Mario Ciancio Sanfilippo. Il faccendiere che controlla l’informazione

Mario Ciancio Sanfilippo è uno di quelli che ha le mani in pasta un po’ dappertutto. Quelli cui è facile appioppare l’appellativo di “faccendiere“. Quelli che collezionano titoli perché sanno giostrarsi tra l’uno e l’altro incarico, hanno interessi vari e variegati, conoscono persone, stabiliscono contatti, comprano pezzi in qua e in là: di terreni, di patrimoni, di società.

Ciancio è membro, assieme alla figlia Angela, del consiglio di amministrazione dell’agenzia Ansa. In precedenza era stato presidente della Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG), ora affidata ad Andrea Riffeser Monti, del Gruppo Monrif. L’editore etneo è marginalmente coinvolto anche nel “sistema Giacchetto”: scoperto dalla Procura di Palermo, si tratterebbe della gestione di fondi pubblici, sin dal lontano 2006, giunti da Bruxelles o messi a disposizione dall’ente di formazione di proprietà della Regione Sicilia, il Ciapi, di cui Fausto Giacchetto, altro faccendiere, gestiva la comunicazione.

Lo smistamento dei fondi, i bandi di gara e la successiva assegnazione di appalti, nell’ambito di progetti per la promozione turistica, la sicurezza stradale, la pesca e l’agricoltura, non avrebbero seguito la normale prassi, ma sarebbero andati a beneficiare alcuni nomi e alcune società che ruotavano attorno al faccendiere Fausto Giacchetto, condannato ad un totale di 11 anni per maxi truffa all’Ue e per reati fiscali.

La Sicilia multimedia srl del catanese Ciancio riceve 900 mila euro dal “bancomat” Giacchetto nell’ambito di un contratto che coinvolge anche altre aziende per la promozione turistica generale della Sicilia.

Ciancio non è l’unico dunque. Ce ne sono di questi personaggi tra l’imprenditoria italiana. Si muovono sul filo dell’illegalità. Qualche volta, incautamente, vi sconfinano. E, qualche volta, vengono colti con le mani nel sacco. Il Tribunale di Catania su richiesta della Direzione distrettuale antimafia dispone, il 24 settembre scorso, il sequestro di beni pari a circa 150 milioni di euro ai danni di Ciancio.

«Il mio patrimonio frutto solo del mio lavoro, lo dimostrerò», il titolo che si legge sul giornale ereditato dallo zio, La Sicilia, di cui diviene direttore ed editore dal 1976. Ciancio si è dimesso dall’incarico e, con lui, il figlio Domenico, che ne era condirettore. A capo del quotidiano è ora Antonello Piraneo.

Tra i beni sequestrati a scopo di confisca, oltre al succitato giornale – distribuito e letto anche ben al di fuori della provincia di Catania, – la maggioranza delle quote in suo possesso della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, due emittenti televisive regionali, Antenna Sicilia e Telecolor, e 31 società, tra cui la Etis che stampa quotidiani di tiratura nazionale (La Repubblica, La Stampa) e regionale (La Sicilia, Giornale di Sicilia) – e la Simeto Docks, concessionaria di pubblicità e affissioni.

Non è però solo il suo “impero editoriale” ad essere stato intaccato: nell’elenco si trovano anche polizze assicurative, conti correnti – tra cui un conto mai dichiarato in Svizzera – quote partecipative in varie altre società e beni immobili. L’epopea giudiziaria che vede coinvolto l’editore etneo comincia nel 2007 con un’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa.

Cinque anni più tardi, nel 2012, viene chiesta l’archiviazione dell’indagine; richiesta respinta dal giudice dell’udienza preliminare Luigi Barone. Nel dicembre 2015 gli inquirenti chiedono il rinvio a giudizio per il faccendiere catanese ma trovano l’opposizione del gup Gaetana Bernabò Distefano. Dopo aspre polemiche da parte del presidente dell’ufficio gip di Catania, Nunzio Salpietro, la Suprema Corte di Cassazione, nell’ottobre dell’anno successivo, annulla la decisione di proscioglimento disposta dal gup Distefano. E’ infine un terzo giudice dell’udienza preliminare, Loredana Pizzino, a decidere, nel 2017, per il rinvio a giudizio di Ciancio e a disporre la data di inizio del processo per il 20 marzo 2018. A difendere il “proposto” – così sono definiti gli imputati di fronte ai tribunali per le misure di prevenzione antimafia – sono Carmelo Peluso e Francesco Colotti. Quest’ultimo ha sostituito Giulia Bongiorno.

Le indagini ruotano attorno ad una serie di episodi e circostanze che sembrerebbero legare il nome di Ciancio alla mafia catanese, in particolare al clan dei Santapaola, i reggenti di Cosa Nostra dopo l’uscita di scena di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Ci sono investimenti immobiliari con fondi di dubbia provenienza, tra cui la costruzione del centro commerciale Auchan Porte di Catania, la cui realizzazione è affidata a Vincenzo Basilotta e Mariano Incarbone, entrambi indicati come uomini vicini a Cosa Nostra. Delle autorizzazioni per la costruzione si occupa lo stesso Ciancio, che ottiene la qualifica di edificabilità del terreno grazie ad una modifica al piano regolatore generale. Nell’affare emerge anche il nome di Raffaele Lombardo, ex presidente della Regione, beneficiario, nella trattativa, di una somma di denaro.

Nel giro di affari sospetti cui Ciancio partecipa anche il parco commerciale Sicily Outlet Village, in provincia di Enna. Ciancio è proprietario dei terreni e socio della Dittaino Development, società che avrebbe affidato agli stessi Basilotta e Incarbone parte dei lavori di costruzione.

