Ameera Ahmad Harouda. Quando raccontare è pericoloso

Raccontare una storia è pericoloso, ma non farlo può esserlo anche di più. Mosse da questa consapevolezza, alcune donne a Gaza mettono ogni giorno in pericolo la propria vita perché la storia del loro popolo, della loro patria non venga dimenticata.

Si chiamano Ameera Ahmad Harouda e Lara Aburamadan e sono solo alcune delle donne conosciute come le Gaza’s female fixers (letteralmente, le “riparatrici di Gaza”).

Le Gaza’s female fixers sono le fonti di informazioni più preziose per i giornalisti stranieri che si recano sulla Striscia: le donne, infatti, si occupano di creare un contatto diretto tra la storia e il giornalista, molto spesso mettendosi anche in pericolo di morte.

Si tratta di donne con una solida istruzione alle spalle (spesso sono giornaliste), una buona padronanza della lingua inglese, le quali sono state in grado di crearsi una fitta rete di contatti e conoscenze che garantiscono loro una copertura totale del territorio.

Ameera Ahmad Harouda ha iniziato a lavorare in questo campo nel 2005 ed è stata la prima donna al mondo: da allora, il numero di fixers è andato sempre più aumentando.

Ameera oggi ha 32 anni, un marito, tre figli e conosce la Striscia di Gaza nel minimo dettaglio. Quando ha iniziato a lavorare in questo campo, 16 anni fa, era l’unica donna e più di una volta i suoi colleghi hanno cercato di farle terra bruciata attorno: “Se avessi cercato di avvicinarmi a qualcuno per cercare informazioni per una storia, gli avrebbero detto di non fidarsi di me, di evitarmi perché avrei scritto qualcosa di negativo. Altri proclamavano la mia mancanza di morale, di rispetto nei confronti delle mie tradizioni. Gaza è un posto piccolo, alla gente piace parlare”.

Nonostante le sfide iniziali, però, Ameera è riuscita a farsi conoscere dalla comunità internazionale di giornalisti a Gaza e oggi è una delle fonti più autorevoli. Inoltre, come lei stessa spesso sottolinea, essendo una donna ha accesso a informazioni delicate che i giornalisti uomini non possono reperire, in quanto, nella tradizione palestinese, è proibito ai maschi entrare nelle abitazioni.

Ho costruito parecchie relazioni in oltre dieci anni e questo mi dà l’opportunità di accedere a persone, a storie alle quali altri non possono. In certe situazioni ritengo che, come donna, ho più potere. Molti giornalisti uomini nella mia società vogliono parlare di storie di droga nella nostra nazione. Quel problema è iniziato durante la costruzione del tunnel di Gaza. Durante l’assedio di Gaza, i tunnel portavano alle persone i beni primari come cibo, materiale edile, altre cose di cui avevamo bisogno. Ma oramai non più, perchè gli egiziani li hanno allagati con acqua e non sono più utilizzabili. Le droghe venivano trafficate e molti giovani divennero tossicodipendenti”.

Nessun giornalista ha potuto riportare questa notizia, tranne Ameera, come ha raccontato lei stessa lo scorso febbraio in occasione di una conferenza dalla piattaforma online TED.

Lara Aburamadan ha 23 anni ed è una giornalista, come tutti nella sua famiglia. Ha scelto questa professione per necessità: “dico sempre che se non vivessi a Gaza, non sarei una giornalista. Sceglierei una professione che mi potesse rendere più libera”. Si è avvicinata al news reporting a 20 anni, quando, ancora studentessa di lingua inglese e traduzione, ha iniziato ad aiutare il padre a coprire le notizie del periodo successivo all’offensiva israeliana del 2012.

Poco dopo, testate internazionali come il New York Times hanno iniziato a pubblicare i suoi pezzi.

Nel 2014, Lara e il marito Jihad (anche lui giornalista indipendente) hanno trasmesso in diretta i bombardamenti israeliani, filmandoli dal proprio balcone e condividendoli online grazie a un generatore privato che permetteva loro di continuare a lavorare anche nei periodi in cui non c’era elettricità. Circa mezzo milione di persone hanno guardato la loro trasmissione durante la guerra.

Essere una donna è un vantaggio”, afferma Lara, “è più facile per me avere accesso a posti in cui gli uomini non hanno il permesso di entrare. Questo mi permette di mostrare cosa fanno le donne, mi permette di parlare con loro di loro stesse, del loro lavoro e delle loro famiglie. Non vedo nessuno svantaggio nell’essere una donna quando mi trovo sul campo”, ha affermato in un’intervista rilasciata ad Al Jazeera Magazine.

Così come Ameera e Lara, anche Bana Alabed, sette anni, e sua madre raccontano ogni giorno la guerra con un tweet. 140 caratteri quotidiani, a volte accompagnati da una foto, che mostrano la vita di chi è costretto a vivere con i bombardamenti e la morte ogni giorno.

Bana e la sua famiglia vivono ad Aleppo est, la zona della Siria più colpita dalla battaglia tra i ribelli che controllano questa area da circa due anni e le forze governative, appoggiate dall’aviazione russa. L’ultimo tweet risale al primo dicembre: “sono malata, non ho medicine, non ho una casa o acqua potabile. Questo mi farà morire anche prima che sia una bomba ad uccidermi”.

Ameera, Lara e Bana dimostrano ogni giorno l’importanza della comunicazione diretta, immediata di ciò che accade nelle zone di conflitto. Comunicare significa creare un filo diretto tra l’esperienza di chi racconta e l’esperienza di chi legge, un filo che ha l’obbligo di diventare indissociabile davanti all’esperienza quotidiana della guerra. 

Alessia Pacini – Cosa Vostra

Immagini tratte da Google Immagini