Beni confiscati in Veneto. Mappa del crimine a Nord-Est

Una premessa è d’obbligo: quando parliamo di beni confiscati in Veneto, intendiamo sia quelli confiscati in via definitiva sia quelli per cui il procedimento ablatorio non è ancora giunto a conclusione (terzo grado di giudizio).

I beni confiscati in Veneto sono in continuo aumento. Quelli di nostro interesse sono gli immobili e le aziende, elementi tangibili che testimoniano sicuramente una storia criminale regionale di un certo peso, a cui spesso, purtroppo, non si è fatto caso. In poco più di quattro anni si è passati dalle 88 unità – dato del 2013 – a 176 – dato del 2015 e, infine, a 317 – dato del 2017 (comprensivo di 295 beni immobili e 22 aziende).

L’aumento dei beni confiscati in Veneto ha molteplici ragioni: ad esempio la chiusura di procedimenti di confisca iniziati anni addietro e la possibilità di confiscare un numero sempre maggiore di beni anche a chi si macchia di altri gravi reati oltre quello mafioso, grazie alle nuove normative.

Normativa attuale

Nell’ordinamento giuridico italiano il contrasto patrimoniale alla criminalità organizzata nello specifico e in generale al sistema del malaffare appare ormai il più efficace strumento d’azione. Tuttavia la legislazione nazionale è il frutto di un susseguirsi di norme elaborate in tempi e modi diversi, spesso in contesti emergenziali, che ancora mancano di una pianificazione adeguata e che hanno prodotto risultati non sempre soddisfacenti. Si pensi soprattutto alle modalità di assegnazione e di gestione dei beni confiscati, per cui ancora non c’è chiarezza e trasparenza.

Brevemente, si è passati dalla legge n. 575 del 1965, alla legge 13 settembre 1982, n. 646, cosiddetta “legge Rognoni-La Torre”, e poi alla legge n. 282 del 1989 e al decreto legge n. 306 del 1992, istitutivo delle confische ex articolo 12 sexies, dopo la morte di Falcone e di Borsellino (decreto legge n. 356 del 1992, convertito dalla legge n. 356 del 1992).

Nel 1996 si è approvata la legge 7 marzo 1996, n. 109, che ha consentito l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Nel 2011 è stato emanato il decreto legislativo n. 159 del 2011, in vigore dal 15 marzo 2012. Nel 2012 è stato emanato il decreto legislativo n. 218 recante “disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo n. 158 del 2011 e nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia“.

Con la legge di stabilità 2013 (legge n. 228 del 2012) si è prevista la competenza dell’Agenzia per tutti i reati indicati nell’articolo 12-sexies, legge n.356 del 1992.

Non esiste ancora una catalogazione esaustiva dei beni confiscati in Veneto.

Le cause di quelle che a tutti gli effetti risultano essere delle incongruenze sono molteplici. In primo luogo non esiste un’informazione di base uniforme, manca una condivisione di informazioni, i dati sono in continuo aggiornamento e spesso vengono corretti in corso d’opera, anche quando sono già apparse le notizie sui giornali. Basti pensare che il sito dell’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC) riporta ancora il dato aggiornato al 30 settembre del 2015 di 176 beni confiscati in Veneto. Stando invece al progetto partecipativo Confiscati Bene, i beni confiscati in Veneto risultano 317 – dato aggiornato al 21 maggio 2017.

In secondo luogo la reperibilità degli stessi dati risulta essere quanto mai problematica. Anche in questo caso, le motivazioni sono varie:

  • la mancanza di un organo regionale con compiti di supervisione e organizzazione; la possibilità che i provvedimenti di sequestro e confisca possano provenire da Tribunali o Procure di altre regioni;
  • il fatto che solo di recente si sta procedendo all’informatizzazione dei dati, prima cartacei;
  • problemi di natura catastale che ad esempio riguardano l’esatta ubicazione dei beni immobili – può capitare infatti che nei documenti manchi l’indirizzo o il numero civico di un edificio;
  • una complessa catalogazione dei beni, suddivisi per numerose categorie e sottocategorie;
  • l’intestazione dello stesso bene a più persone (spesso infatti la confisca può colpire un bene intestato a più persone, nella maggioranza dei casi i parenti stretti del soggetto incriminato);
  • mancata trasmissione dei dati agli enti territoriali di competenza – per lo più i Comuni – che in qualche caso non sanno di avere un bene confiscato nel proprio territorio;
  • o, semplicemente, l’uso improprio a livello giornalistico dei termini “sequestro” e “confisca” che generano in chi si appresta a fare ricerca.

