Le sfide dell’antropologia. Quando Anton Blok studiò la mafia

Nel corso degli ultimi anni la mafia e le organizzazioni criminali sono state sempre più oggetto di numerosi studi, anche a livello accademico. Alla base di questo interesse vi è l’idea che più questi fenomeni vengono studiati e compresi, più sarà facile pensare a delle contromisure per combatterli. Tra le scienze sociali l’antropologia è sicuramente una materia che, grazie al suo metodo di studio di osservazione partecipata e ricerca di campo, può fornire interessanti interpretazioni dei fenomeni mafiosi.

Tra i lavori etnografici prodotti con un punto di vista antropologico che trattano di mafia, sicuramente il primo è stato quello di Anton Blok, antropologo olandese, oggi professore emerito di Antropologia culturale all’Università di Amsterdam, in passato insegnante a Yale e Berkley.

Nel 1974 viene pubblicato il frutto del suo lavoro di campo durato circa due anni nel libro “The mafia of a Sicilian village, 1860-1960 – A study of violent peasant entrepreneurs”. Per la prima volta la mafia non viene analizzata da un punto di vista criminale e giudiziario, ma l’interesse è focalizzato sulle complesse dinamiche di potere che hanno effetto sulla vita quotidiana della società e del territorio.

Il libro, infatti, è scritto raccontando la storia del paesino Genuardo nome di fantasia per il reale paese di Contessa Entellina, il quale viene preso a modello per analizzare la presenza e il ruolo dei mafiosi. È la prima volta che si va oltre alla tipica visione di caos e ‘mancanza di regole’ che veniva attribuita alla mafia. Piuttosto, qui si scopre l’organizzazione criminale non come un tutto indistinto, ma come esistente proprio in quanto insieme di mafiosi.

Blok porta alla luce l’importanza delle figure singole, gli individui mafiosi vengono descritti come middlemen-power brokers, ovvero intermediari tra i contadini, la popolazione, e l’istituzione dello Stato. Ma non solo, anche tra chi possiede i terreni e lo Stato.

Dal quadro storico descritto nel libro si evince che questo ruolo emerge nel periodo post-unitario, quando i mafiosi si insinuano e approfittano dei vuoti lasciati dallo Stato nel rapporto con le fasce più deboli della società durante il periodo in cui le istituzioni di potere stavano passando dal precedente controllo dell’aristocrazia al non più locale potere statale.

I mafiosi vengono descritti come veri e propri mediatori di potere il cui obiettivo è rimanere in quelle zone vuote di rapporto tra il locale e il nazionale e per fare questo utilizzano la violenza sia psicologica sia fisica come strumento che assicuri loro di poter mantenere questo ruolo.

Quello di Blok è il primo studio in cui la mafia viene analizzata non solo nei suoi aspetti criminali, ma anche nel modo in cui dà forma ai rapporti sociali e come li stabilizza utilizzando la violenza, creando un circolo vizioso in cui i mafiosi rimangono indispensabili nel loro ruolo di ‘garanti’ di servizi che, in realtà, lo Stato dovrebbe garantire automaticamente.

Blok sembra affermare che sia proprio l’assenza di uno Stato forte, nel passaggio dalla aristocrazia a nuove forme istituzionali, ad aver permesso lo sviluppo della mafia. Ma, ancor prima che nella mancanza di denuncia e punizione degli atteggiamenti fuori dalla legge, l’assenza dello Stato si fa sentire nel mancato rispetto del proprio ruolo di garante e controllore, soprattutto nei confronti delle fasce più deboli della popolazione, per cui era più necessario un reale e concreto segnale di cambiamento.

Quello che può risultare inusuale o persino sconveniente è il fatto che sia uno studio di un antropologo straniero e non autoctono il lavoro più citato e ancora oggi considerato una pietra miliare nell’interpretazione del fenomeno mafioso. Tuttavia, in ambito antropologico non è una novità.

Tra gli studiosi di antropologia, infatti, il tema del relativismo culturale è sempre presente e se è possibile affermare che ognuno ha il proprio punto di vista sugli avvenimenti – il quale rende impossibile il raggiungimento di una oggettività valida e condivisa – è altrettanto vero che quello che possiamo definire un occhio esterno è capace di cogliere dettagli e comprendere ciò che accade in un modo diverso rispetto a chi invece ha sempre vissuto quella stessa realtà.

Lo studio e il giudizio di qualcuno che non possiede lo stesso bagaglio culturale del gruppo sociale che sta studiando permette una visione distaccata dei fenomeni e sicuramente non affetta dalla quotidianità e dalla abitudine di assistere agli stessi atteggiamenti. Questo non vuole essere un giudizio di preferenza per le ricerche condotte da esterni a discapito di ricercatori autoctoni, perché sicuramente in ogni tipo di lavoro di campo è innegabile il vantaggio di conoscere l’ambiente e conoscere già le dinamiche interne al gruppo sociale, fosse anche solo per sapere quali informatori e fonti sono veramente affidabili.

