Guerra in silenzio. I conflitti invisibili all’occhio dei media

Il mondo è in guerra, da sempre. Non si conta, nella storia, un’epoca priva di conflitti sul pianeta, dovuti a rivendicazioni territoriali, ambizioni di espansione e conquista o semplice intolleranza e impossibilità di convivenza tra culture diverse sullo stesso suolo. Ma al di là delle diverse cause che possono scatenare un conflitto armato, una costante sembra essere la differente copertura mediatica di una guerra a seconda degli attori coinvolti.

Non è soltanto la prossimità geografica alle grandi potenze occidentali a rappresentare il discrimine per decidere di darne o meno una rappresentazione al grande pubblico, ma anche e soprattutto gli interessi occidentali nelle aree di conflitto. Non è un caso che il reporting di guerra degli ultimi anni si sia concentrato quasi esclusivamente su i due grandi conflitti della contemporaneità, vale a dire la guerra in Afghanistan e in Iraq dopo l’11 settembre e il conflitto siriano tutt’ora in corso: il coinvolgimento dei militari italiani e quello degli Stati Uniti d’America hanno rappresentato indubbiamente un valido motivo per raccontare all’opinione pubblica quanto è accaduto in Medio Oriente. Ma quello che accade nel continente africano e che comunque ci interessa da vicino – visti gli importanti flussi migratori che sono da decenni tema politico, oltre che sociale – non trova adeguata informazione o copertura, per non dire interesse.

Eppure mentre l’attenzione dei media è catalizzata da pochi focolai noti che monopolizzano i notiziari, in tutto il mondo sono in corso almeno altre 40 guerre di pari atrocità, che pure passano completamente inosservate agli occhi delle telecamere; guerre valutate come “di serie b” perché in corso in angoli remoti del pianeta tra minoranze etniche locali, nelle quali non sono in gioco interessi globali per i quali valgano la pena il dispendio di energie e il rischio fisico.

È il caso, ad esempio, di molti conflitti etnici, tribali e religiosi che si combattono in aree profondamente arretrate come l’Africa, alcune zone del Medio Oriente e dell’Asia, dallo scarsissimo valore geopolitico e strategico, nelle quali gli stati occidentali non hanno alcun interesse ad intervenire, talvolta nemmeno per denunciarne i gravi crimini contro l’umanità.

Nell’immaginario comune, saturo di immagini del conflitto in Siria (a cui purtroppo pare abbiamo fatto l’abitudine), termine di paragone delle violenze di guerra sono soprattutto gli orrori perpetrati dall’ISIS e i bombardamenti indiscriminati su civili e ospedali. Ma ciò che accade in Siria si ripete con la stessa gravità, in termini di costi umani, anche in Myanmar, in Sudan o nelle Filippine. E mentre l’Europa grida alla minaccia islamica, in Myanmar (Birmania) si sta compiendo in silenzio una vera e propria pulizia etnica contro la minoranza musulmana dei Rohingya, con torture, esecuzioni extragiudiziali e bombardamenti di villaggi da parte delle forze armate, che arruolano a forza persino donne e bambini. Quasi 100.000 civili hanno dovuto abbandonare le proprie case a causa del conflitto, e l’accesso al paese è negato persino agli aiuti umanitari. L’Alto Commissario Onu per i diritti umani Zeid Ràad al-Hussein si è appellato al governo birmano per la fine delle operazioni militari, denunciando i crimini di guerra e le agghiaccianti violazioni dei diritti umani che la minoranza sta subendo: il Myanmar è uno dei pochi stati al mondo – insieme a Corea del Nord e Siria – a usare ancora le mine antiuomo.

Altrettanto silenzioso è il dramma che si sta consumando sull’isola di Mindanao, nelle Filippine. Il territorio vive da sempre una situazione di conflitto per via della difficile convivenza tra culture e religioni diverse: la minoranza musulmana, che risiede a Mindanao dal 13° secolo, con la proclamazione di indipendenza durante la Seconda Guerra Mondiale ha visto una progressiva perdita di autorità, sfociata negli anni Settanta nella nascita di gruppi armati di estremisti islamici, oggi affiliati all’ISIS. Allo stesso tempo, l’impoverimento del territorio e l’erosione dei terreni agricoli ha esasperato le popolazioni indigene fino all’insurrezione comunista. Nuove violenze si sono così aggiunte alle reti di criminalità organizzata che già affliggevano il paese, costringendo i civili ad affrontare contemporaneamente gli insorti e i gruppi militari islamici: si parla di circa 150.000 morti in un conflitto che prosegue senza sosta da quasi cinquant’anni.

Il Sudan, in Africa centrale, è percorso da lotte civili fin dagli anni Cinquanta; dopo la guerra del Darfur, in corso dal 2003, l’indipendenza del Sudan del Sud del 2011 ha inasprito ulteriormente le tensioni. In una regione ad altissima eterogeneità culturale, con più di 50 gruppi tribali di lingua diversa ciascuno con un proprio capo villaggio, i confini geopolitici non hanno alcuna rilevanza, e gli scontri sono proseguiti senza interruzione. I civili si trovano perciò fra i due fuochi opposti del SPLM-N (Sudan People’s Liberation Movement-North), ovvero i ribelli del nord, e le forze armate del SAF (Sudanese Armed Forces). Le regioni più colpite dal conflitto sono il Blue Nile e il Kordofan, area montuosa estremamente rurale, dove è in corso un genocidio contro la popolazione Nuba, già ghettizzata con la negazione del diritto di voto. Nel corso di questa guerra civile, i bombardamenti indiscriminati hanno causato almeno 600.000 sfollati, che si nascondono in caverne o sopravvivono nei campi profughi in condizioni estreme; i conflitti interni ai due Stati per la rivendicazione dell’autonomia e dei giacimenti petroliferi del territorio rendono la situazione instabile, con divieto di accesso alla regione persino a giornalisti e ONG internazionali.

In queste aree del mondo, così come in Congo, in Uganda o nello Yemen, si continuano a combattere guerre invisibili e silenziose i cui morti non fanno notizia. Perlomeno fino a quando non muoiono a poche centinaia di chilometri dalle coste europee, dove cercavano di fuggire e richiedere asilo, portando con sé il racconto di quegli orrori che giornalismo e politica hanno finora ignorato. Talmente ignorato che ognuno di quei morti silenziosi diviene solo un’altra pedina nell’unico racconto mediatico possibile, quello dei “finti profughi che non stanno scappando da nessuna guerra”.

Silvia Giovanniello

Silvia Giovanniello – Cosa Vostra

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