Queste appena elencate rappresentano le cause principali delle difficoltà nel reperire dati certi, ma mostrano come chi voglia far luce sui beni confiscati in Veneto o altrove, si addentri letteralmente in un mare assai profondo, con la non tanto remota possibilità di sollevare il coperchio al vaso di Pandora.

ESPLORA LA MAPPA DEI BENI CONFISCATI IN VENETO

Quanti sono i beni confiscati in Veneto?

Il lavoro che riportiamo nella mappa è stato svolto sui dati ufficiali pubblicati sul sito dell’ANBSC, aggiornati al 30/09/2015: 171 beni immobili e 5 aziende. Per un totale di 176 beni confiscati. A questo numero, un’ottima base di partenza, vanno aggiunti quei beni confiscati di recente (per cui la confisca potrebbe non essere ancora definitiva), dati tratti sia da notizie giornalistiche sia dal sito Confiscati Bene e che fanno salire le confische a 317 (dato del 21 maggio). E proprio intrecciando tali dati, si evince una non sufficiente ed esaustiva completezza degli stessi.

Ci riferiamo, ad esempio, a Villa Rodella, confiscata a Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto e due volte Ministro della Repubblica, ai due immobili e un terreno confiscati a Treviso alle famiglie di etnia rom Hudorovich e Baricevic o a quei beni sottratti all’imprenditore edile Giuseppe Faro (ritenuto dalla DIA di Catania, elemento contiguo alla famiglia mafiosa La Rocca, alleata dei Santapaola).

Per quanto riguarda quest’ultimo caso, ad esempio, sono stati posti i sigilli a due appartamenti in via della Croce Verde n. 22 e 23, ad Albignasego, e un appartamento in via Sopra Castello a San Zenone degli Ezzelini nel trevigiano. Ma tali beni non risultano confiscati e pare siano stati desequestrati.

Al contrario, risultano confiscate le quote societarie della Ediladriatica s.r.l. (Via Marconi a Cona, Venezia), della Teolo Residence (Via Croce Verde 24, Albignasego), della 3MG Immobiliare (Via Cavour n.3 Albignasego) e del 100% della Edilguizza (Via Guizza, Padova).

Beni confiscati in Veneto simbolo del malaffare 

Il maggior numero di beni immobili confiscati in Veneto è situato nelle provincie di Venezia, Verona e Padova, a seguire le provincie di Belluno, Treviso, Vicenza e Rovigo. Dietro questi beni si nascondono vicende spesso poco conosciute ma simbolo di una più grande storia, quella criminale del Nord-Est, una storia trentennale che volontariamente o meno è stata dimenticata.

I primi immobili confiscati risalgono alla metà degli anni Ottanta. Furono confiscati nel 1984 dalla Procura della Repubblica di Padova a tale Favero Gianfranco tre appartamenti e un box auto.

Dagli anni Novanta, invece, è iniziata la stagione delle grandi confische, per lo più terreni e case, nei confronti di Felice Maniero e di alcuni uomini della sua mala, la famigerata Mafia del Brenta. Ma anche nei confronti di criminali dediti al traffico di stupefacenti nel veronese, nel trevigiano, nel padovano e nel rovigotto. A guardare i cognomi dei soggetti a cui sono stati sottratti questi beni, si capisce che non sono solo i mafiosi a compiere determinate e gravi tipologie di reato, ma anche persone locali, attirate dalla possibilità di compiere facili guadagni in poco tempo.