Contemporaneamente a rapporti economici stabiliti con il braccio catanese di Cosa Nostra, che rende l’imprenditore-editore – con una dicitura mutuata da un’altra vicenda: “cinghia di trasmissione tra mafia e politica” – la proprietà dei mezzi d’informazione, tra cui canali televisivi, quotidiani, emittenti radio, suggellano quella che i pm definiscono “la pericolosità sociale” (anche se non attuale) di Ciancio, il quale, sempre secondo gli inquirenti, imponeva una linea editoriale favorevole alla mafia.

Determinante al fine di fermare la scalata di Berlusconi, è la vendita del 4.1%, nel dicembre 1989, delle azioni ordinarie – pari a 76 miliardi di lire – della società Arnoldo Mondadori Editore – che Ciancio aveva comprato anni prima, quando il Gruppo Editoriale L’Espresso navigava in solitaria, – a Carlo De Benedetti. Quest’ultimo, dal 1984, con il suo gruppo CIR (Compagnie Industriali Riunite) era azionista di maggioranza della Mondadori.

Nel 1988, il gruppo di Segrate aveva messo a segno l’acquisto del 51% delle quote di controllo de L’Espresso in mano ai due azionisti di maggioranza, Carlo Caracciolo – 9º Principe di Castagneto, 4º Duca di Melito – ed Eugenio Scalfari, fondatore, una decina di anni prima, del quotidiano La Repubblica. Nello stesso anno Silvio Berlusconi comprava le azioni del nipote di Arnoldo, Leonardo, diventando azionista di minoranza.

Nasceva così un contenzioso giudiziario che veniva risolto agli inizi degli anni ’90 con la separazione tra la sezione libri e periodici, che rimaneva sotto l’egida della Fininvest dell’ex Cavaliere di Arcore, e la sezione giornali, con L’Espresso e La Repubblica che restavano uniti con il nome Gruppo Editoriale L’Espresso, sotto l’egida della CIR di Carlo De Benedetti, azionista di maggioranza, e sotto la guida del presidente Caracciolo.

Da quella vicenda – e da quella vendita in particolare – secondo un articolo di Antonio Roccuzzo sul Fatto Quotidiano, Ciancio ne trae un chiaro beneficio editoriale, garantendosi il monopolio dell’informazione nell’area etnea, con l’assenza di un’edizione catanese de La Repubblica.

Emblematica – e qui, come del resto anche in altre circostanze, risulta lampante il ruolo di Ciancio nell’imporre una linea editoriale favorevole alla criminalità etnea – la pubblicazione di una lettera, nel 2008, di Vincenzo Santapaola, detenuto al 41 bis, sulla testata catanese di proprietà di Ciancio.

In quell’occasione, Claudio Fava, figlio di Giuseppe “Pippo” Fava, licenziato anni prima da Mario Ciancio e assassinato su ordine del padre di Vincenzo, Nitto Santapaola, nel 1984, si chiede: «Come ha fatto un capomafia ad aggirare l’ isolamento e farsi beffe della giustizia grazie alla disponibilità di un quotidiano? La sua lettera possiede un eclatante carattere intimidatorio: eppure il direttore Mario Ciancio non s’ è fatto scrupolo di pubblicarla, senza una riga di commento».

Ancora, nel 1982 la redazione de La Sicilia si impegna a mettere in cattiva luce l’inchiesta di Giovanni Falcone sul clan catanese dei Santapaola all’indomani dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Della morte del giornalista Pippo Fava, nel 1984, e del commissario di Polizia Beppe Montana l’anno successivo, non ne dà alcuna notizia il quotidiano etneo, che invece diventa “loquace” quando intende screditare, una decina di anni dopo, le rivelazioni di Maurizio Avola, pentito, il quale si auto-accusava dell’omicidio del direttore de I Siciliani.

Un altro episodio degno di nota che vuole mettere in luce il ruolo determinante di controllo dell’informazione e delle informazioni da parte di Ciancio, è la scenata di Pippo Ercolano, narrata da un collaboratore di giustizia, Angelo Siino, che si infuria con un cronista de La Sicilia, dopo che lo avrebbe dipinto come malavitoso.

E’ Ciancio stesso, in quell’occasione a intervenire per fare da paciere, con una tirata di orecchie all’incauto giornalista.

Chiudiamo con le parole del già citato Claudia Fava, Presidente della Commissione Regionale Antimafia, il quale, una volta appresa la notizia del sequestro dei beni a Mario Ciancio, si pronuncia augurandosi e invitando a restituire La Sicilia – ci piace qui forzare un equivoco verbale – ai cronisti “veri” e ai siciliani liberi.

Il sequestro del quotidiano La Sicilia nei confronti di Mario Ciancio diventi l’occasione per ribaltare la storia opaca di quel giornale e della sua direzione. Se vi sarà confisca, si affidi la testata ai giornalisti siciliani che in questi anni hanno cercato e raccontato le verità sulle collusioni e le protezioni del potere mafioso al prezzo della propria emarginazione professionale, del rischio, della solitudine”. E continua, “togliere non basta: occorre restituire ai siciliani il diritto a un’informazione libera, autonoma, coraggiosa. Lo pretende anche il rispetto dovuto agli otto colleghi uccisi dalla mafia e dai suoi innominabili protettori per aver difeso quel diritto contro ogni conformismo”.

Silvia Bortoletto

Silvia Bortoletto – Cosa Vostra

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