Mafie e affari sporchi a Belluno

Belluno era metafora del Veneto: all’inizio degli anni Novanta venivano lanciati i primi – e pochi – allarmi per le infiltrazioni delle mafie. Ancor meno di quelli che denunciavano furono quelli che colsero queste richieste d’aiuto.

Venticinque anni dopo la situazione è drammaticamente peggiorata. Uno dei motivi è che tra le regioni del Nord Italia, il Veneto è quella in cui si è fatta fatica ad approfondire gli studi sulla presenza delle mafie.

Infatti, diversamente da quanto è accaduto altrove, in Veneto alla scoperta degli affari di Cosa nostra, ‘Ndrangheta e Camorra si è spesso controbattuto che non ci fosse un radicamento sul territorio di strutture organizzate di stampo mafioso. In altre parole – quelle ad esempio del Sindaco di Verona Flavio Tosi – ci sono episodi malavitosi, ma infiltrazioni no. Eppure la storia è diversa.

Come pure la realtà, e quindi il presente attuale. Perché l’operatività mafiosa in Regione ha una storia quasi trentennale. E non riguardano soltanto le storie dei mandati al confino (143 registrati tra gli anni Settanta e Ottanta), mafiosi che con il loro pedigree criminale hanno sicuramente fatto i propri interessi in una terra che aveva molto da offrire. Parliamo di imprese e imprenditori che con i clan hanno fatto affari.

Appalti e investimenti immobiliari sono stati un tappeto rosso steso di fronte alle mafie. Nel marzo del 1992 il procuratore della Repubblica di Belluno, Mario Fabbri, nell’ambito di un’inchiesta riguardante alcuni appalti per la sistemazione di strade e il consolidamento del letto dei torrenti, emanò 15 mandati di cattura e 5 avvisi di garanzia per associazione di stampo mafioso, per associazione a delinquere semplice, per concussione, per corruzione e per ricettazione.

L’operazione scattò simultaneamente anche a Treviso, Venezia, Rovigo, Padova, Torino e Reggio Calabria. L’elenco degli incriminati era composto da Angelo Calatafini, di Locri, gia’ arrestato a Padova nel novembre 1989 e inviato negli anni Ottanta in soggiorno obbligato a Trichiana, nel Bellunese.

In manette anche altri tre calabresi: Giuseppe Liuzzo, di Reggio Calabria, Andrea Giffanti e Vittorio Nasti, residenti a Bergamo.

Dietro le sbarre anche quattro funzionari dell’ Anas: Francesco Frasson, di Mestre, Elio Feliciani, di Treviso, Enrico Gumiero di Rovigo, e Giovanni Spadea di Belluno. E poi due politici: Roberto Zuliani, vicesindaco socialista e assessore ai lavori pubblici di Lentiai, nel Bellunese, e Francesco Cecchella, consigliere comunale e segretario democristiano dello stesso paese.

In carcere anche quattro imprenditori: Giovanni Tieppo, con aziende a Vas, in provincia di Belluno, Mario Fontana, di Ponte nelle Alpi, e i coniugi padovani Luciano Serafin e Maristella De Marchi, titolari della Ovc, un’ azienda di forniture elettriche di Vigodarzere, alle porte di Padova. In manette finiva anche un commercialista.

Al centro dell’indagine una decina di svariati appalti: dalla sistemazione di strade al consolidamento del letto di torrenti, sino alle fognature.

Fra i reati contestati anche quelli di corruzione, concussione, falso, estorsione e violenza. Mente dell’operazione sarebbe stato Angelo Calatafini (‘Ndrangheta) che, finito il periodo di soggiorno obbligato, avrebbe allacciato legami con alcuni imprenditori.

Le denunce erano partite solo a causa dei metodi usati dagli ‘ndranghetisti: dopo aver ottenuto l’ incarico per i lavori, le aziende sarebbero state costrette a pagare il “pizzo”, anche sotto ripetute minacce violente.

Gli stessi mafiosi avrebbero anche controllato la ricettazione di macchine per il movimento terra. La certezza del modus operandi mafioso era venuta dalle indagini sugli impianti sciistici del Nevegal.

La Sis, società gestore di sciovie e seggiovie, aveva affidato la realizzazione dei nuovi impianti di innevamento a un’ impresa, che si sarebbe poi servita in subappalto dell’azienda di Giovanni Tieppo.

Attraverso il meccanismo della lievitazione dei prezzi in corso d’ opera, la società di Tieppo avrebbe preteso un notevole incremento della somma pattuita in origine: e a quel punto, per incassare il denaro, gli ‘ndranghetisti usavano metodi mafiosi.

Sempre nel bellunese, a Cortina D’Ampezzo, la Dia, tra il 1993 e il 1995, indagò su operazioni bancarie sospette, circa un migliaio, perpetrate da imprenditori, finanzieri e politici, per cui si ipotizzò l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro sporco e di fondi neri.

Un business da tremila e cinquecento miliardi di vecchie lire. Denaro da ripulire, che arrivava sempre in contanti, atti intimidatori e morti sospette, costituivano uno scenario più che inquietante per la città montana in voga ad inizio negli anni Ottanta.

L’operazione “Cadore” tuttavia, partita da Roma, non bastò a convincere la procura di Venezia ad iniziare un processo nei confronti dei vari indagati, e l’intera indagine venne archiviata. I fatti comunque parlavano ugualmente: un’intensa attività immobiliare che mirava all’acquisizione di vecchi alberghi da ristrutturare con grandi investimenti.

Le strutture, acquisite con pagamenti spesso in contanti, poi diventavano piccoli alloggi in comproprietà a prezzi elevatissimi.

