Maria Grazia Cutuli. Storia di una giornalista di Catania

Maria Grazia Cutuli nasce a Catania il 26 ottobre 1962. Nel 1986 comincia la sua carriera da giornalista, scrivendo per il quotidiano “La Sicilia”, per il quale si occupa di teatro. Parallelamente conduce l’edizione serale del telegiornale dell’emittente televisiva Telecolor International. Si trasferisce poi a Milano, dove inizia a lavorare per i mensili “Marie Claire”, eil mensile “Centocose”, e il settimanale “Epoca”.

Dopo quattro contratti a termine, nel 1999, viene assunta a tempo indeterminato nella redazione esteri del Corriere della Sera. La Cutuli infatti è una giornalista giovane e coraggiosa, con un grande desiderio dentro di sé: quello di andare “dove la terra brucia”, come ricordano i suoi colleghi.

Ed è così che inizia presto le sue inchieste in terre lontane: Bosnia, Congo, Sierra Leone, Cambogia; la sua penna non conosce limiti spaziali e fedele la segue ovunque. Sarà la sua ultima meta a risultarle fatale, l’Afghanistan.

Era il 15 novembre del 2001, i B-52 americani sganciavano tonnellate di bombe sui Talebani; li consideravano coinvolti nella Strage delle Torri Gemelle e l’Alleanza del Nord, sostenuta dagli Usa e dalla Nato proseguiva la guerra per liberare l’Afghanistan dalla loro presenza.

Intanto c’era il lavoro incessante dei giornalisti che provavano ad avvicinarsi a quelle zone difficili per ricavarne notizie di qualsiasi natura sul conflitto. Il giorno prima della sua morte, Maria Grazia aveva pubblicato sul Corriere un reportage su un deposito di gas nervino in una base abbandonata dai terroristi di Al Qaeda; sul suo computer annotava qualsiasi notizia riuscisse a carpire.

Si trovava con molti altri giornalisti a ridosso della frontiera, in Pakistan, a Peshawar. Erano di tante nazionalità – italiana, svedese, americana, francese, inglese, spagnola – ma l’obiettivo era comune. Il giornalista de La Stampa, Mimmo Candito, racconta i tentativi di travestimento, di mimetizzazione, che tutti loro mettevano in atto ogni giorno, con la caparbietà del giornalista d’inchiesta.

Ci racconta del superamento del Khyber Pass e di quell’arrivo a Jalalabd, appena liberata dai Talebani. Di come stavano rannicchiati nei sacchi a pelo, in una stamberga chiamata hotel, digitando come matti sulle proprie tastiere. Poi il trapelare di una notizia: anche Kabul è stata liberata dai Talebani; la ritirata dei “seminaristi” di Osama Bin Laden ha dato il via libera anche ai reporter, alcuni dei quali si sono già affrettati ad acquartierarsi a Nord della capitale; pronti a redarre i propri reportage direttamente dal centro politico del conflitto.

L’aria nella stanza si fa subito densa e piena di tensione: i giornalisti sono scossi dalla notizia improvvisa e iniziano a valutare freneticamente il da farsi. Alcuni, senza nemmeno pensarci due volte, si organizzano per formare un convoglio con cui recarsi la mattina successiva, all’alba, a Kabul. Quando irrompe nella stanza il comandante della piazza di Jalalabd, inizia a discutere con i giornalisti; si rivolge a Mimmo: “Mi hanno detto che vuoi partire per Kabul. Non puoi. E’ un suicidio” – “Perché? – “Perché la strada da qui a Kabul è ancora piegata da scontri furiosi, i Talebani la controllano; chi tenta di passare, viene ammazzato. Ammazzano anche te” – “Ma io devo andarci, è il mio lavoro, e a Kabul ci sono già altri giornalisti venuti dal Nord”.

Gli altri assistono senza il coraggio di proferire parola, ma quando il comandante si allontana iniziano a discutere, a mettere ai voti la propria decisione: e tutti votano no. La mattina seguente Mimmo si alza presto, e alla porta dell’albergo trova il van della Bbc: a Kabul c’è già la Cnn e deve esserci anche la Bbc, riferiscono prontamente. Decide di partire con loro, e altri tre giornalisti si aggregano.

Qui la storia di Mimmo Candito si separa da quella di Maria Grazia Cutuli; non possiamo più seguire con i suoi occhi la storia della giornalista. Arriverà infatti a Kabul e da lì chiamerà col satellitare Jalalabd: “Ce l’abbiamo fatta. Venite anche voi”.

Maria Grazia e gli altri giornalisti che erano rimasti a Jalalabd decidono di aspettare altri tre giorni, quindi partono anche loro.

Un lungo convoglio di trentatré auto, che tuttavia inizierà gradualmente a frammentarsi in tanti mini-convogli. Ma qualcosa andrà storto; Mimmo vedrà un solo convoglio raggiungerli a Kabul: quello della tv giapponese. Poi il silenzio.

E per raccontare la storia dentro questo silenzio dobbiamo affidarci a un’altra testimonianza, quella del giornalista Eduardo San Juan, inviato della televisione Tv3 di Barcellona, che per primo raccontò la tragedia alla Cnn. 19 novembre, 5:30 del mattino. Venti giornalisti si trovano a bordo di otto veicoli, si stanno dirigendo come gli altri verso la capitale.

