Cristina Pavesi. Vittima di una mafia dimenticata troppo in fretta

Correva il treno su cui viaggiava Cristina Pavesi, ragazza di Conegliano, ventidue anni, studentessa universitaria. Correva l’anno 1990, era il 13 dicembre di tanti anni fa.

Tornava a casa quel giorno dopo aver concordato la tesi con il suo relatore. Poi un rumore assordante, come un lungo eco, e l’odore del bruciato misto al fumo, acre e intenso. Sono come bagliori. L’esplosione che coinvolge il diretto Bologna-Venezia mette fine alla vita di Cristina.

Cosa stava succedendo quella sera, intorno alle 18.30, lo sapevano bene i passeggeri di un altro treno, partito da Venezia direzione Milano e fermato nella campagna padovana, a Barbariga di Vigonza.

Lì, in quel punto, i treni iniziano a rallentare, a meno di dieci chilometri dalla città del Santo. E lì agirono come un commando d’assalto i mafiosi agli ordini di Felice Maniero, capo della Mafia del Brenta, l’organizzazione criminale nata lungo la Riviera. Il treno infatti era stato bloccato per compiere una rapina al vagone postale.

I passamontagna calati sui volti dei criminali diedero il via alla sparatoria con gli uomini della polfer. Ma il tesoro era a portata di mano – almeno così pensarono i mafiosi. Si decise allora di usare il tritolo, piazzato sui binari, per spezzare in due il convoglio e impadronirsi dei valori del vagone blindato.

In quel momento, quello della deflagrazione, del boato e dello spostamento d’aria, passava l’altro treno, quello di Cristina Pavesi, quello che non sarebbe mai giunto a destinazione. L’esplosione ferì anche altre persone.

Ma la studentessa morì sul colpo. Inutili i soccorsi. Si trovava al momento sbagliato nel posto sbagliato. Una morte senza un perché. In quel momento, quello dell’omicidio, del sangue e delle grida, i mafiosi riuscirono comunque a impossessarsi del bottino e a scomparire nella campagna veneta. Mentre i treni rimanevano carcasse sventrate nell’oscurità tardo-autunnale.

Quello che seguì fu la negazione del dramma. “Un omicidio mai contestato a Maniero e di conseguenza a nessuno della sua banda. Con quella accusa e un’eventuale condanna, infatti, potrebbe saltare tutto il calcolo delle pene che gli ha permesso di diventare un collaboratore di giustizia e tornare libero“, scrive Ugo Dinello nel libro “Mafia a Nord Est”.

Ipotizzando quello che si mormora, di un accordo con la magistratura per salvare il suo “tesoro”, il denaro frutto di rapine come quella che costò la vita a Cristina Pavesi. Perché Maniero, che certa stampa ha soprannominato “Faccia d’angelo”, come se fosse una sorta di anti-eroe, come se fosse non un mafioso ma qualcuno destinato all'”intoccabilità”, non ha mai pagato.

È uno scandalo che nessuno di noi sia stato imputato per l’assassinio di Cristina Pavesi. Ci hanno contestato la rapina e io non sono mai stato condannato per quell’assassinio. Lo hanno fatto per aiutare Giulio Maniero [cugino di Felice]. Continuo ad avere un grande rimorso per la morte di quella ragazza” disse vent’anni dopo Paolo Pattarello, uno degli uomini che agì quella sera del 13 dicembre.

Correva l’anno 1990 quando in Veneto c’era una mafia che si faceva fatica a chiamare con quel nome. Poi cadde nell’oblio la mafia veneta. Anche al suo capo toccò la fortunata sorte. E Cristina Pavesi è ancora oggi una vittima senza giustizia. Il papà di Cristina è morto un’anno e mezzo dopo l’omicidio della figlia. Nessuno della Mafia del Brenta l’ha uccisa. Come se non fosse vittima di mafia.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato il 13 dicembre 2016)

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