Bologna, 2 agosto 1980. Una strage di Stato

Bologna è colta di sorpresa dal più grave attentato terroristico italiano in un’afosa mattina di agosto, una mattina come tante: nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria, il 2 agosto 1980, sono radunate centinaia di persone, in attesa di partire per le meritate vacanze o di ritorno dalle ferie.

Un viavai tranquillo, una quotidianità ordinaria, in un luogo pubblico in cui ogni giorno transitano folle di turisti e pendolari che partono o tornano. Ma quella normalità verrà dilaniata alle 10.25 da un ordigno nascosto dentro una valigia, insieme a tutti quei viaggiatori che quel 2 agosto non partiranno né faranno mai ritorno alle proprie case.

23 kg di esplosivo, 5 kg di tritolo e 18 kg di nitroglicerina: l’esplosione è così forte da far crollare un’intera ala dell’edificio, investendo anche il treno in sosta sul primo binario e distruggendo la pensilina e il parcheggio taxi. Il bilancio finale sarà di 85 morti e 200 feriti.

Bologna è così colpita al cuore una seconda volta, dopo l’attentato dell’Italicus; quattro anni dopo la strage del 2 agosto, nel 1984, sarà di nuovo spezzata in due dall’attentato al Rapido 904.

Ma la città, nonostante lo sgomento, reagisce prontamente. Cittadini e viaggiatori sono i primi ad accorrere per prestare soccorso ed estrarre le vittime dalle macerie; per trasportare i troppi feriti viene impiegato qualsiasi mezzo su ruote, compresi autobus e taxi, addirittura auto private messe a disposizione dagli automobilisti.

Medici e infermieri fanno ritorno dalle ferie per poter ricoverare e curare tutti gli ustionati e i mutilati, che necessitano di intervento immediato.

A Bologna e in tutta l’Italia, lo shock lascia ben presto spazio al bisogno di verità e giustizia. Le indagini subiscono tuttavia quasi subito depistaggi: nelle prime ore si ipotizza l’esplosione di una vecchia caldaia, posizione sostenuta persino dal Presidente Cossiga.

Soltanto le testimonianze dei superstiti aprono il sospetto della pista nera, ma è già troppo tardi: a tre ore dall’attentato, mentre i giornali paventano caldaie arrugginite, gli esecutori hanno avuto tutto il tempo di dileguarsi.

Nel frattempo, telefonate anonime di militanti di destra e sinistra che rivendicano gli attentati contribuiscono alla confusione e al depistaggio.

La decisione di seguire infine la pista fascista si collega alla curiosa coincidenza del rinvio a giudizio, solo due giorni prima, di alcuni membri del movimento neofascista Ordine Nuovo, accusati dell’attentato dell’Italicus.

E così, quasi un mese dopo la strage, la Procura della Repubblica di Bologna emette 28 ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra, con le accuse di strage, associazione sovversiva e banda armata: tra gli indagati, Roberto Fiore, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Valerio Fioravanti, scarcerati dopo solo un anno.

I depistaggi e la disinformazione continuano tuttavia anche dopo gli arresti. È quella che viene chiamata “strategia della tensione”: come già avvenuto per altri tragici attentati, finti allarmi bomba e dossier fasulli fanno portano ad intersecare ed incrociare piste vere e piste false, con l’obiettivo di creare più confusione possibile intorno ai fatti.

Sono i servizi segreti e la P2 di Licio Gelli a coprire i terroristi e favorire l’insabbiamento delle prove, con finanziamenti e protezioni ai responsabili che gettano sulla strage di Bologna l’ombra di una strage di Stato.

Il caso più evidente è proprio quello di Valerio Fioravanti, ammesso al servizio militare a Pordenone pur risultando già denunciato per implicazione in diversi reati.

Il primo processo inizia sette anni dopo la strage e vede imputati per strage gli estremisti di destra Valerio “Giusva” Fioravanti e la compagna Francesca Mambro, considerati i principali esecutori materiali insieme a Sergio Picciafuoco, Roberto Rinani e Paolo Signorelli. Giuseppe Belmonte, Licio Gelli, Pietro Musumeci e Francesco Pazienza sono invece accusati di calunnia al fine di assicurare l’impunità ai responsabili dell’attentato. Inizialmente condannata, la coppia Fioravanti-Mambro viene assolta in appello, con una sentenza dichiarata inverosimile e insensata persino dalla Corte di Cassazione, che infine conferma l’ergastolo per la coppia sentenziato durante il secondo processo in appello.

Nonostante la condanna, Francesca Mambro e Valerio Fioravanti continuano tutt’oggi a sostenere la propria innocenza e negare qualsiasi coinvolgimento nell’attentato del 2 agosto, pur confessando di aver preso parte a diversi altri omicidi.

I due terroristi neofascisti restano però ancora soltanto la mano esecutrice, mentre si attende ancora la verità sui mandanti e sul movente della strage più sanguinosa e devastante della storia del Paese.

Silvia Giovanniello

Silvia Giovanniello – Cosa Vostra

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