Il reinvestire il proprio denaro nell’acquisizione di ville e terre rappresenta l’inizio di una vita agiata in cui l’abitazione di proprietà diventa sinonimo di lusso e opulenza, in perfetto stile para-mafioso, come nei film di gangster.

Ecco che allora troviamo case con marmi pregiati o pomelli in oro. Ma se da un lato qualche criminale si arricchisce, dall’altro i cittadini comuni si ritrovano investiti dai fiumi di droga che inondano i loro paesi. Cocaina ed eroina che circolano nel Nord-Est aumentano il numero di tossicodipendenti e, a volte, anche delle morti causate dall’overdose.

Negli ultimi anni invece, a partire dal Duemila, sono aumentate le confische nei confronti di cittadini, anche stranieri, dediti a più tipologie di reato – dall’associazionismo di stampo mafioso al reimpiego di capitali illeciti in attività legali, dal traffico di stupefacenti alla corruzione.

In ogni provincia della Regione è possibile individuare almeno un bene immobile confiscato diventato simbolo della lunga storia criminale veneta. Ad iniziare da Verona e in particolare a Erbè, dove si è scelto come esempio la proprietà (nella foto in alto a destra) sottratta a Roberto Patuzzo, trafficante di droga, a cui agli inizi degli anni Novanta furono confiscate la villa, diventata oggi sede dell’Ulss di Villiafranca di Verona per ospitare ragazzi con problemi psichici, un terreno in cui stava per essere edificato un agriturismo e che oggi è diventato la base scout Tartaro-Tione1 e un edificio che un tempo era la rimessa per i cavalli.

Ma troviamo anche altri beni di un certo interesse storico-criminale, come la villa a San Giovanni Lupatoto, confiscata dal Tribunale di Verona nel 1995 a Tomba Rainero, implicato nella Turchia connection e oggi sede dell’associazione “Amici del Tesoro” e centro di accoglienza diurno per ragazzi con disabilità.

O la villa confiscata a Oppeano a Pozza Luciano, legato alla malavita della bassa veronese e arrestato di recente nel 2011 per traffico di stupefacenti, i cui locali sono utilizzati per un asilo nido.

E ancora gli immobili confiscati a Nogara ad Antonio Galasso, camorrista dell’omonimo clan inviato in soggiorno obbligato proprio nel veronese nel corso degli anni Ottanta, e i 24 appartamenti del residence La Ferlina a Verona sottratti a Salvatore Cannizzaro, arrestato per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione.

Nel veneziano il bene immobile simbolo più importante è sicuramente la villa (nella foto a sinistra) che apparteneva a Felice Maniero, a capo della Mafia del Brenta, a Campolongo Maggiore. La villa di Maniero, che comprendeva anche una piscina e un campo da tennis, è oggi nominata “Villa Affari Puliti” e sede di più enti. Molti dei beni immobili confiscati in provincia di Venezia appartenevano ad affiliati alla Mafia del Brenta.

Di recente sono stati sottratti altri immobili anche a Michele Pezone, ritenuto legato al Clan dei Casalesi e conosciuto dagli investigatori veneti per estorsione ed usura, Fabrizio Perrozzi, condannato per associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale (ma i suoi beni che risultavano confiscati nel 2015, non risultano fra i dati attuali nonostante le cronache giornalistiche riportino notizia di una confisca divenuta definitiva), e Ferruccio Pozza, condannato per droga.

È nel padovano il bene immobile confiscato dal più alto valore sul mercato del Nord-Est. Si tratta di Villa Pasqualigo-Pasinetti-Rodella (nella foto sotto a destra) o più semplicemente Villa Rodella, sottratta a Giancarlo Galan, ex Governatore della Regione Veneto e già Ministro dell’Agricoltura e Ministro della Cultura, coinvolto nello scandalo del Mose di Venezia.

L’abitazione è una villa veneta risalente al 1500 e, secondo la magistratura, sarebbe stata ristrutturata con i soldi pubblici usati per le tangenti del Mose.

