Veneto e mafie. Le evidenze empiriche

Veneto e mafie. L’apertura dell’anno giudiziario 2017 in Italia coincide ancora una volta con l’allarme lanciato dalle più importanti Procure italiane (Palermo, Firenze, Milano, ecc.) per quanto riguarda la lotta alle mafie e alla corruzione.

Non è un caso che quasi contemporaneamente si sia svolta una delle più importanti operazioni contro la ‘ndrina Piromalli, capace di estendere i propri tentacoli dalla Calabria alla Lombardia, da qui al Nord-Est, dall’Italia agli Stati Uniti. E che negli stessi giorni la Direzione Investigativa Antimafia abbia inviato al Parlamento la relazione sullo stato delle associazioni di stampo mafioso, relativa al primo semestre del 2016.

In altre parole, le mafie e le loro economie criminali rimangono la più grave criticità da affrontare in un Paese in cui la corruzione, all’interno della Pubblica Amministrazione, rimane il primo strumento di espansione per il crimine organizzato.

La Procura di Venezia, invece, sembra fare eccezione a questa lettura. Le problematicità riguardano la mancanza di personale – così come nelle altre procure citate prima – le cause intentate dai migranti che non vedono riconosciuto lo status di rifugiati e il problema della prescrizione, con cui spesso si concludono sempre più processi.

Accade il contrario in Friuli Venezia Giulia, dove il presidente della Corte d’Appello di Trieste, Oliviero Drigani, afferma che la regione: “può costituire il terreno fertile per il radicamento di forme di illegalità organizzata” poiché “pur non potendosi ricomprendere tra le regioni caratterizzate da una forte e consolidata presenza di organizzazioni malavitose esercitanti forme palesi di controllo del territorio, presenta comunque indubbie attrattive per gli interessi delinquenziali anche organizzati e pertanto non può considerarsi immune da fenomeni illeciti collegati alla criminalità“.

Un passo in avanti epocale rispetto all’anno prima, quando Dario Grohamnn, Procuratore generale della Corte d’Appello di Trieste, aveva precisato che non si registravano infiltrazioni criminali di stampo mafioso. Oggi invece i segnali – per usare un eufemismo – preoccupanti riguardano gli appalti e i subappalti della Fincantieri, l’evidenziato problema del riciclaggio di denaro sporco e il settore della ristorazione (sotto la lente di ingrandimento della giustizia è finito il gruppo di pizzerie “Peperino”).

Il Veneto, quindi, è ancora un’isola felice? No. Basta leggere la relazione della DIA per avere una disamina della situazione attuale, in cui emergono gli interessi criminali nella regione da parte di tutte e tre le mafie più rilevanti del Paese.

Cosa Nostra: “Come emerso, negli anni, dagli esiti di varie attività di polizia giudiziaria, nel Veneto si sarebbero registrate presenze di soggetti legati a Cosa nostra, che tenderebbero innanzitutto a radicarsi economicamente sul territorio con una presenza stabile, ma non tale da assumere le connotazioni tipiche della Regione di provenienza.

Lo scopo principale di tali sodalizi va, infatti, individuato nel riciclaggio e nel reinvestimento di capitali illeciti, anche attraverso l’acquisizione di attività commerciali ed imprenditoriali, sfruttando, se del caso, l’opera di gruppi delinquenziali locali. A ciò si aggiunga la forte disponibilità di liquidità, che spinge l’organizzazione a sostituirsi al sistema del credito legale e a praticare l’usura“.

E sempre rispetto all’azione dei malavitosi siciliani vengono segnalate attività legate al traffico di stupefacenti, insieme a criminali stranieri, in particolare marocchini, e a pregiudicati vicini un tempo alla Mafia del Brenta.

Camorra: “Si segnalano presenze di gruppi camorristici casertani, in particolare del clan dei Casalesi e del capoluogo campano. Tali presenze sarebbero concentrate soprattutto sul litorale veneziano, nell’area compresa tra San Donà di Piave e Jesolo, con soggetti che oltre ad aver assunto, in alcuni casi, comportamenti minacciosi tipici degli ambienti malavitosi, sono stati segnalati quali autori di risse nella zona del sandonatese e di incendi dolosi a danni di imprenditori locali.

Con riferimento al semestre, appare rilevante l’arresto, avvenuto a Chioggia (Ve) nel mese di marzo, del capo del gruppo napoletano Cimmino: il pregiudicato si era reso latitante dopo che la Cassazione, a febbraio 2016, aveva ripristinato il provvedimento cautelare a suo carico“.

‘Ndrangheta: “La criminalità organizzata calabrese, in specie catanzarese e reggina, seppure non radicata nel Nord Est del Paese, continua a far emergere, soprattutto in Veneto, chiari segnali di operatività. Si sono registrate, infatti, qualificate presenze di soggetti ‘ndranghetisti su Padova, nell’ovest veronese e nel basso vicentino, riconducibili ad aggregati criminali di Cutro, Delianova, Filadelfia ed Africo Nuovo.

Queste manifestazioni sarebbero diventate palesi con riferimento, oltre che al traffico di stupefacenti, anche alla ristorazione, al turismo e all’edilizia, come emerso con riferimento a quest’ultimo settore, nel corso di un’operazione conclusa nel mese di aprile dalla Guardia di Finanza, con l’arresto, per bancarotta fraudolenta, di tre imprenditori attivi nella fabbricazione di infissi metallici in provincia di Treviso.

