Domenico Multari. Un boss ‘ndranghetista a Verona

Il “veronese” Domenico Multari, detto “Gheddafi”, si trova nel carcere di Belluno dal 12 febbraio del 2019 per una serie di reati legati ad estorsioni ai danni di imprenditori veneti, tra cui un industriale padovano di Carmignano di Brenta; e le minacce ai custodi giudiziari del tribunale di Verona che avevano il compito di mettere all’asta gli immobili che gli erano stati sequestrati nel corso di precedenti indagini.

Ma partiamo dal principio.

Circa trent’anni fa, la famiglia Multari si trasferisce in Veneto e più precisamente a Zimella, un paesino di cinquemila anime della Bassa Veronese. Quelle che instaurano nella piccola comunità scaligera nel corso degli anni sono dinamiche di tipo clientelar-paternalistico con un retrogusto malavitoso, di quelle che fisiologicamente si riscontrano dove la mafia ha sostituito con successo ed efficacemente l’autorità legale.

Ecco allora che gli imprenditori locali si rivolgono ai Multari, e a “Gheddafi” in particolare, per risolvere problemi finanziari, dirimere controversie, persino ricevere protezione, in cambio di obbedienza e sudditanza. Il do ut des del vassallaggio mafioso, né più né meno.

Domenico, titolare del ristorante-pizzeria “La Fortezza” a Zimella, è stato definito dal pentito Angelo Salvatore Cortese il referente della ‘Ndrangheta in Veneto. E’ il “mammasantissima” di Zimella. Già nel mirino degli investigatori che nel 2013 gli sequestrarono beni per un valore complessivo di 3,5 milioni di euro. Tra le accuse al Multari vi sono sequestro di persona, omicidio colposo, ricettazione e bancarotta fraudolenta.

I Multari sono originari di Cutro, in provincia di Crotone, la culla della ‘ndrina calabrese Nicolino Grande Aracri. Prima dei Grande Aracri, a Cutro, governava un’altra ‘ndrina, quella dei Dragone, eliminata proprio dai Grande Aracri. E Domenico Multari, secondo quanto riporta il giornalista Gianni Belloni, si sarebbe contraddistinto in seno alla cellula criminale, recuperando il patrimonio illecito dei Dragone. Si mormora che fosse custodito nelle banche del Delaware (Stati Uniti). Per riprendere il denaro, Multari si sarebbe servito di un faccendiere di Farra D’Alpago (Belluno), Italo Calvi, condannato per bancarotta fraudolenta.

A fianco di Domenico agiscono anche i fratelli Carmine e Fortunato, entrambi detenuti in carcere, l’uno a Venezia con l’accusa di collaborazione nelle attività criminose dei fratelli, l’altro a Rovigo, con capi d’accusa simili. E attorno ai Multari compaiono altri personaggi dal passato e dal presente non proprio limpido, come i Grisi, provenienti da Crotone, e i Giardino, famiglia originaria di Isola Capo Rizzuto.

Torniamo al presente. Sono stati sette gli arresti e venti le perquisizioni effettuate all’alba di martedì 12 febbraio 2019 dai Carabinieri del Ros di Padova, coordinati dal pubblico ministero Paola Tonini della Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia. Agli arresti domiciliari il figlio di Domenico, Antonio, e il calabrese Mario Falbo. L’altro figlio, Alberto Multari, è nel registro degli indagati. In manette anche l’imprenditore Francesco Crosera e il 63enne calabrese Dante Attilio Mancuso.

Tra i numerosi crimini imputati a “Gheddafi” va annoverato l’incendio appiccato ad uno yacht nel 2015. Di questo “incidente” Multari è considerato il mandante, dopo aver accolto, a sua volta, la richiesta di Francesco Crosera, imprenditore veneto titolare del cantiere navale di Quarto d’Altino. Lo yacht “Terry”, ormeggiato in Sardegna, nel porto di Alghero, aveva riscontrato difetti di fabbricazione. Ne era conseguito un contenzioso giudiziario che Crosera voleva bloccare sul nascere. La decisione di distruggere l’imbarcazione doveva impedire le perizie disposte dal tribunale.

Crosera si era inizialmente rivolto a Multari, il quale aveva commissionato il reato a due suoi fidati, Mario Falbo e Dante Attilio Mancuso. L’incendio però aveva solo danneggiato lo yacht, senza distruggerlo. La decisione di affidarsi a due criminali albanesi si è poi rivelata per Crosera un incubo di ricatti e ritorsioni.

Il quadro qui descritto dimostra come siamo ben lontani dunque da un Veneto impermeabile alle mafie: gli imprenditori cercano i mafiosi per proteggere i propri affari; i mafiosi tengono in scacco la comunità tramite favoritismi ed estorsioni ai danni di alcune vittime designate. Nel caso dei Multari, il titolare padovano di una falegnameria e un benzinaio veronese, inizialmente allettati da affari leciti, venivano utilizzati come “bancomat” e per l’intestazione fittizia di beni e mutui ipotecari. Per anni hanno vissuto nel terrore, oberati di debiti.

Si è aperta un’altra breccia nel Nordest erroneamente derubricato da ogni condotta malavitosa, un Nordest che è sempre più stazione di riciclaggio di denaro sporco, dove ognuno vuole prendere parte al banchetto, ognuno vuole una fetta della torta. E per far ciò ci si affida ai boss con un misto di timore reverenziale e spudoratezza imprenditoriale.

«Sono segnali pericolosi, perché dimostrano che anche in Veneto la criminalità organizzata mafiosa si presenta come soggetto che risolve problemi e viene riconosciuto dal “mondo esterno”», ammette il procuratore capi di Venezia, Bruno Cherchi.

Silvia Bortoletto

Silvia Bortoletto – Cosa Vostra

Immagini tratte da Google Immagini

Ulteriori Fonti: 

https://nuovavenezia.gelocal.it/regione/2017/02/01/news/ndrangheta-i-molti-intrecci-pericolosi-in-un-paesino-del-veronese-1.14808191

https://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2016/12/04/news/sona-il-paesino-che-custodisce-le-ndrine-1.14516031