Paolo Borsellino e il diciannove luglio millenovecentonovantadue

Era il diciannove luglio millenovecentonovantadue. “Ci fu u buottu, u sentisti?“. C’era stato quel boato sordo a Palermo centro che aveva come fermato tutto per un attimo. “Ammazzarunu un cristianu“.

Erano le prime parole che, poi, si levarono nell’aria e percorsero le vie della città con la stessa velocità con cui la colonna di fumo scaturita dall’esplosione si era propagata verso il cielo. Mancavano due minuti alle cinque del pomeriggio.  “Minchia muriu Borsellino“. Punto.

Paolo Borsellino è diventato un tutt’uno con quella data, con il nome di Via D’Amelio. Con il citofono, con le auto, con l’asfalto rovente, con le membra sparse. Resti.

Paolo Borsellino, prima, era un tutt’uno con quella sua sigaretta perennemente accesa.

Era un tutt’uno con Giovanni. Sarà che sono morti ammazzati a poche settimane l’uno dall’altro. Era un tutt’uno con quell’immagine di una Palermo che l’aveva rinnegato, che l’aveva osannato. Era un tutt’uno, Paolo, con quella Sicilia di frasi da affermare con strenua veemenza e altrettante da non pronunciare.

Era una Sicilia di immagini e di odori forti. Di brioche con il gelato e giochi. Di palloni leggeri che sbattevano ripetutamente tra le portiere delle auto. Di cestini da “calare” dal balcone per comprare il pane dal vecchio che percorreva con l’Ape cross vie strette e piene di buche, con la stessa maestria e noncuranza di un pilota di rally.

C’era quel treno, quello che partiva da Venezia. Lo chiamavano “Freccia della Laguna”, in maniera spudoratamente sarcastica. Arrivava in Sicilia. Fino a Palermo. Prima, a Villa San Giovanni, ultimo avamposto del “continente”, il treno veniva scomposto. Poi, a Messina, ri-assemblato.

Quindici o sedici vagoni in tutto. Una volta superato lo stretto e fuori dal ferry boat, alcune carrozze ripartivano verso occidente. Le altre venivano mandate giù, verso Catania. I passeggeri abituali, quelli che avevano instaurato col treno un rapporto d’amore e d’odio, lo chiamavano feccia.

Non arrivava mai quel treno. Per partire, partiva. Anche in orario, di sera, il caldo che iniziava a pesare sull’acciaio lo sentivi dopo, sulla pelle, quando le gocce di sudore iniziavano a colare piano, dalla fronte verso le labbra.

Di sera verso le sette. Lunghe orde di parenti salutavano, con mani tese, lacrime e sorrisi – “Chiamami quando arrivi” – Già. Il problema era quel quando. Verso le nove la stazione di Bologna. Ancora le luci dei lampioni. Poi il buio. Si sentiva solo quel “cof-cof” continuo, un ritmo noioso ma rassicurante, ripetuto milioni di volte. Era il treno che viaggiava. Sembrava veloce e inarrestabile, si sentiva l’Italia che cambiava. E la Sicilia lì, a portata di mano.

Quando il treno arrivava più o meno in orario a Villa San Giovanni, verso le dieci del mattino seguente, c’era ancora speranza di non accumulare troppo ritardo. Altrimenti lo sguardo dei passeggeri iniziava a mutare.

Fronti rugose aggrottate. Scure. Sguardi rassegnati. Era su quell’unico binario che il “Freccia” si guadagnava il soprannome di feccia. Dava la precedenza a tutti gli altri treni. Anche ai tanto vituperati regionali. E quel treno che partiva da Venezia finalmente arrivava a Palermo, con due, quattro, una volta addirittura nove ore di ritardo, causa incendio – così qualcuno vociferava – in una delle tante gallerie poco prima di Santo Stefano di Camastra.

C’erano i muri gialli alle porte della stazione, porte infinite. Bagheria. Mattoni in tufo. E lenzuola stese ovunque. E macchine, tante macchine ferme ovunque, che si scorgevano velocemente dal finestrino del treno.

Pali di fico d’india che erano diventati arbusti cadenti sui binari. I carrelli in stazione, tanti, su cui posare i bagagli, tanti, ancora di più dei carrelli. E nuove orde di parenti. Con mani tese. Lacrime e sorrisi. In più c’erano i parcheggiatori abusivi. Quelli a cui bisognava dare 500 lire. Che in una giornata come minimo tiravano su due o trecento mila. Figuriamoci al mese. E ovviamente non c’erano tasse da pagarci sopra.

Tutto era Palermo. Tutto era dannatamente Palermo

Era domenica. Il diciannove luglio millenovecentonovantadue. Sei anni, nonni che viziavano nipoti che non vedevano dall’anno prima, che venivano da lontano. Lacrime, abbracci e sorrisi.

Era una festa l’estate. La paura dell’acqua si vinceva buttandosi dentro il mare, una pozza alta poco più di un metro che sembrava l’oceano. “Sbatti i piedi! Che altrimenti affoghi“. Così veniva appresa la prima tecnica rudimentale di nuoto per stare a galla. C’era il coppo per pescare le “lappane”, piccoli pesci di scoglio.

C’era quell’elicottero che sorvolava la montagna. Mentre le teste ruotavano veloci, tra il mare e il cielo chiaro. In realtà c’erano tanti elicotteri che si davano il turno, ma per molti di quei bambini radunati a terra era sempre lo stesso. Era blu scuro l’elicottero. Volava basso. E i bambini urlavano, fino a perdere la voce: “Corda! Corda! Corda!“, come se chi stava all’interno dell’abitacolo davvero avesse potuto sentire. Quale fosse il significato i più non lo sapevano. Era l’elicottero dei Carabinieri.

Qualche volta, invece, le parole erano altre: “Cornuti!“, oppure ancora “sbirri!“. Sì, erano sbirri in tono dispregiativo. Cornuti e sbirri. Grida forti e poi bisbigli, risate a denti stretti, il tutto accompagnato da facce abbronzate e occhiali da sole: “Minchia ora ci vengono a prendere“.

Quella domenica, il diciannove luglio millenovecentonovantadue, l’estate era continuata comunque. Tra elicotteri che volavano alto sulla città alla ricerca di chissà quali colpevoli e sirene spiegate. La sera le immagini e i commenti alla televisione. Ecco, quel giorno comunque qualcosa era cambiato. C’era più silenzio del solito. Anche a messa. Ventilatori accesi e ventagli.

Muriu Borsellino” era la frase che più veniva ripetuta e si disperdeva tra le vie di Palermo come il fumo dell’esplosione di qualche ora prima.

L’indomani sarebbe stato il venti luglio. A Palermo come ovunque l’estate continuava con le sue immagini, le sue parole, i suoi odori. Il giorno prima, intanto, era stato ammazzato un giudice.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato l’11 luglio 2017)

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