Si tratta, piuttosto, di sottolineare il fatto che talvolta per vedere la realtà nel suo insieme è necessario allontanarsi e avere una visione completa, traducendo questo in termini di ricerca su quello che noi concepiamo come la nostra cultura. Rimane, innegabilmente, che si tratti di un processo molto più faticoso per chi si trova a dover fare i conti con l’analisi della propria cultura di appartenenza ed è obbligato anche a un processo di autoanalisi.

Riflettendo sui perché una realtà così presente e pregnante come la mafia non abbia interessato in modo massivo gli antropologi del territorio, emergono sicuramente motivazioni che sono relative alle caratteristiche della mafia stessa, così come sono comuni a tutte le ricerche di campo svolte in ambienti criminali.

Ci sono, infatti, vari metodi per condurre una ricerca di campo e l’osservazione partecipata è una delle più conosciute. Tuttavia, non deve essere così scontato riuscire a entrare in un ambiente mafioso e ancor più riuscire a guadagnarsi in qualche modo la fiducia di coloro che ne fanno parte.

Esistono ricerche di campo che vengono svolte senza che la maggior parte dei soggetti del gruppo sociale che si va a studiare sappia che il nuovo arrivato è un ricercatore – per cercare di minimizzare il naturale cambio di atteggiamento che avverrebbe nel sapere la vera identità del ricercatore – ma questo tipo di approccio potrebbe risultare oltre che pericoloso (la ricerca si trasformerebbe in una sorta di lavoro al pari di un agente sotto copertura), anche poco utile per una ricerca autentica.

Ma non solo: anche scegliere di dichiarare apertamente il proprio ruolo e il motivo della propria presenza come ricercatore porta ad affrontare notevoli difficoltà, come ad esempio la diffidenza, la reticenza nel raccontarsi da parte dei soggetti o in modo completamente opposto ad avere un racconto totalmente alterato della realtà. Il lavoro dell’antropologo infatti è proprio quello di saper scremare, saper leggere tra le righe e ovviamente non basarsi unicamente sui racconti che vengono riportati ma su un insieme complesso di rapporti e atteggiamenti.

Il punto di vista dell’antropologia può risultare fondamentale per comprendere una realtà così complessa come la mafia attraverso chiavi di lettura spesso inaspettate e che talvolta riescono a spiegare anche situazioni che sembrano senza alcuna logica, come il rapporto tra mafia e religiosità.

L’intento dell’antropologia è proprio quello di cercare di mettere in luce e andare a fondo nella comprensione delle dinamiche più interne, non con una mancanza di giudizio etico, ma certamente senza la paura di affrontare anche le questioni più oscure, tentando comunque di trovare una motivazione ma senza per questo giustificarle in alcun modo. Il fine deve essere la conoscenza, come lo è per tutte le scienze sociali, e la conoscenza non può che essere al servizio della giustizia.

Come in tutti quei lavori di campo che implicano il venire a contatto con realtà criminali o realtà in cui non vengono rispettati i diritti dell’essere umano, la questione etica è sempre centrale nella riflessione antropologica.

Il ruolo dell’antropologo ricercatore sul campo è sempre in discussione: dove finisce il relativismo culturale e dove inizia la violazione dei diritti umani, quale l’atteggiamento del ricercatore che viene a conoscenza di crimini e soprusi. Anche nel caso di una ricerca di campo in un ambiente mafioso non mancano le sfide etiche da considerare.

Dagli anni ’70 di Blok, Hess e Jane e Peter Schneider gli studi delle scienze sociali sul fenomeno mafioso si sono moltiplicati e anche le teorie utili a descriverlo e comprendere il perché non sia un fenomeno in declino ma, anzi, persistente nei territori dove storicamente è nato e in aggiunta espanso a livello internazionale. A oggi, infatti, le teorie che relegavano le spiegazioni del fenomeno mafioso solo a una peculiarità territoriale e di sicilianità sono completamente superate e ciò che si è riscoperto è il concetto di subcultura.

Marco Santoro, professore di sociologia dell’università di Bologna, mette l’accento sull’insieme di simboli, discorsi, orientamenti sempre uguali che definiscono una determinata appartenenza – in questo caso mafiosa – e che sono gli stessi che permettono tutt’oggi la persistente diffusione del paradigma mafioso, anche al di fuori dei confini territoriali tradizionali.

L’antropologia, la sociologia e le scienze sociali insieme sono sicuramente un prezioso alleato nella comprensione della mafia e delle sue dinamiche come dimostrano le numerose teorie che si sono sviluppate negli anni. L’auspicio è che sempre più si possa sviluppare un ambiente in cui l’interdisciplinarità favorisca nuovi metodi di ricerca e interpretazione e che tutto questo possa essere messo a servizio e possa essere utile a sviluppare metodi sempre più efficaci di lotta alla criminalità organizzata.

Carolina Frati per Cosa Vostra

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