Eppure la villa, nonostante più degli altri beni immobili dovrebbe spettare quasi di diritto ai cittadini, è stata destinata all’asta per saldare il mutuo con Veneto Banca, dopo che Giancarlo Galan, prima di andarsene, aveva distrutto i sanitari e alcune fontane – come fanno di solito i mafiosi per rendere le proprietà inutilizzabili – salvo poi provvedere a risistemarli.

Nella provincia di Belluno il bene immobile confiscato e simbolo del malaffare era addirittura un albergo, l’hotel San Martino, costruito abusivamente sul Nevegal e di proprietà di Enrico Nicoletti, detto “il Secco”, cassiere della Banda della Magliana.

Anziché condonarlo e provvedere alla sua ristrutturazione (e poi destinarlo ad uso sociale o commerciale), si è preferito abbatterlo.

Non si potrà fare allo stesso modo con l’attico confiscato a Sappada, di recente, ad Angelo Balducci, dirigente pubblico con incarichi molto importanti, coinvolto nell’inchiesta del G8 a La Maddalena e condannato per corruzione aggravata.

A Badia Polesine, in provincia di Rovigo, troviamo invece la Villa Crocco-Valente. Si tratta di una villa storica (nella foto qui sotto) confiscata dalla Procura della Repubblica di Verona a seguito delle misure penali nei confronti di Anna Ravagnani, Alessandra Ferrari e Francesco Ferrari, coinvolto nella Turchia Connection.

Annessi alla villa ci sono anche un terreno agricolo e uno edificabile. Il bene è stato dato in gestione al comune che inizialmente non ha trovato fondi a sufficienza per poter affrontare le spese di restauro e messa a norma dell’edificio. Solo di recente si è riusciti a rendere fruibile la villa come bene comune e destinarla a più associazioni. L’inaugurazione, infatti, è avvenuta il 10 maggio 2016.

Nel trevigiano è la villa della famiglia sinti Hudorovich il bene immobile più importante, confiscato in base alla normativa antimafia e sito a Paese, in via della Liberazione. Essa è ritenuta il reinvestimento di dieci anni di reati, molti dei quali truffe e rapine.

Mentre nel vicentino i beni confiscati dal più alto valore economico sono quelli di Antonio Serino, pregiudicato napoletano ma residente a Bassano del Grappa, con condanne per ricettazione e tentata estorsione. Serino è stato oggetto della confisca di beni, acquisiti illecitamente, per un valore complessivo di 1 milione di euro, causa sproporzione col reddito dichiarato.

Quale futuro?

Solo per alcuni dei beni confiscati in Veneto  è stato possibile conoscere l’utilizzo che ne è stato fatto, per altri invece no. Di certi si è persa traccia – spesso quelli confiscati negli anni Novanta del Novecento. Per alcuni addirittura è ancora difficile capire l’esatta locazione, mancando il numero civico.

Anche le storie di questi beni confiscati in Veneto devono essere completate, poiché per alcuni proprietari non si è riusciti a risalire alle inchieste e ai processi che li coinvolgevano e quindi a capire di quali reati si fossero macchiati.

Occorre fare luce sul patrimonio di cui disponiamo per non lasciare che ritorni nelle mani della criminalità, perché non cada nel dimenticatoio, come è accaduto per le storie dei protagonisti di queste vicende.

Soprattutto, occorre sapere che i beni confiscati in Veneto ci sono perché c’è stata la mafia, ci sono le mafie, ci sono individui che si sono macchiati dei più gravi reati contro i cittadini. In un processo sociale, civile e democratico, oltre che necessario è anche doveroso coinvolgere le comunità locali per prendere coscienza, per costruire strade della legalità che siano cosa vostra e non solo di pochi.

A cura dell’Associazione Cosa Vostra

Per la stesura dell’articolo si ringrazia Francesco Trotta.

Immagini di Villa Affari Puliti e della Base Scout Tartaro-Tione1 di Marta Bigolin. Tutti i diritti riservati.

Immagine in copertina realizzata da Matteo Possamai. Tutti i diritti riservati.

Per l’utilizzo dei contenuti si prega di contattare l’associazione.