Felice Maniero e la mafia in Veneto. Questioni di Prospettive

Quando Felice Maniero fu arrestato per l’ultima volta, il 12 novembre 1994, sorrise all’ispettore Michele Festa che avanzava verso di lui per mettergli le manette. Era pomeriggio quel giorno di più di vent’anni fa. E Maniero non si nascondeva in qualche bunker sotterraneo. Si trovava a Torino, in centro, in Via XX Settembre, ad accompagnare la compagna Mara a fare acquisti. Lo aspettavano una cinquantina di uomini della Polizia di Venezia, Padova, Torino e della Criminalpol.

Felice Maniero sorrise alle forze dell’ordine, sorrise anche a Mara, che non si aspettava forse una resa così incondizionata del suo uomo. Oltre a sorridere, disse in tono scherzoso all’ispettore: “Ancora tu?”. Per anni circolò la leggenda che Michele Festa avesse risposto “Ma non dovevamo vederci più?”, citando una celebre canzone di Lucio Battisti. Il giornalista Ugo Dinello che ricorda questo aneddoto nel libro “Mafia a Nord-Est” chiarisce che si trattò appunto di un episodio non veritiero. Ma assai esplicativo. Perché attorno alla figura di Felice Maniero circolano migliaia di voci e mezze verità. Storie che hanno alimentato e alimentano una leggenda assai distorta su uno dei peggiori criminali italiani. A iniziare dai soprannomi che la stampa si affrettò a dargli fin da subito: “Faccia d’angelo”, perché era bello, “Felicetto”. Nomignoli che non aiutano a comprendere la capacità “criminale” di Maniero, anzi hanno il triste merito di renderlo umano.

Nato a metà del Novecento nella povera campagna veneta, frutto della depressione sociale causata dall’industrializzazione, il capo della mala del Brenta seppe instaurare quel modello mafioso tipico dell’organizzazione criminale siciliana nel territorio della provincia padovana e veneziana. Omertà e favori. Tutti sapevano, tutti avevano paura. Lo si difendeva, ma non è dato sapere – ma solo ipotizzare – quanto il timore di possibili ritorsioni non si sia poi trasformato in complicità.

Felice Maniero iniziò la sua carriera criminale con alcune denunce minori, poi quella di stupro compiuto verso due turiste e le rapine. Ma il salto di qualità avvenne col traffico di droga, in particolare eroina, grazie alla comunione di intenti e interessi con Cosa Nostra – i fratelli Fidanzati, i fratelli Grado, Salvatore Enea e Antonino Duca, membri della mafia siciliana che, tra latitanza e confino, trovarono nel Nord Italia una miniera d’oro.

La mala del Brenta divenne mafia. E in quanto tale distrusse parte della società del Nord-Est. Non ebbe la forza di condizionare – almeno non subito – il tessuto economico legale. Ma in quegli anni l’eroina distribuita fra Veneto e Friuli “uccise” intere famiglie. Erano gli anni ’80 e l’Italia non era preparata ad affrontare quel genere di problema – la droga appunto – trovando una soluzione che non ledesse l’immagine di alcune comunità, non c’erano strumenti adeguati per dare cura ai tossicodipendenti.

E mentre le persone morivano, Maniero si arricchiva. E tanto. Poiché oggi, ancor più di prima, si parla di accordi fatti con la magistratura, di tesori nascosti, di investimenti immobiliari che vengono fatti ora – la capacità imprenditoriale di Maniero è pari a quella criminale – a Venezia dai suoi familiari e parenti.

Felice Maniero sei giorni dopo la sua “cattura” si pente. Si era fatto i conti in tasca, come si suol dire: non ha mai pagato ad esempio per la morte di Cristina Pavesi, studentessa di Conegliano uccisa durante una rapina dallo scoppio di un ordigno nel treno in cui viaggiava. Lo dicono chiaramente alcuni ex membri della mala, anche loro mai processati per tale crimine. Se lo avessero incriminato anche questo tragico evento, non avrebbe mai ottenuto lo status di “pentito”. Non sarebbe ora l’uomo libero che è.

Questo è uno dei principali problemi: il messaggio distorto, come la sua immagine, diffuso nella popolazione. Felice Maniero: non un criminale, non un mafioso, ma uno che ce l’ha fatta, alla fine, in qualche modo. Una persona che viene sempre “cercata” e a cui piace essere cercato, un egocentrico, mitomane, narcisista, che va sempre bene che si parli di lui, purché si parli.

Addirittura invitato a conferenze in cui ovviamente è lui l’oggetto-soggetto della situazione. Tutta pubblicità. E c’è anche chi se ne serve. Maniero è quello che rilascia ancora interviste, che ci prende tutti per il culo. Perché a lui piace essere ancora un antieroe affascinante. Quello che dice che è bello vedere la sua villa confiscata, luogo di riscatto sociale, aperta a tutti. Peccato che anche quando c’era lui a comandare, la casa fosse meta di pellegrinaggio, in cui i bambini potevano fare il bagno in piscina d’estate. Intanto non si sa che fine abbiano fatto tutti gli altri immobili e tesori a lui riconducibili. L’importante è che non si parli o si facciano domande su questo.

Il problema che ne è derivato e che persiste tutt’ora è che continuando a parlare di lui, non ci siamo accorti delle mafie che fanno affari a Nord-Est, della ‘Ndrangheta che si insinua nel settore edilizio, della Camorra che traffica rifiuti, giungendo pure a dialogare con le istituzioni pubbliche. Di Cosa nostra che, negli stessi anni di Maniero, vedeva in Cortina e nel Bellunese, la possibilità di acquisire hotel. La colpa di questa cecità ovviamente è anche di chi ha preferito continuare a dar luce alla figura di Maniero piuttosto che essere un cane da guardia della società civile.

A chi conviene parlare di Maniero? Un po’ a tutti. È l’invitato speciale delle serate a tema. Ma se dicessimo che “Felice Maniero è un figlio di puttana” perché è un mafioso infimo e pericoloso, oseremmo dire troppo? Certo, qualcuno potrebbe obbiettare “ma le mamme non si offendono”. Già. Se non fosse che la sua lo aiutasse a nascondere i frutti delle rapine e della droga, nascondendo ad esempio gioielli e valori nel pane fatto in casa per portarli all’estero. Ma questa è un’altra storia. Una leggenda, appunto.

Francesco Trotta – Cosa Vostra

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