Camminare. I nuovi nomadi

Prima di innalzare il menhir – in egiziano benben, << la prima pietra che emerse dal caos>> – l’uomo possedeva una forma simbolica con cui trasformare il paesaggio. Questa forma era il camminare […]. È camminando che l’uomo ha incominciato a costruire il paesaggio naturale che lo circondava”.1

In Walkscapes, Francesco Careri sostiene che il camminare sia stato il primo atto estetico dell’uomo, atto che gli ha permesso di abitare e vivere il mondo. Camminando si sono attraversati i territori del caos e vi si sono incise delle linee, delle vie. Vie che possono essere le vie dei canti degli aborigeni australiani così ben descritte da Bruce Chatwin2 in “Le vie dei canti”3, oppure quelle linee di fuga che portano a deterritorializzare un territorio (cfr. Deleuze&Guattari, Millepiani).

Modificando ogni volta i concetti di spazio, confine e territorio, il camminare ha costruito le fondamenta per la futura “architettura degli oggetti situati” tipica dell’era sedentaria. Il nomadismo, declinato nell’erranza, nel flaneur baudeleriano, nella riscoperta della città inconscia, nei metamorfismi del XX secolo e nei rizomi deleuziani, diventa uno strumento estetico volto a descrivere e comprendere il mondo.

Un mondo mai uguale a se stesso, un mondo che, irrequieto, cambia continuamente e continuamente cerca l’oltre a se stesso, un mondo che si sradica e crea nel contempo radici sempre nuove, un mondo che interroga, e che cerca sempre nuove domande.

Partiamo da questa dimensione ancestrale di creazione di mondo, dall’assunto che il camminare, attraversando spazi e luoghi e percorsi, lascia una scia del proprio essere, dovunque.

Il camminare attraversando i luoghi, contribuisce a modificarli, in qualche modo, aggiungendovi la propria incisione nelle infinite raccolte nello spazio-tempo.

Oggi di nomadi veri e propri ne esistono ben pochi.

Ma anche i nostri secoli, in qualche modo perverso e distorto, hanno i propri nomadi. I migranti. 

Migrare è spostarsi. È allontanamento dall’origine, è punto di partenza senza punto di arrivo. Il migrare non ha niente dei pascoli nomadi, dell’erranza vitale e sanguigna che ancorava i nomadi all’eterna transumanza.

Il migrante è un nomade involontario che, spinto da forze ctonie (e non) più grandi, si muove per sopravvivere. Il migrante è il nomade ossimorico di questi ultimi tempi. È il terrore, l’estrema orizzontalità del mondo, la linea di fuga impazzita e incontrollata, è lo sradicato che cerca di afferrare una nuova radice.

Oggi il suo “camminare” fa riscoprire il mondo, nella sua polimorfa esistenza. Nelle categorizzazioni, nei nuovi sistemi di pensiero, nello scontro-incontro tra culture e stili di vita differenti. Tante pieghe che sul reale si sovrappongono e si incrociano.

Si creano nuovi sistemi di luoghi- le baraccopoli, le tendopoli, i rifugi di primo soccorso, le case di accoglienza. Spazi che diventano luoghi. Luoghi che delineano confini, che a loro volta delineano vie, percorsi, attraversamenti.

Il migrante è l’arteria dei nostri secoli, è lo spazio liquido che tutto inghiotte, dove le soluzioni affogano e i problemi proliferano. Nel suo continuo mutamento il migrante porta con sé l’inadeguatezza del mondo contemporaneo, troppo irrigidito nella sua sedentarietà, per poterne cum-prehendere le rizomatiche sfumature.

Il migrante de-stabilizza, crea linee di fuga laddove prima c’erano solo segmenti definiti. Il migrante è sfida all’immobilismo, è il riprendere a camminare del nostro pensiero.

Se all’inizio della storia della civiltà estetica il camminare dei nomadi ha originato il mondo naturale, il “camminare” dei migranti del giorno d’oggi origina quegli stravolgimenti, quei ribaltamenti e capovolgimenti di leggi, società e politiche che hanno strutturato il mondo, e che, forse, solamente nell’incrinarsi, potranno affrontare le nuove domande che i loro percorsi chiedono e chiamano.

Ludovica Mazza – Cosa Vostra

Immagini tratte da Google Immagini

1 F. Careri, Walkscapes. Camminare come pratica estetica, Einaudi, Torino 2006, pg. 3

2 Il maestro degli irrequieti, che amava pensare camminando. 1940-1989

3 “Gli Uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando; cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia. Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica”, in “Le vie dei Canti”, Adelphi, Milano, pg. 102-103.