L’ex sindaco di Cortina, il democristiano Domenico Tellarini, aveva affermato che: “I mafiosi non arrivano in divisa, non è semplice capire il significato di certe operazioni. Però servivano sicuramente dei controlli maggiori”.

Più duro l’attacco del leghista Erminio Boso, all’epoca vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, che parlava apertamente di connivenze: “Il marcio c’è e arriva molto in alto. La criminalità mafiosa si è impadronita di Cortina senza che nessuno muovesse un dito. Ci sono state delle gravi negligenze, non c’è stato alcun controllo sul territorio. A Cortina hanno chiuso addirittura la pretura”.

Quest’ultimo episodio vide come protagonista l’ex pretore Aniello Lamonica, vittima sacrificale delle sistema politico di “Tangentopoli”.

Nel 1989, al momento della nomina a Guardasigilli del socialista Giuliano Vassalli, il ministro veneziano Gianni De Michelis pronunciò questa frase: “Adesso che abbiamo il nostro ministro, ai giudici non ne faremo scappare una. Il primo a pagare sarà un pretore delle montagne venete”.

I primi sospetti su operazioni poco trasparenti risalivano alla vendita di alcune proprietà delle suore Orsoline, su cui le autorità non posero alcun vincolo.

Poi nel corso degli anni sono seguite le vendite dei grandi alberghi, trasformati abusivamente in multiproprietà. Un affare miliardario che ha portato un ingente quantitativo di liquidità. Vari sono stati i casi in cui il Comune non si mosse o prese decisioni assai rapide sui nuovi assetti edilizi.

L’hotel “Verokay” ad esempio, fu venduto e dalla successiva ristrutturazione si ottennero 29 suites. I titolari comunque, sono stati condannati. Dall’hotel “Bellevue”, tra i cui proprietari risultavano esserci gli imprenditori romani Mauro Giannini e Paolo Mercuri, furono ricavati 23 appartamenti da un miliardo e mezzo ognuno.

Un altro imprenditore, il milanese Francesco Porinelli, fu condannato a 4 mesi di reclusione insieme all’assessore all’edilizia privata Giuseppe Prosperi, per la vicenda dell’hotel “Alaska”, trasformato in multiproprietà con 90 suites.

L’albergo “San Martino” del Nevegal e la sua società proprietaria, la “Edil M.W.”, risultavano essere controllate da Enrico Nicoletti, esponente della Banda della Magliana.

Dietro la Edil M.W., gravitava una lunga lista di prestanome: Claudio Giacani, faccendiere romano vicino a Flavio Carboni, coinvolto nella morte del bancario Roberto Calvi, insieme al mafioso Pippo Calò e ad un altro membro della Banda della Magliana, Ernesto Diotallevi; Gianni De Michelis, il politico veneziano condannato nell’inchiesta veneta di “Mani Pulite”; S.G., proprietario di una importante ditta a Vigonza, in provincia di Padova, acquistata con assegni scoperti.

S.G poi è risultato indagato nel 2000 sempre con Nicoletti, per aver reinvestito proventi illeciti in Abruzzo, dove sono state sequestrate una decina di beni immobiliari.

Un legame non di poco conto quello di S.G. con la malavita romana, visto che nel 2017 la Cassazione ha confermato una confisca milionaria nei confronti della famiglia G. ad Aprilia, in provincia di Latina.

Tra gli imprenditori indagati risultava esserci anche Roberto Memmo, finanziere amante dell’arte, iscritto alla loggia massonica P2, con tessera 1651, amico di Michele Sindona, di Marcello Dell’Utri, di Cesare Previti e del giudice Renato Squillante.

Memmo possedeva a Cortina metà dell’hotel Savoia, una villa e un garage da cento posti auto. Tra il leghista Boso e Memmo scoppiò un’accesa diatriba che si chiuse con querele e un nulla di fatto. Infine, nella stessa inchiesta, c’era una pista straniera, riconducibile alla “Pizza connection”, l’indagine condotta dal giudice Giovanni Falcone con i colleghi dell’Fbi americana sul riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di droga.

A Cortina Padre Lorenzo Zorza, conosciuto come Mad Larry, arrestato dalle forze dell’ordine americane, ritenuto dalla DEA un affiliato alla Cosa nostra americana, vicino ai bancarottieri Roberto Calvi e Michele Sindona, doveva ripulire il denaro nascosto nelle banche svizzere appartenente ad un gruppo italiano. A tutto questo si aggiunse il condono edilizio che il governo emanò nella prima metà degli anni Novanta.

Il provvedimento, introducendo come unico limite una volumetria di 750 metri cubi di nuova costruzione, consentiva la sanatoria di quegli abusi avvenuti entro il 31 dicembre del 1993 e costituiti dai cambiamenti delle condizioni d’uso delle opere interne.

L’ “aggiustamento” attuato dal Parlamento italiano, consentiva di legalizzare proprio quegli hotel di cui la magistratura aveva ordinato il sequestro nell’ambito dell’operazione “Cadore”, come il “Bellevue” e il “Verokay”, e, contemporaneamente, il valore degli appartamenti condonati crebbe di dieci volte. In altre parole tutto veniva sistemato.

Tranne per l’hotel di Nicoletti, che sarebbe stato poi confiscato in via definitiva e poi abbattuto, senza possibilità di destinarlo al sociale, come previsto invece dalla legge 109/96.

Il Veneto non è mai stata una terra impenetrabile alle mafie. Con due Presidenti della Regione arrestati per tangenti – Carlo Bernini negli anni Novanta e Giancarlo Galan nel nuovo Millennio – ha perso la sua “verginità” molto tempo fa. E invece si è deciso di chiudere entrambi gli occhi e continuare a far soldi. Pecunia non olet. Ma fino a un certo punto.

Francesco Trotta – Cosa Vostra

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