Paese immaginario e Paese reale. Quando Italo Calvino raccontava la nostra corruzione

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. […] Chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia”, scrive un giorno Italo Calvino, non per ricamare la trama fantomatica di una delle sue città invisibili, ma elaborando una parodia dalla sostanza più reale di quanto, forse, sia nelle intenzioni dell’autore. Trent’anni dopo, la descrizione del paese corrotto non appare meno calzante agli occhi di chi sa osservare.

Il 21 giugno 2017 l’Ansa pubblica un articolo riguardo la situazione di un palazzo nel quartiere Japigia di Bari. Qui si sono verificati ben 27 casi di tumore dal 99, otto dei quali ancora in corso. I residenti sospettano che non si tratti di una coincidenza: in parte è stata incolpata una vicina collina, ex discarica coperta, in parte si crede nella presenza di una sostanza tossica nel palazzo stesso o nelle sua fondamenta.

Non che mancassero leggi”, ironizza Calvino. In Italia, la legge n° 257 del 12 marzo 1992 sancisce il divieto dell’utilizzo di amianto in edilizia e prescrive la bonifica di siti che lo contenessero precedentemente. Come scrive la dottoressa Gilda Zennaro nell’opuscolo “La normativa in materia d’amianto”, pubblicato dalla testata giornalistica online “Diritto all’Ambiente”: “Il DPR 8/8/94 dispone che il censimento degli edifici con presenza di amianto libero […] o in matrice friabile è obbligatorio per il edifici pubblici, i locali aperti al pubblico e di utilizzazione collettiva ed i blocchi di appartamenti”. D’altra parte, l’articolo 183 del decreto legislativo 152/06 rende obbligatorio lo smaltimento di rifiuti pericolosi ai sensi di legge, in discariche che presentino le caratteristiche adeguate o secondo altre modalità. La discarica del quartiere Japigia, seconda sospetta, fu chiusa, ma i rifiuti lì giacenti non furono rimossi: ci si limitò a nasconderli sotto un tappeto verde nel 1999. Che le esalazioni mortifere provengano dalla rigogliosa collina del parco Ecopoli o dalla struttura del palazzo in via Archimede 16, il risultato non differirebbe: le responsabilità sarebbero pesanti e poco chiare in entrambi gli scenari.

Il caso del palazzo del quartiere Japigia potrebbe rappresentare solo la più tragica tra le conseguenze conosciute di un dilagante abusivismo e di un diffuso clima di illegalità e di elusione delle norme che si continua a respirare in Italia, anche in assenza di vere e proprie organizzazioni mafiose. Il “palazzo della morte” è forse simbolo estremo di una tendenza più generale e capillare e che sembra attestarsi, con le dovute eccezioni, con maggiore insistenza nel meridione della Penisola. In una concatenazione di piccoli e grandi misfatti, si va dai grandi ecomostri e dagli appalti pilotati all’impiegato pubblico che timbra il cartellino per andare a trascorrere la mattinata in palestra all’ignaro elettore che fotografa la scheda in cabina elettorale. Proprio come nel paese corrotto di Calvino, non c’è un vero colpevole, ma tanti piccoli atti che presentano persino una certa coerenza interna (in termini di illegalità, naturalmente).

Le cosiddette lobbies hanno origine da realtà e tendenze culturali ben più disomogenee e pervasive di quanto saremmo abituati a credere. Si tratta, in breve, di quanto affermato nel termometro sulla corruzione presentato dal think tank Riparte il Futuro nel maggio scorso. Non solo appalti o abusivismo: il nodo tra politica e imprenditori o costruttori più o meno collusi con la mafia è semplicemente un punto d’arrivo, termine ad quem di un processo ben più radicato. In profondità giace il clientelismo. In tutti i Paesi, il suo livello è direttamente proporzionale a quello di corruzione.

Un altro esempio: nel 2015 il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, invocò l’istituzione di un concorso pubblico per le assunzioni presso l’ARIF, l’agenzia regionale delle attività irrigue e forestali, esprimendo contestualmente un dubbio sulla liceità delle assunzioni effettuate precedentemente. Serpeggiava il sospetto che il personale fosse reclutato grazie a una fitta rete di raccomandazioni e scambi di favori clientelari. Le assunzioni si susseguivano senza freno, a fronte di una società in perdita. Secondo Bari Repubblica, il buco finanziario nel 2016 ammontava a circa 16 milioni l’anno. Una situazione non senza conseguenze ambientali, visto che l’ARIF si occupa della salvaguardia dei boschi ma principalmente dell’irrigazione delle campagne che, pare, fosse soggetta a gravi disfunzioni. Una mala gestione che ricorda da vicino quella che affligge endemicamente molti reti ferroviarie locali, tra cui figura la celebre azienda pugliese Ferrovie del Sud Est. In tutti i casi, si tratta di società eminentemente pubbliche, o con una vasta partecipazione statale o regionale. Ed è pure pubblicamente che si concedono appalti o concessioni edilizie, o si chiudono entrambi gli occhi di fronte a casi di evidente abusivismo.

Qui il cerchio si chiude: politica ed imprenditoria locale sono intimamente unite e il loro anello di congiunzione risiede troppo spesso nel consenso popolare.

La domanda stringente è: si tratta di un consenso davvero libero? A cosa si deve il numero massiccio di assunzioni dell’ARIF? Le recenti elezioni, soprattutto nel microcosmo dei piccoli comuni, hanno portato alla luce davvero soltanto il risorgere di una dicotomia ideologica che si credeva perduta?

Senza azzardare ipotesi prive di fondamento ma lasciando sospesi simili interrogativi maliziosi, resta tuttavia lecito fare un piccolo salto di immaginazione. Si può sostenere che nel paese dei corrotti di Calvino la tentazione di alcuni di utilizzare la propria influenza economica, radicata sul territorio, per difendere quella stessa influenza, si coniughi alla perfezione con gli interessi particolari di una costellazione di individui gravitanti attorno a questi ignoti signori. Feudatari più o meno consapevoli, essi aggirerebbero tanto le regole non scritte del libero mercato quanto quelle della buona politica. Del resto, se non sono scritte, non sono regole. Una volta garantitesi libero raggio d’azione, potrebbe capitare che i più incauti tra essi infrangano qualche legge reale. Come un fiume carsico inquinato, l’illegalità scorre in profondità per riemergere soltanto di tanto in tanto, avvelenando campi e pozzi. “Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune”.

Ma quella di Calvino, del resto, era soltanto una fantasia carnascialesca, per sorridere malinconicamente e sorprendersi leggendo le impossibili storture di una società rovesciata. In cui, del resto, grazie alla sua grande coerenza interna e armonia, tutti “avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici (…) non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti”.

Carla Nassisi – Cosa Vostra

Immagini tratte da Google Immagini

Fonti:

http://www.osle.it/fondamenti-culturali/legalit%C3%A0-e-mezzogiorno-nell%E2%80%99italia-unita

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/27/corruzione-e-sprechi-non-solo-politici-e-imprenditori-ecco-le-storie-di-ordinaria-illegalita-che-minano-i-conti-dello-stato/3468277/

http://formiche.net/2017/05/25/corruzione-italia-report/

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”, Italo Calvino