Ad aprire il convoglio c’è una Toyota Corolla: a bordo Maria Grazia Cutuli, un autista afghano, il giornalista del “Mundo”, Julio Fuentes, e il traduttore. A seguire una seconda auto, a bordo: il cameraman di nazionalità australiana Harry Burton, il fotografo afghano Azizullah Haidari, entrambi corrispondenti della “Reuters”, l’autista e l’interprete. Dietro proseguono il cammino anche le altre auto del convoglio, ma per motivi ignoti, legati forse a pause e soste per le riprese, questo si spezza: ciò risulterà fatale per i giornalisti a capo del convoglio.

Mancano infatti ormai soltanto tre ore di macchina da Kabul; si trovano a settanta chilometri a est – precisamente nei pressi di Surobi – quando compaiono improvvisamente otto uomini armati. Compaiono all’altezza di un piccolo ponte in cemento e pietra, bloccano i due convogli e intimano agli abitanti dei veicoli di scendere.

I giornalisti hanno paura, intuiscono il pericolo, ma non hanno alcuna scelta: eseguono gli ordini e si allontano verso un angolo della montagna che i malviventi indicano loro. Si lanciano occhiate frenetiche, ricercano il contatto degli occhi altrui: sanno ormai cosa li attende; cercano di dare dentro di sé, per l’ultima volta, voce a quella sete di verità che li ha portati fino a lì, fino a quel momento.

Poi si salutano in silenzio, con rispetto, cura, una luce strana balena negli occhi. Qualche minuto dopo giacciono tutti e quattro inermi a terra. E tra loro quella giornalista minuta trentanovenne, dai capelli rossi, dal cuore ardente.

Nella foga gli assassini ne approfittano per sottrarle alcuni oggetti: la borsa, gli scarponi, il pc, la radio e la macchina fotografica. Nessuna organizzazione rivendicherà l’attentato. L’auto con a bordo il giornalista San Juan partirà invece da Jalalabd alle nove del mattino e, dopo due ore di viaggio, vedrà arrivare di corsa incontro a sé due auto e i guidatori sbracciarsi e urlare: “Fermatevi, tornate indietro”.

Poi una corsa senza tregua fino a Jalalabd. I passeggeri non riescono a nascondere le facce livide, contrite per il dolore. Annunciano: “Hanno sparato a sei persone, ma non siamo in grado di dire se sono vive o morte”.

Un convoglio di soldati americani e Mujaheddin dell’Alleanza del Nord si dirige sul posto. Trovano i corpi dei quattro giornalisti uccisi, le indagini si mettono in moto: malgrado l’area sia sotto il controllo di leader tribali anti-Talebani si pensa possano essere stati Talebani e combattenti arabi della rete di Osama Bin Laden.

Qualche giorno dopo riportano il corpo di Maria Grazia Cutuli a Peshawar: a due colleghi che non erano partiti per Kabul il compito gravoso di identificarne l’identità. I due afghani che l’hanno uccisa, Mamur e Zar Jan, sono stati condannati a sedici e diciotto anni di carcere nel loro Paese, mentre il capo della banda, Reza Khan, è stato ucciso in Afghanistan nel 2007; dopo una condanna a morte.

Tuttavia in Italia, come lamenta dolorosamente il fratello di Maria Grazia, la sentenza definitiva è arrivata soltanto sedici anni dopo, nel novembre del 2017; emessa dalla Corte d’Assise di Roma. Ventiquattro anni di carcere e danni pari a 250mila euro, da versare alla Rcs e ai familiari delle vittime.

In ricordo di Maria Grazia Cutuli è nata la “Fondazione Cutuli, che promuove anche il “Premio Internazionale di giornalismo Maria Grazia Cutuli”, istituito dal fratello di Maria Grazia. Il fratello per sublimare il dolore della perdita ha avviato numerosi progetti: ha inaugurato nel 2010, a Herat, in Afghanistan, una scuola intitolata alla coraggiosa sorella, ha tenuto un corso di formazione per giornalisti inviati in luoghi di guerra, sta progettando un parco giochi per bambini situato nel polo oncologico di Catania; e infine insieme alla Onlus Koinonia, si sta dedicando alla progettazione di una casa d’accoglienza per bambini disagiati in Kenya.

Una sua collega del Corriere, ricordandola in occasione della serie di incontri a lei dedicata, “Racconti di Guerra”, parla di quei desideri nascosti nelle acque più profonde, quei desideri profondi ma celati che erano suoi e di Maria: come quello di avere un figlio e per farlo usa le toccanti parole: “Come se ancora molte distanze di terra e di polvere dovessero essere coperte, prima di scendere sott’acqua a cercare i nostri desideri nascosti tra le stelle marine e i tesori di vecchi pirati”. Maria, mentre l’acqua scorreva sotterranea in lei, aveva scelto la terra e il fuoco: come se ci fosse bisogno di tanto lavoro da fare su questa terra, prima di procurarle altri abitanti.

Valentina Nicole Savino – Cosa Vostra

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