Attilio Manca e una morte da non archiviare

Attilio Manca era un urologo, lavorava a Viterbo. E a Viterbo fu trovato cadavere, nel suo appartamento, riverso sul letto, seminudo, sul braccio sinistro due fori di siringa.

14 anni sono trascorsi da quell’11 febbraio del 2004. 14 anni dal giorno in cui una vita, apparentemente normale, è stata tagliata. 14 anni, un tempo che si dilata e si contrae, un tempo che svela e poi nasconde, che oblia e abortisce. Un tempo che è cicatrice, che è ingiustizia. Un tempo chiamato Italia.

Morte per overdose di eroina per via endovenosa”. Questa la sentenza emessa dalla Procura di Viterbo: parole che “de-finiscono”, che categorizzano una vita, un uomo, ma soprattutto un figlio. Parole che puzzano di infamia, perché sono tante, sono troppe le incongruenze, troppa la fretta di archiviare il caso, troppa la velocità con cui si è voluto dare nome a una morte senza alcuna apparente ragione.

Attilio era mancino, perché i buchi delle siringhe erano sul braccio sinistro?

Se Attilio si è suicidato perché sulle siringhe non sono state trovate le sue impronte?

Il suo corpo aveva il setto nasale deviato e segni di lesioni traumatiche, per quale ragione?

Dove sono finiti gli attrezzi normalmente utilizzati per prepararsi le dosi di eroina?

E soprattutto, perché nessuno ha ritenuto necessario approfondire queste domande?

I genitori di Attilio iniziano così la loro battaglia per la verità e scoprono che la mafia circonda chiunque, che si infiltra nella quotidianità di ognuno e come un cancro divora le vite. Scoprono che lo Stato non protegge, che non è il garante della giustizia ma il garante di interessi sotterranei e senza nome, anche quando muore un innocente.

Scoprono che affossare la verità è facile, che è troppo facile, e che l’oblio è l’alleato più forte per coloro che guardano dall’alto, pavidi militanti di un sistema corrotto. Scoprono che il tempo diventa un concetto relativo, che i giorni non contano più, diventano mesi e anni e che la forza e il coraggio di urlare al mondo la sete di verità porta con sé il profumo della giustizia.

Scoprono, grazie alle intercettazioni di Francesco Pistoia, che il figlio, probabilmente inconsapevolmente, partecipò all’operazione per rimuovere il tumore alla prostata di Bernardo Provenzano a Marsiglia nel 2003. Il Capo di Cosa Nostra. Il latitante al centro delle trattative Stato-Mafia.

Scoprono che si può diventare testimoni scomodi facendo un lavoro che con la mafia non dovrebbe c’entrare nulla. Scoprono che lo Stato protegge chi dovrebbe accusare. Scoprono che i pentiti parlano: Antonio Lo Giudice, Giuseppe Setola, Stefano Lo Verso, Carmelo D’Amico, Giuseppe Campo: parole mormorate, Attilio Manca è stato eliminato per proteggere l’identità di Provenzano.

Lo Stato ignora, definendo “ipotesi fantasiosa” la pista mafiosa.

Scoprono che il cugino, Ugo Manca, legato alla criminalità organizzata, sostiene l’ipotesi che Attilio sia morto per overdose. Scoprono anche che le uniche impronte trovate nell’appartamento di Attilio sono le sue e che alcuni pentiti riferiscono che sia sua una delle mani che hanno messo in scena l’overdose di Attilio.

Scoprono, piccoli tasselli, un puzzle che si allarga a dismisura svelando trame ctonie, il volto più oscuro dell’illegalità. Il tempo disvela e nasconde. Ma lo Stato rimane immobile, silente, irremovibile nella sua sentenza. Si toccano zone d’ombra che nessuno ha intenzione di illuminare.

Riesumate il corpo di Attilio Manca”. Questa la conclusione della relazione del tossicologo Salvatore Giancane pronunciata qualche giorno fa. Una relazione realizzata su incarico dei legali della famiglia Manca, che dopo 14 anni combattono ancora per togliere il fango dalla memoria del figlio. Dopo 3 tentativi di archiviazione, dopo la petizione on-line che ha raccolto ben 30 mila firme per opporsi all’archiviazione, dopo il servizio de Le Iene andato in onda a dicembre 2017, dopo indizi che emergono dai flutti della memoria marcia di un’Italia corrotta e connivente. L’ultima parola è ora in mano al GIP di Roma Elvira Tamburelli.

Guardo il volto della madre di Attilio, Angelina, guardo il volto di una madre a cui è stato tolto il figlio, a cui hanno calpestato la dignità di persona e di genitrice, a cui è stata negata la verità di una risposta, una madre che per 14 anni ha dovuto mantenere vivo il ricordo di un figlio morto. Una madre che non ha colpe, se non quella di essere nata in uno Stato che fa della giustizia la maschera dei propri crimini più atroci.

“Se, una volta per tutte, verrà scritto a lettere di sangue… quello di Attilio… la parola omicidio, allora sì sarà un giorno di liberazione per la mia famiglia”. Angelina Manca

Ludovica Mazza

Ludovica Mazza – Cosa Vostra

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