“Non sarà la mafia a uccidermi”. Da Paolo e Agnese a Fiammetta Borsellino

A ventisette anni dalla Strage di via d’Amelio, Fiammetta Borsellino combatte per una verità che appare ancora troppo lontana. Da quella torrida estate ne sono già trascorse 27.

Il 19 luglio 1992 un’esplosione fragorosa in via Mariano d’Amelio, a Palermo, si porta via Paolo Borsellino.

Il ricordo del magistrato-eroe non è andato perduto nelle polveri del tempo: grazie all’impegno della società civile, si tenta di tenerne viva la fiamma. Una fiamma che divampa nel nome una delle figlie di Paolo, ancora in prima linea in una battaglia ad armi impari, quella per la verità.

Il 3 luglio 2018, Fiammetta Borsellino è infatti tornata a scagliarsi contro alcuni nomi. Sono quelli di magistrati e poliziotti coinvolti in alcuni dei processi che avrebbero dovuto chiarire le circostanze della strage. Fiammetta non cessa di sollevare dubbi sul modo di conduzione delle indagini: richiama alla mente carte mescolate, contraddizioni ignorate, piste destinate a perdersi in un tumulo di sabbie mobili.

Oltre ai metodi adottati in sede inquisitoria, Fiammetta denuncia l’ostinato tacere delle figure istituzionali che hanno popolato questa soap opera giudiziaria.

Un silenzio che raggela, se permane dopo la sentenza del 2017 della Corte d’Assise di Caltanissetta. Una sentenza che Fiammetta Borsellino definisce “non un punto d’arrivo, ma un solido punto di partenza”, come emerge in un’intervista di Rai Radio1.

Facciamo un passo indietro: nel 2017, la Corte d’Assise di Caltanissetta mette nero su bianco che nel caso Borsellino ebbe luogo “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana.

Si allega una motivazione di 1865 pagine, nella quale finalmente si riconoscono i profili inquietanti dei burattinai di un’opera di insabbiamento che i fratelli Borsellino definiscono “grossolana”.

La sentenza conduce alla condanna per calunnia di tutta una serie di falsi testimoni di giustizia, importanti pedine in mani istituzionali e mafiose. Tra le altre cose, getta una luce flebile sulla sparizione della celebre agenda rossa, scomparsa misteriosamente dalla scena del delitto, strappata al cadavere ancora caldo di Paolo Borsellino.

In questa vicenda la Corte d’Assise attribuisce un ruolo affatto marginale all’allora Commissario di Polizia Arnaldo La Barbera, oggi deceduto.

Dietro a queste scoperte, comprensibilmente, si celerebbe una verità ancora più dura da digerire sul ruolo dello Stato e di altri centri di potere nella strage di via d’Amelio.

È vero, c’è poca speranza, anche oggi, di sbrogliare una matassa così strettamente intrecciata, in quasi trent’anni di detti e non detti. Nell’elaborare supposizioni troppo ardite, si rischia di mescolare ancora una volta il vero con il falso: siamo ancora troppo lontani dalla verità.

Un indizio che si fatica a non a ignorare è contenuto nelle parole di Paolo Borsellino stesso.

A ventiquattr’ore dai fatti di via d’Amelio, Borsellino passeggiava senza scorta sul lungomare di Carini. Con lui, soltanto Agnese, sua moglie. “Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere”.

Queste parole esatte di Agnese furono messe a verbale in sede giudiziaria il 18 agosto 2009, preceduta da una frase: “ricordo perfettamente”.

Una nota amara, che dovrebbe ricordarci di restare all’erta, in questo tempo di fake news: molti siti e fonti riportano un’altra frase attribuita a Borsellino. Anche questa emergerebbe dal racconto di Agnese, che avrebbe aggiunto alle dichiarazioni di cui sopra il fatto che Paolo disse “la mafia non si vendica”.

Che Paolo Borsellino abbia o meno pronunciato questa frase resta indimostrato. Ciò che è certo, è che essa non figura tra le dichiarazioni ufficiali consegnate da Agnese alla Procura di Caltanissetta.

Che Paolo Borsellino sia morto di mafia non è in dubbio. La verità contenuta nella sua frase riguarda non tanto l’accaduto, quanto le sue condizioni di possibilità. Cosa Nostra voleva Paolo Borsellino morto: ma ad averlo condannato sono stati coloro che hanno lasciato che ciò accadesse.

Spesso, del resto, il criterio per tracciare una linea di confine tra mafia e Stato non è che un paio di occhiali che ci piace indossare per colorare la realtà.

Carla Nassisi

(Articolo originariamente pubblicato il 18 luglio 2018)

Carla Nassisi – Cosa Vostra

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