La Strage del Rapido 904. Natale rosso sangue

Accadde il 23 dicembre del 1984 quando il Rapido 904, partito da Napoli direzione Milano, fu squarciato dall’esplosione di una bomba radiocomandata, piazzata su una griglia portabagagli mentre il treno era in sosta a Firenze.

Alle 19.08 della sera precedente alla Vigilia, all’altezza della galleria di San Benedetto Val di Sambro, vicino al punto in cui dieci anni prima si era consumata un’altra strage, quella dell’Italicus, si consumò un massacro di innocenti. Il treno era colmo di passeggeri che andavano a trovare i propri cari per le feste.

Natale rosso sangue. Quella del Rapido 904 è una strage poco raccontata e poco ricordata. Una delle tante che svegliarono un’Italia sempre pronta a riaddormentarsi presto. Per massimizzare i danni, gli attentatori attesero che il treno percorresse la galleria. Buio. All’improvviso la luce e il boato. Fiamme. Freddo che non aiutava chi cercava di darsi da fare.

Il macchinista ferito, Gian Claudio Bianconcini, chiamò i soccorsi da un telefono di servizio nella galleria, poi con i sopravvissuti si dette da fare. Spostare rottami, corpi maciullati, salvare chi veniva trovato. Mezzi che non arrivavano per via della linea elettrica guastata dall’esplosione. Prima si portarono via i feriti. Poi i morti. O meglio, quella che restava di loro.

Anna De Simone aveva nove anni quando fu uccisa. Suo fratello Giovanni quattro. Fu la vittima più giovane di questa tragedia. Nicola, il padre, morì, come pure la madre Angela. Sarebbe dovuta arrivare a Milano anche Federica che aveva dodici anni e lì avrebbe dovuto trovare il Natale. Il padre Gioacchino morì per i traumi, non subito ma poco dopo, non come la figlia il cui corpo uscì cadavere da quella galleria, a pezzi. Famiglie distrutte. Non numeri. Non entità astratte. Vite. Che pesano poco nei conti della Storia, quella con la S maiuscola. Ma che danno un senso al sentirsi umani. Sembrava uno scenario di guerra. In quel giorno di Natale, c’era chi aspettava la neve. E trovò il sangue.

Un crimine che, nonostante alcune condanne, sembra sempre impunito. Emersero nomi e legami. Mafiosi, camorristi e fascisti. E si capì che era proprio una guerra: Pippo Calò, il cassiere di Cosa Nostra; Guido Cercola e Franco Di Agostino, malavitosi legati allo stesso Calò. Ma bisogna partire dal contesto storico per trovare i nessi di questa strage.

L’Italia del 1984 vive una situazione politica incerta. La relazione di Tina Anselmi sulla Loggia P2 provoca le dimissioni del ministro Pietro Longo (Psdi), mentre iniziano le indagini sulla “Gladio” e il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti denuncia una loro “gravissima degenerazione”. E infatti non passa molto tempo che scattano le manette per il generale Pietro Musumeci, accusato di depistaggio per la strage di Bologna, i colonnelli Giuseppe Belmonte e Secondo D’Eliseo e il faccendiere Francesco Pazienza. Ma il 1984 è soprattutto l’anno delle rivelazioni di Tommaso Buscetta.

Attraverso i processi celebrati e dalle relazioni della Commissione parlamentare d’inchiesta è emerso che l’ideazione e l’esecuzione della strage del Rapido 904 erano il frutto di un intreccio di interessi e legami convergenti. Nelle sentenze, infatti, si scrive che la strage fu organizzata dai vertici di Cosa Nostra per “allentare momentaneamente la morsa repressiva e investigativa” cui la mafia siciliana veniva sottoposta a seguito degli “effetti devastanti prodotti dalle rivelazioni” di alcuni collaboratori di giustizia, ai quali “gli inquirenti davano credito” emettendo “centinaia di provvedimenti restrittivi”. A seguito dell’attività della magistratura siciliana, Cosa Nostra rispose con una violenza indiscriminata simile a quella dello stragismo terroristico, e “in tal senso non fu priva di significato la scelta della galleria degli Appennini, in quanto luogo storicamente scelto dalla eversione di destra (secondo il comune sentire) per i suoi attentati”.

Non stupisce allora questa strategia criminale, che avrebbe avuto seguito anche un decennio dopo, con le bombe del 1993. Non stupisce nemmeno questo connubio di interessi criminali, con uomini legati alla Banda della Magliana e pure all’estrema destra, come Valerio e Cristiano Fioravanti, Walter Sordi e persino Massimo Carminati.

Ma alla giustizia pare importare poco delle vittime se le condanne di primo e secondo grado spariscono per magia grazie a certi giudici come Corrado Carnevale, con processi da rifare. Nel 1992 comunque si giunse a sentenza definitiva (grazie agli ammonimenti di Antonino Scopelliti); ma fu definitiva solo per alcuni degli uomini coinvolti nella strage. Nel 1994 la Corte di Assise di Firenze dispose il carcere anche per il parlamentare dell’MSI, Massimo Abbatangelo, che secondo gli inquirenti, aveva consegnato l’esplosivo, ma fu condannato a soli sei anni. Che vuoi che sia di fronte a una vita che non c’è più. Le famiglie delle vittime che fecero ricorso in Cassazione persero e dovettero pagare le spese processuali.

Nel 2011 Totò Riina fu rinviato a giudizio come unico mandante della strage. In primo grado fu assolto per insufficienza di prove. Poi la morte, quella di Riina, fa terminare in qualche modo un processo già beffato pure dalla pensione del giudice che seguiva il caso (un processo che sarebbe toccato iniziare da capo). Che vuoi che importi dei morti di trent’anni fa di cui spesso non ci si ricorda il nome? Natale rosso sangue e il Rapido 904 che neppure nella verità è arrivato mai a destinazione.

Francesco Trotta

Francesco Trotta – Cosa Vostra

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