Cosa c’è dietro gli incendi in Amazzonia

L’Amazzonia brucia. O meglio, la foresta amazzonica da più di due settimane è fatta bruciare. Per quanto sia normale che in questa stagione si verifichino degli incendi, l’aumento di quasi il 145% degli incendi nel gennaio-agosto 2019 rispetto al medesimo periodo nel 2018 dovrebbe far sorgere qualche domanda, soprattutto su quanti tra i roghi siano da attribuire all’operato dell’uomo.

Chi avrebbe interesse a bruciare uno dei più importanti polmoni verdi del pianeta?

Le stesse persone che quotidianamente distruggono metri e metri di foresta per far spazio ad allevamenti, per vendere legname e cercare metalli, facendo gli interessi economici del Brasile e del mondo stesso.

Con l’aggiunta sostanziale, a partire dall’ottobre 2019, del sostegno del neo presidente del Brasile Jair Bolsonaro, il quale non ha mai pubblicamente speso una parola a sostegno della protezione dell’ecosistema dell’Amazzonia, ma anzi ha più e più volte posto l’accento sulla necessità di sfruttare le risorse della foresta amazzonica.

E’ noto infatti come Bolsonaro sia spiccatamente anti ambientalista e appoggi la Bancada Ruralista, ovvero il fronte parlamentare che difende gli interessi dei proprietari terrieri, che tutto hanno da guadagnare dallo sfruttamento dell’Amazzonia.

Il comportamento del presidente brasiliano conferma purtroppo la linea che egli ha sposato al tempo della sua campagna elettorale e che ha fortemente contribuito alla sua vittoria, ovvero puntare sullo sviluppo economico brasiliano attraverso uno sfruttamento ancora maggiore delle sue risorse naturali.

Sembrerebbe che le sue parole siano state ascoltate degli allevatori ed agricoltori che vivono lungo l’autostrada federale BR-163, che il 10 agosto 2019, il cosiddetto “giorno di fuoco” in cui il numero dei focolai è aumentato del 300%, avrebbero coordinato una serie sistematica di incendi per dimostrare il sostegno concreto alla politica del presidente, come denunciato da Greenpeace Brasile.

E probabilmente questo sfruttamento sarebbe totale, se non fosse per l’opposizione costante dei nativi, che nella foresta amazzonica vivono da protettori di un ecosistema millenario e fondamentale per le sorti del pianeta stesso. La loro opposizione è vista di profondo intralcio per gli interessi dell’economia brasiliana e non mancano attacchi e vere e proprie persecuzioni degli indigeni con lo scopo di farli cedere e soprattutto di lasciare le loro terre.

L’attacco più recente risale a venerdì 27 luglio, giorno in cui un gruppo armato di circa 50 minatori e cercatori d’oro (garimpeiros) è penetrato nella riserva del popolo indigeno Waiãpi, nello stato di Amapa, nell’estremo nord del Brasile, terrorizzando gli abitanti e costringendoli a fuggire dal villaggio di Mariry a quello più grande di Aramirã.

Questa notizia arriva a distanza di pochi giorni da quella di un altro simile attacco e dal conseguente ritrovamento in un fiume vicino a Mariry del cadavere assassinato di Emyra Waiãpi, 68 anni, uno dei leader della comunità Waiãpi e attivista nella lotta per la difesa dell’Amazzonia e dei diritti dei popoli indigeni.

Bolsonaro rifiuta fermamente di riconoscere che il leader sia stato ucciso, definendo le prove raccolte dalla polizia come “non abbastanza forti” nonostante le numerosissime ferite da coltello inflitte al corpo di Emyra.

Ad oggi Bolsonaro non ha ancora condannato l’attacco dei garimpeiros nei confronti della comunità Waiãpi e ciò non sorprende se si riflette sul fatto che una delle sue prime mosse appena divenuto presidente è stata quella di trasferire la competenza sul processo di restituzione delle terre ai nativi dalla fondazione nazionale dell’Indio (Funai)1 al Ministero dell’Agricoltura, un ministero che ha storicamente fatto gli interessi dei grandi agricoltori, latifondisti e commercianti brasiliani, che tutto hanno da guadagnare dalla negazione dei diritti degli indigeni e dall’invasione delle loro terre.

Lo stesso Bolsonaro durante questi mesi ha più volte posto l’accento sulla ricchezza mineraria delle terre indigene e sulla necessità di aprire più vie per il loro sfruttamento, incoraggiando di fatto l’occupazione dei territori dei nativi, come ha più volte denunciato il COIAB, il Coordinamento delle Nazioni Indigene dell’Amazzonia Brasiliana, il quale raggruppa diverse organizzazione impegnate nella difesa dei territori indigeni e che ha accusato il presidente di portare avanti una campagna sistematica di eliminazione dei nativi a favore delle lobbies del legname e dell’allevamento.

La medesima preoccupazione è stata espressa anche dall’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, la quale ha incoraggiato l’apertura di un’indagine governativa ufficiale sulla morte di Emyra Waiãpi, sintomatica della vera e propria invasione che tutti i popoli indigeni brasiliani stanno subendo nei loro territori.

La situazione della comunità Waiãpi non è quindi isolata ma anzi fa parte di una precisa strategia di delegittimazione dei diritti dei nativi sulle proprie terre, diritti che peraltro sarebbero costituzionalmente e internazionalmente tutelati ma che nella realtà vengono completamente ignorati perché dovrebbero essere protetti dallo stesso governo che invece facilita l’uccisione, l’aggressione e il trasferimento forzato degli indigeni in favore dell’accaparramento delle loro terre per la deforestazione e la speculazione agricola, anche grazie all’aiuto del fuoco degli incendi.

Elisa Boni

Elisa Boni – Cosa Vostra

Immagini tratte da Google Immagini

Note

1 La Fondazione nazionale dell’Indio, è l’organo del governo brasiliano preposto all’elaborazione e all’implementazione delle politiche riguardanti i popoli indigeni. La FUNAI è responsabile della mappatura e della protezione delle terre tradizionalmente abitate e utilizzate dalle comunità. Ha anche il compito di prevenire l’invasione dei territori indigeni da parte degli esterni.