L’amore ai tempi della mafia. Giovanni Falcone e Francesca Morvillo

Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore. Francesca“. Commemorare Giovanni Falcone partendo da un messaggio. Un messaggio di amore e di speranza, ritrovato dopo alcuni decenni in un libro che Francesca Morvillo regalò a suo marito.

Il 1992 è l’annus horribilis dell’Italia. Chi è nato allora, spesso se lo è sentito dire e, poi, crescendo, ha capito il perché. La generazione precedente, quella degli anni Ottanta, quella a cui appartiene chi scrive, ha fatto in tempo a nascere quando Giovanni Falcone era ancora vivo. Uno spartiacque nella storia personale e nella storia, quella con la “s” maiuscola, di un Paese che si accinge a ricordare, come ogni anno con sempre più vigore (ma con quale prospettiva?), quel magistrato in vita spesso disprezzato e osteggiato.

Chi scrive aveva sei anni in quel 1992, frequentava le elementari – già, allora si chiamavano così – e non c’erano progetti scolastici sull’educazione alla legalità. Nelle scuole, invece, qualche docente visionario invitava i magistrati per far conoscere ai ragazzi più grandi la parola simbolo del male: “mafia”. Chi scrive non sapeva allora chi fosse Giovanni Falcone. Aveva sei anni. Ma ha un ricordo indelebile di quell’infanzia ormai lontana qualche anno. La propria mamma in lacrime di fronte alla televisione, mentre scorrevano le immagini di un funerale che col tempo avrebbe poi rivisto nei filmati televisivi, un po’ sgranati e che sanno d’antico, o su Youtube.

I funerali di quel signore morto insieme alla moglie e ad altre tre persone. E poi c’era quel discorso, di quella donna che scoppiava a piangere e singhiozzava in Chiesa. Faceva fatica a leggere quel discorso preparato, dal sapore di cristianità imposta e mal accettata in quel momento.

Bisognava leggere per forza: “Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano… se avete il coraggio… di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare, loro…“. Come si faceva a perdonare chi ha ucciso il proprio amore?

Chi scrive ha poi imparato chi fosse Giovanni Falcone. Ha imparato i nomi di Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo. Ha imparato il nome di Rosaria Costa, vedova dell’agente Schifani, che in Chiesa leggeva a fatica quelle parole. Ha imparato cosa fosse la mafia. O meglio. Ha capito da che parte stare. Perché la mafia è mutevole, inganna, è di difficile comprensione.

Allora basta ricordare quel volto. Il volto di Giovanni Falcone. Chi scrive ha attentamente ascoltato – e continua a farlo – le parole che pronunciava quel giudice in interviste ormai sbiadite ma non lontane nel tempo. Perché vere. Attuali. Ma se il volto di Giovanni Falcone ispira bontà, il suo sguardo e i suoi modi di fare, nei video e nelle foto recuperate, lasciano sempre quel retrogusto agrodolce. Quello che potevamo fare, e non l’abbiamo fatto.

Speranza. Giovanni Falcone è il giudice che incarna al meglio l’immagine del giudice lasciato solo. Una vita spesa in trincea, dove alla fine quello che fa più paura non è la mafia, ma chi ti colpisce alle spalle.

Nel corso degli anni si sono spese celebrazioni che hanno oltrepassato l’ipocrisia istituzionale. E il suo nome e i suoi progetti di cambiamento siano finiti sulla bocca di persone indegne. Uomini infami. Politici (e) mafiosi. Cosa significhi commemorare oggi Giovanni Falcone? Qualcuno se lo chiede perché non bastano uno o due giorni all’anno per essere contro la mafia.

Commemorare Giovanni Falcone è ovviamente altro. E allora cambiamo prospettiva per ricordare il sacrificio umano di quel lontano 1992. Pensiamo a quell’amore che nacque e fu portato avanti ai tempi della mafia. L’amore di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo.

Le due bare, sepolte l’una accanto all’altra, oggi sono state ingiustamente separate. Non entrando nel merito di questa scelta, è però doveroso evidenziare un aspetto: l’amore di Giovanni e Francesca era forse il messaggio più forte e intenso che ci rimaneva. Che rimaneva ad un Paese in cui la facile memoria è nemica quanto l’oblio.

C’è chi crede che nulla avvenga per caso. Allora fermiamo l’istante a quel messaggio. “Sarai sempre dentro di me come io spero di rimanere viva nel tuo cuore“. Un momento di riflessione lungo venticinque anni. La più alta forma di antimafia che possa esistere in chi ha capito Giovanni Falcone e non l’ha voluto dimenticare.

(pubblicato originariamente il 23 maggio 2016)

Francesco Trotta

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