Il padrino dell’antimafia. Antonello Montante e la borghesia mafiosa

Può un uomo che era “nel cuore” di un capo mafia, diventare un simbolo dell’antimafia? Può, a quanto pare; è il caso di Calogero Antonio, in arte “Antonello”, Montante.

Partiamo sempre da una domanda fondamentale – che cos’è la mafia – e cerchiamo di trovare un’adeguata risposta rispetto a quello che ci troviamo davanti. É quello che ha fatto anche Attilio Bolzoni, giornalista che si occupa di mafia per Repubblica da oltre trentanni. Cronista di razza, ha dato fono alla sua sapiente penna da scrittore per pubblicare con Zolfo Editore l’ultima fatica: “Il padrino dell’antimafia. Una cronaca italiana sul potere infetto”.

Diciamolo subito – per gli amanti dei volumi che parlano di mafiosi sanguinari, malavitosi pluriomicidi tutti coppola e lupara – che questo è un libro che rifugge dagli stereotipi e dalla vecchia immagine della Cosa Nostra degli anni Ottanta e inizio Novanta. Ma è un testo che racconta una storia di mafia, quella vera, quella che insegue il potere per il potere, la ricchezza per avere ancora più ricchezza, il timore (altrui) per incuterlo ancor di più, estromettendo e facendo terra bruciata attorno a chi non si allinea al “sistema”.

Una vicenda che parte dalla Sicilia e precisamente da un piccolo comune dell’isola, Caltanissetta, e arriva fino alle stanze che contano – quelle che stanno a Roma – e nei quartieri della finanza più irraggiungibile (per i più). E il protagonista di questa vicenda – che non è ancora conclusa dal punto di vista processuale e quindi è sempre d’obbligo usare il condizionale – è un imprenditore o meglio un meccanico oppure ancora il paladino della legalità di Confindustria (il principale ente che rappresenta gli industriali italiani): Calogero Antonio Montante, detto Antonello.

Il libro di Attilio Bolzoni ricostruisce con dovizie di particolari e mirato humor miscelato, in certe sue parti, a momenti di stupore, sconforto e curiosità che emergono tanto nell’autore che nell’attento lettore. Perché la storia “siciliana” di Montante – che non è ancora passata ma ha sicure propaggini nella nostra più recente attualità – svela e cerca di far comprendere quei meccanismi di potere che governano l’Italia, senza mai cadere in dietrologie ma volendo focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti. E il primo, forse più importante dal punto di vista sociologico, è quello di una rete mafiosa in cui i mafiosi restano solo sullo sfondo. Per rispondere alla domanda iniziale – che cos’è la mafia – occorre tornare indietro nel tempo e riflettere su quanto diceva l’On. Pio La Torre: “La mafia è un fenomeno di classi dirigenti”.

Tenendo a mente questa affermazione, si comprende la rete in cui emerge la figura di Antonello Montante, con accanto altri pezzi da novanta dell’establishment siciliano, come Ivan Lo Bello e Giuseppe Catanzaro, politici di lungo corso, come Totò Cuffaro, Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, governatori della Sicilia, Giuseppe Lumia, già presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Angiolino Alfano e Renato Schifani, Ministri della Repubblica. Ma nella rete – che come abbiamo visto dai pochi nomi appena elencati, ma ce ne sono molti altri, era (o forse è) un qualcosa di trasversale, proprio come mafia comanda – la figura e il potere di Antonello Montante emergono come protagonisti di un sistema oliato e congeniale ai più, in cui tante altre persone – giornalisti, politici, imprenditori, magistrati, poliziotti, finanzieri e carabinieri (a proposito, attorno a Montante era stata creata una struttura di intelligence privata con funzionari pubblici in grado di spiare e creare dossier su tutti) – erano parte di una macchina in cui, alla fine, lo stesso Montante non può essere il solo ideatore. Pare più un “pupo” che un eminenza grigia. Sarà per quell’italiano stentato o quel ciuffo rigorosamente calante sul lato, come descritto da Attilio Bolzoni quando lo incontra la prima volta, ma anche perché quello stesso imbuto di potere in cui sguazza Montante, alla fine, quando l’inchiesta a suo carico diventa pubblica e, poco dopo, viene arrestato, rigetta lo stesso Antonello, come l’anello debole della catena.

Non mancano polemiche e momenti di forte tensione che colpiscono il mondo della cosiddetta antimafia sociale e in particolare con l’associazione Libera e il suo maggior esponente, Don Luigi Ciotti. Ma quanto scrive Attilio Bolzoni va e deve essere letto come un invito a riflettere sui passaggi a vuoto, sugli errori e le sottovalutazioni commesse. Un invito per non far perdere la fiducia a chi ci crede ancora, al giovane popolo volontariamente impegnato nell’associazionismo. Ma anche un invito a non rispondere rinchiudendosi in se stessi.

Montante, vicino, tanto e troppo vicino a Cosa Nostra, era stato designato all’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati. Vi immaginate una persona del genere all’interno dell’ente che amministra il patrimonio tolto con fatica alla mafia, cosa avrebbe potuto fare?

Ecco allora che ritorna ancora una volta la domanda iniziale. E per rispondere, ricordiamo anche che la mafia si è sempre adattata al tempo e al contesto in cui agisce. E alla voglia di antimafia sbandierata e di legalità (più un termine vuoto che un valore, ultimamente), la mafia – quella del fenomeno delle classi dirigenti – ha risposto, non scontrandosi con l’antimafia, ma giocando di sponda.

L’uomo di Confindustria con delega alla legalità – occorre ribadirlo quello che (non) faceva Montante – è il nuovo “traggediatore”, un commediante sul più paradossale e importante palcoscenico italiano, quello del contrasto al crimine organizzato; alle sue spalle, come emerge nell’ultimo capitolo del libro di Bolzoni, gira tutto un altro mondo, quello che va da una probabile nuova organizzazione che non ha nulla di segreto ma ha tanti tratti in comune con le logge massoniche e che gestisce la “cosa pubblica” con il solito piglio da impresa privata per gli amici degli amici; ad una banca, Banca Nuova, controllata dalla Popolare di Vicenza di Gianni Zonin, che secondo il giornalista Paolo Mondani, sarebbe l’istituto di credito dei Servizi segreti. Coincidenza vuole che proprio Zonin, il banchiere vicentino, abbia una tenuta agricola per produrre vini proprio a Caltanissetta, lo stesso paese da dove proviene Calogero Antonio Montante, detto Antonello.

Lo stesso paese dove inizia questa storia tipicamente mafiosa, tipicamente italiana.

Francesco Trotta

Francesco Trotta – Cosa Vostra

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