Uno dei citati imprenditori, originario della provincia di Parma, sarebbe risultato in contatto con esponenti della cosca Grande Aracri. Sempre ad aprile il Centro Operativo O.I.A. di Padova ha concluso l’operazione Amaranto2, con l’arresto di alcuni soggetti facenti parte di un’associazione criminale di matrice ‘ndranghetista insediatasi in Veneto – in particolare a Padova e Vigonza (Pd) – diretta da soggetti collegati alla cosca Giglio ed attiva prevalentemente nel traffico di sostanze stupefacenti“.

E proprio la ‘Ndrangheta, la mafia italiana in questo momento più forte rispetto alle altre, è ormai una concreta certezza per la Regione. Nella relazione si fa riferimento al crac per bancarotta delle Officine Zanatta di Falzè di Trevignano, in cui, oltre al coinvolgimento di due fratelli trevigiani, emerge la figura del sedicente commercialista Paolo Signifredi, legato alle cosche calabresi.

Il suo nome compare nelle carte dell’inchiesta Aemila – la più grande operazione antimafia in Emilia Romagna nel 2015 – in cui parte degli indagati a processo per associazione di stampo mafioso avevano residenza in Veneto, in particolare nel veronese. Paolo Signifredi in qualità di commercialista, sebbene mai iscritto all’ordine, è stato coinvolto tra il 2009 e il 2015 (anno dell’arresto) nell’acquisizione o nella liquidazione pilotata di almeno venti società venete, svuotate dei loro capitali: otto nella Marca, sette nel padovano, due nel veronese, una nel veneziano, una nel rovigotto e una nel vicentino.

Società per lo più immobiliari, ma anche un’impresa del commercio alimentare, una falegnameria, un’azienda editoriale e una vetreria. Casi che hanno fanno un certo scalpore (non troppo, però) come quello della Dal Ben (Treviso) e della GS Scaffalature di Galleria Veneta (Vicenza).

Non è la scoperta dell’acqua calda. Già prima era stato scoperchiato il vaso di pandora dei legami tra gli imprenditori veneti e la ‘Ndrangheta. L’esempio di Sandro Rossato è calzante: l’imprenditore padovano attivo nel settore dei rifiuti è stato arrestato nel 2014 con alcuni esponenti della ‘ndrangheta legati alle cosche Libri e Condello. E agli interessi economici corrispondono anche incontri di mafia. A Sona, in provincia di Verona, tra il 2011 e il 2012, si tengono almeno tre summit tra il gruppo ‘ndranghetista emiliano Grande Aracri e la famiglia Galasso-Larosa, gravitante nel sud di Verona.

Gli incontri d’affari fanno capire il livello di penetrazione della ‘Ndrangheta in certe zone del Veneto. Infatti lì dove ha sede la TM Logistica – per il noleggio di camion – intestata ai Larosa, i Grande Aracri devono incontrare i Galasso per discutere dell’acquisizione di un terreno. E poco distante ci sarebbe, secondo gli investigatori, il quartier generale della famiglia Giardino, proveniente da Isola Capo Rizzuto: una appariscente palazzina a vetri.

I Giardino, inoltre, sarebbero stati raggiunti anche dai Nicoscia, altro cognome ingombrante nell’establishment ‘ndranghetista. Ma non c’è solo Verona per la mafia calabrese. Anche Venezia rappresenta un piatto succulento, date le sue prerogative turistiche.

Gli imprenditori e immobiliaristi Saverio e Antonio De Martino, originari di Lamezia Terme ma da anni residenti al Lido di Venezia, sono finiti sotto inchiesta per i legami con la ‘Ndrangheta, tanto da meritarsi una citazione all’interno dell’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia.

L’ultima operazione dei Carabinieri contro la famiglia Piromalli, da decenni attiva in Lombardia, ha dimostrato ancora una volta quanto il Veneto sia zona ambita per il crimine organizzato. Non solo la cosca calabrese deteneva il controllo dell’Ortomercato di Milano – un déjà vu mafioso lungo quasi trentanni – ma attraverso la fitta rete di imprese ad essa riconducibili, come OrtoPiazzolla e Polignanese, garantiva la distribuzione di frutta anche in Veneto e Friuli, arrivando a commercializzare i propri prodotti nelle catene della grande distribuzione, come Alì, Bennet e Lando.

Nell’ordinanza che ha portato all’arresto di più di trenta persone, gli investigatori parlano di “affiliati”, “fiancheggiatori” e dell’utilizzo di “metodi mafiosi”.

Un sistema criminale che, quando si scopre, fa sobbalzare dalla sedia. Ma che prima non si vedeva o si faceva finta di non vedere. Eppure le relazioni antimafia parlano chiaro: le mafie continuano ad avanzare anche nella regione del Nord-Est grazie alle “zone grigie”, alle commistioni tra i professionisti del Nord, attratti consapevolmente dalla ricchezza e dal potere delle cosche, e le nuove leve mafiose.

E mentre la strada del crimine viene percorsa – le evidenze ci sono, basti pensare ai numerosi incendi che hanno colpito imprese impegnate nel settore rifiuti o aziende di trasporti – per alcune Istituzioni la mafia in Veneto è ancora un tabù. Col rischio di far sembrare certuni un po’ paranoici.

Francesco Trotta – Cosa Vostra

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