La fine di Salvatore Lo Piccolo. Il Barone dietro le sbarre

Il 5 novembre del 2007 la Catturandi traccia una definitiva e gigantesca x sopra il nome di uno dei più pericolosi e ricercati boss latitanti di Cosa Nostra: Salvatore Lo Piccolo, soprannominato “Il Barone”.

Inizialmente guardaspalle ed autista di Rosario Riccobono, padrino del mandamento di San Lorenzo, Salvatore Lo Piccolo compie una carriera criminale in ascesa, arrivando a diventare stretto collaboratore dei capi corleonesi Riina e Provenzano. Successivamente, con l’arresto di quest’ultimo, Lo Piccolo assurge a vertice mafioso di spessore sul territorio palermitano, contemporaneamente a Matteo Messina Denaro nel trapanese.

Negli ultimi anni, prima dell’arresto, Salvatore Lo Piccolo aveva intessuto rapporti stretti con gli Stati Uniti, in particolare per quanto riguardava il traffico di droga. Fu, infatti, uno degli artefici del riavvicinamento della mafia siciliana con quella italo-americana.

In America si trovavano i sopravvissuti della seconda guerra di mafia e alcuni di loro, considerate persone sgradite dal governo americano, erano state costrette a tornare in Sicilia, rischiando perciò di causare nuovi spargimenti di sangue. Ma gli “scampati”, insieme a Salvatore Lo Piccolo, erano anche i possessori del know-how per trafficare eroina e cocaina.

Insieme a lui, il 5 novembre 2007, viene arrestato il figlio Sandro. Nonostante la giovane età, Sandro Lo Piccolo era al vertice della gerarchia criminale, sempre nei campi dello spaccio di stupefacenti e delle estorsioni.

La fine della carriera criminale di Savatore Lo Piccolo avvenne in una villetta a Giardinello, nei pressi di Montelepre. Lo Piccolo incontrò il figlio e due latitanti, Gaspare Pulizzi e Andrea Adamo, reggenti rispettivamente delle famiglie di Brancaccio e Carini per una riunione tra boss.

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Sandro Lo Piccolo mentre saluta il padre Salvatore

La Mobile, che catturò anche Bernardo Provenzano, grazie alla preziosa testimonianza del pentito e fiduciario di Lo Piccolo nelle estorsioni, Francesco Franzese, riuscì a rintracciarli ed arrestarli.

Ti amo” furono le parole che uscirono dalla bocca del figlio del “Barone”, in lacrime, indirizzate al padre. Un “ti amo” diverso da quello che un figlio mosso da un amore profondo istintivamente dà al proprio padre: una frase così bella che in questo contesto fa rabbrividire. Si è consapevoli del legame puramente criminale e d’affari, senza il quale Lo Piccolo non avrebbe riconosciuto il figlio come tale.

Questo è un chiaro esempio negativo di cosa deve fare un figlio di un mafioso affinché ottenga l’amore (malato) del padre e di quanto il contesto familiare possa influenzare la vita, portando a volte all’autodistruzione. E si verificano fenomeni di mitizzazione delle carriere mafiose e del ruolo di capomafia, frutto anche dell’intervento di fiction più o meno recenti.

Nella zona controllata dai Lo Piccolo, che abbracciava San Lorenzo, Isola delle Femmine, Villagrazia di Carini, Partanna Mondello, i due boss erano ritenuti degni di stima ed ammirazione, ideali di uomini che avevano raggiunto la meta costituita da soldi, potere, donne ed “onore”.

I.M.D., poliziotto che con i suoi stessi occhi ha osservato la sconfitta di Provenzano, di Lo Piccolo e di tanti altri e con le sue stesse mani ha messo loro le manette, scrive: “Sandro Lo Piccolo, giovane, ricco, elegante e potente, allo Zen è considerato alla stregua di un divo della canzone, con la differenza che il secondo canta, mentre il primo spara”.

Nel Medioevo il barone era un grande feudatario, dotato spesso di larga autonomia: l’etimologia del termine infatti significa “uomo libero, guerriero”.

Salvatore Lo Piccolo, proprio come un barone, ha goduto di libertà e potere, ha combattuto la sua guerra nell’inganno e nell’odio. Ora, nel buio delle carceri di Opera al 41bis – proprio come l’oscurità che ha segnato tutta la sua esistenza – contempla l’assenza di una vita che non ha mai vissuto.

Emanuela Braghieri

Emanuela Braghieri (Associazione 100%InMovimento) – Cosa Vostra

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