Giovanna Curcio. Morire a quindici anni per un euro e cinquanta l’ora

Il mio nome, Giovanna, l’aveva scelto papà nel 1991. Mi sono sempre chiesta perché quando una persona muore tragicamente, si ricordano soltanto i dettagli più tristi. Come la data di morte. Io invece voglio ricordare quando sono nata. Perché io sono stata viva. Io ero vita. Sono nata e cresciuta a Casalbuono, un paesino della provincia di Salerno, nella parte bassa della Campania. Se guardate una cartina geografica, scoprirete l’esistenza di un piccolo paesino arroccato sulle colline e le montagne che scendono poi in Basilicata.

Lavoravo nella vicina Montesano sulla Marcellana, il mio mondo, racchiuso tra viuzze, scuola e casa. Che c’è ancora, nonostante siano passati anni. C’è ancora la mia camera da letto. La porta semiaperta e lenzuola sfatte. Come se qualcuno dovesse tornare a breve. Ma nella casa in cui sono cresciuta, oggi non ci abita più nessuno. Papà è andato via insieme a mamma e Maria, mia sorella. Non ce l’hanno fatta a sopravvivere lì, dopo di me.

Immaginiamo siano queste le parole di Giovanna Curcio, adolescente di quindici anni, come premessa di una storia tipicamente italiana. Giovanna, però, non è un’adolescente qualsiasi. Perché a Montesano sulla Marcellana, dove lavorava, ha trovato anche una morte prematura. Tragica.

Per chi pensa che il lavoro minorile o lo sfruttamento siano soltanto problemi che non riguardino l’Italia o gli italiani; per chi pensa che il lavoro in nero sia un fenomeno comunque tollerabile, la storia di Giovanna non è soltanto quella di una ragazza che muore nel luogo di lavoro, ma anche l’emblema di uno Stato che ha fallito nelle sue premesse, mancando di garanzie e tutele anche minime.

Giovanna Curcio non marinava la scuola, non frequentava brutte compagnie, non fumava – dettaglio importante nella sua storia – ma aveva scelto di aiutare a casa con un lavoro saltuario. Papà operaio, mamma disoccupata, veniva chiamata dall’imprenditore – se così possiamo definirlo – Biagio Maceri quando c’era bisogno, per lavorare nel suo materassificio. Che non era una fabbrica, ma uno scantinato. Che non era un luogo salubre, ma era una trappola per topi, tra bombole di gas e materassi – vecchi e nuovi – stipati al suo interno. Mentre 4 operaie, Annamaria Mercandate, Anna Maria Panico, Loredana Monaco e, appunto, Giovanna, cucivano e lavoravano i materassi. Fatti a mano, si dice. Ma come? Giovanna Curcio non aveva alcun contratto, come neppure l’avevano le sue amiche, nessuna tutela, ma un euro e cinquanta l’ora per nove ore di lavoro al giorno in quello scantinato.

Non era un’adolescente qualsiasi, l’abbiamo detto. Perché lei dopo la scuola, lavorava. Perché lei, anche se la scuola era finita, continuava comunque a lavorare.

Il 5 luglio del 2006 di mattina vengono scaricate e accatastate nel materassificio, le une sulle altre, le lastre di poliuretano espanso, appena portate, avvolte nella plastica. Alle 10.30 è Loredana Monaco ad accorgersi delle prime fiamme che divampano all’interno dello scantinato. Lei, insieme a Anna Maria Panico e Biagio Maceri, si mette in salvo. Giovanna, che sta per uscire dallo scantinato, torna indietro. Forse per prestare aiuto ad Annamaria Mercandante, 49 anni, più che una collega di disavventura, un’amica, una seconda mamma.

Le ultime parole proferite da Giovanna sono: “Cerchiamo dell’acqua”. Poi solo grida. Cinque, al massimo sei, sono i minuti impiegati da Giovanna e Annamaria per morire. Esalazioni di monossido di carbonio combinato con il benzene e con l’acido cianidrico, sprigionatosi dalla combustione del poliuretano, un gas utilizzato, per la sua rapidità ed efficacia, nelle camere a gas di nazista memoria.

Cosa scateni il rogo neppure le perizie scientifiche riusciranno a stabilirlo con certezza. Forse un corto circuito di una ciabatta elettrica ritrovata carbonizzata. È a questa impossibilità di trovare una risposta esatta che Biagio Maceri, l’imprenditore, si arrampicherà, sostenendo che Giovanna avesse fumato e che un suo mozzicone fosse la causa della sua morte e di Annamaria. Ma non è così.

I giudici non gli credono. Perché in quel luogo insalubre, in cui tra i reperti ritrovati c’è pure una scritta “ignifugo”, sarebbe bastato anche “un fiammifero per far saltare tutto”. Così dice la perizia della Procura. I vigili del fuoco domano l’incendio al calare del pomeriggio, verso le cinque e mezza. Il corpo esanime di Giovanna viene rivenuto nel piccolo bagno sporco dello scantinato.

Nel 2014 Biagio Maceri viene arrestato nel suo paese natio, Tortora sul tirreno cosentino. Qui ha trascorso 9 mesi da latitante, dormendo ogni sera in un luogo diverso. Su di lui pesa una condanna a 8 anni di carcere. Le famiglie delle due vittime non hanno ricevuto risarcimenti da parte di Biagio Maceri. Neppure i condomini dello stabile dove Maceri aveva realizzato il materassificio hanno ricevuto denaro per riparare i danni causati dall’incendio. Ufficialmente, infatti, Maceri risultava nullatenente.

Sopra lo stabilimento abusivo, si trovava una scuola elementare. E il comune, che pagava l’affitto per essa, aveva mandato i vigili urbani a verificare il mancato pagamento della tassa sui rifiuti. Eppure non era stato segnalato nulla. Il tribunale avrebbe stabilito che non era di loro competenza.

Eppure l’azienda era abusiva al cento per cento. Non c’era alcuna insegna che ne indicasse l’esistenza. Al Comune non risultava nessuna dichiarazione d’inizio attività nonostante lì dentro si lavorasse da almeno sei anni. Nonostante fosse stato il Sindaco a suggerire al papà di Giovanna quel lavoro per la figlia. Nonostante il papà di Giovanna avesse detto alla figlia di non tornare più in quello scantinato perché era una trappola per topi.

Tutti sapevano, ma nessuno faceva o diceva nulla. Le operaie senza contratto, pagate in contanti o mai pagate, le Istituzioni che lasciavano correre, chiudendo tutti e due gli occhi. Perché, alla fin fine, Maceri dava da lavorare. E qualcuno la pensa così anche oggi. Il 5 luglio 2006 qualcuno avrà detto: “È stata soltanto una fatalità”, prima che i giorni riprendessero a scorrere normalmente.

E poi, i primi di inizio luglio di quell’anno la Nazionale italiana di calcio si impegnava a vincere i Mondiali nonostante lo scandalo di Calciopoli. Il giorno prima del rogo in cui perse la vita Giovanna Curcio, i goal di Fabio Grosso e Alessandro Del Piero ai tempi supplementari eliminavano i padroni di casa della Germania. Quattro giorni dopo l’incendio, gli azzurri alzavano al cielo la Coppa del Mondo. Davvero troppo, per prestare attenzione alla morte di una quindicenne qualsiasi.

Francesco Trotta

Articolo originariamente pubblicato il 5 luglio 2018

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