla depressione, all’autolesionismo e al suicidio; inoltre non è raro che agli abusi verbali si accompagni il tentativo sistematico, da parte dell’oppressore, di recidere tutte le relazioni umane del partner, fino ad ottenerne l’isolamento sociale. Ecco perché la violenza psicologica è da considerarsi tanto rischiosa quanto quella fisica, e forse più insidiosa.

Esiste una differenza tra la violenza domestica e la cosiddetta violenza di genere. La seconda si distingue dalla prima perché il suo movente è da ricercare nell’avversione verso una persona in quanto appartenente a un determinato genere. In altre parole, se un uomo colpisce o fa del male a una donna in quanto donna, si può parlare di violenza di genere. La violenza domestica ha altri moventi e può colpire chiunque senza distinzione”. Il concetto di violenza domestica va quindi esteso anche a chi non ne è diretto destinatario ma spettatore involontario, come un bambino costretto ad assistere a continui e violenti litigi tra i genitori. Tuttavia, come l’esperienza ha insegnato a Gaia, è molto più difficile riconoscere i casi in cui sia la figura materna e non quella paterna a incidere negativamente sulla psiche infantile.

A livello giuridico, le eventualità in cui l’affidamento dei figli è concesso alla madre rappresentano la quasi totalità, perché si considerano le cure materne fondamentali per lo sviluppo armonico del bambino, senza però tenere presente il rovescio della medaglia: avere una madre violenta e dispotica può infatti recare conseguenze devastanti, soprattutto quando essa diventa l’affidataria e quindi la pressoché indiscussa figura di riferimento per il piccolo.

Il ruolo dei figli è inoltre fondamentale nell’ambito di forme di violenza economica, che spesso comprendono il ricatto. “La maggior parte degli uomini che ho ascoltato e incontrato non cerca una via d’uscita dalla relazione in cui si trova, anche se si rende conto di subire violenze. Questo perché spesso ci sono dei figli dei mezzo e si teme la decisione del giudice in materia di affidamento. Quando possibile, questi uomini cercano di risolvere il problema senza intaccare la stabilità familiare”.

Ma come con tutti i fenomeni che stentano a ottenere un pieno riconoscimento sin da subito, ci sono casi che fanno sperare in una futura apertura della prassi giuridica, come quello di un uomo, rivoltosi ad Ankyra, che sta ottenendo nel processo più di quanto sperasse per quanto concerne l’affidamento dei figli. “La persona in questione ha avuto la forza di denunciare quanto avveniva tra le mura domestiche. Si tratta di un’evenienza molto rara. Però la sua causa non è ancora chiusa, quindi si vedrà”. Non si tratta dell’unico caso che ha sorpreso i volontari dell’associazione. “Non sempre sono le vittime a contattare l’associazione, a volte sono parenti e amici a farlo per loro. Una volta una giovane donna ha chiamato Ankyra per conto del padre. La sua denuncia nei confronti di sua madre ci ha davvero scosso: è un passo che richiede molto coraggio e molta forza, ma che ci fa anche comprendere l’importanza e l’impatto sui figli di situazioni che si protraggono per anni”.

Esempi come questi ci permettono di afferrare più facilmente il messaggio di Ankyra e la sua missione. Questa associazione non è un partito politico né un movimento per i diritti degli uomini. Il suo scopo non è dimostrare che le tesi femministe siano false o che le donne siano intrinsecamente malvagie e pericolose. Ankyra è un ponte di solidarietà composto da donne e uomini che hanno deciso di combattere la violenza senza fare del genere di chi la subisce la propria bandiera.

Essa si occupa di casi, di situazioni reali, senza preoccuparsi di sottostare ad astrazioni ideologiche o a slogan vuoti. Si rivolge a uomini e a donne, ad eterosessuali e ad omosessuali, a giovani e ad anziani; “tra le persone che abbiamo aiutato ed ascoltato ci sono disoccupati e dirigenti d’azienda. Non bisogna pensare che chi occupa una posizione dominante in ambito lavorativo sia al riparo da dinamiche interpersonali degradanti. In ogni caso, stringiamo la mano a chiunque ce la tenda”.

Carla Nassisi – Cosa Vostra

Immagine in copertina per gentile concessione di Maria Vittoria Scarcia. Tutti i diritti riservati.