Gli anarchici della Baracca. Una morte senza giustizia

Si disse che erano ubriachi e correvano troppo, in quella notte senza stelle, su un’autostrada all’altezza di Ferentino, quei cinque anarchici del Sud. Si disse che erano diretti a Roma per sbrigare i loro affari da sovversivi, per unirsi alle manifestazioni contro la visita del presidente americano Nixon e la Guerra del Vietnam; si disse che erano “pericolosi” anarchici, “capelloni” calabresi, amici di quel famigerato Pietro Valpreda, militante, poeta, a lungo principale sospettato per la strage di piazza Fontana. In effetti si facevano chiamare così, “anarchici della Baracca”, dal nome della villa liberty occupata che era stata eletta loro base operativa.

Ciò che troppo spesso ancora si tace è che erano solo cinque ragazzi. Di età compresa tra i diciotto e i ventisei anni, dei giovanissimi che vivevano l’anarchismo al crocevia tra attivismo politico, idealismo e stile di vita, si erano messi in macchina da soli, quella notte del 26 settembre 1970, fermi nell’intenzione di macinare asfalto per settecento chilometri. Mossi da coraggio o da paura, non si sa. Infilati in una Mini- Minor gialla, liberi e affamati di vita, “da bravi figli dell’epoca nuova”, per rubare una strofa a Guccini.

Quella sera ci sono tutti: c’è Angelo Casile, del “rione Ferrovieri” di Reggio dove a otto mesi contrae la polio, scampato al seminario e aspirante pittore; c’è Luigi Lo Celso, il più anziano, che vanta una militanza consolidata nei circoli anarchici reggini; c’è Gianni Aricò, borghese per nascita e studente di giurisprudenza dal cuore ardente, inguaribilmente affetto da una fame di mondo che lo spinge ad attraversare l’Europa in autostop, a vivere il Sessantotto parigino, a denunciare la vita dei minatori calabresi espatriati in Belgio; c’è il suo caro amico Francesco Scordo, incontrato nel corso di un’occupazione del liceo; c’è, infine, la diciottenne tedesca Annelise Borth detta “Muki”, capelli rossi e viso punteggiato di efelidi, sulle spalle le incredibili turbolenze di una vita acerba, tra la fuga da casa appena adolescente, il riformatorio, il riparo in Italia e l’incarcerazione per falsa dichiarazione a seguito della scadenza del suo permesso di soggiorno.

Per scampare alla possibilità di essere ricacciata in Germania, dopo aver conosciuto e convissuto con troppi uomini, ha da poco sposato per procura proprio Gianni Aricò.

È incinta, Annelise, la notte del 26 settembre 1970. Sono forse sei le vite spezzate sul bitume dell’Autostrada del Sole.

Il tratto è rettilineo, l’asfalto asciutto. Le condizioni metereologiche sono buone, il traffico scarso. Eppure l’impatto avviene, violento al punto da scagliare fuori dalla Mini tre dei cinque, che muoiono sul colpo: sono Luigi, Francesco, Angelo. Gianni e la sua piccola moglie Annelise restano seduti sui sedili anteriori, le ossa in frantumi: lui si spegne dopo un’agonia di ventiquattr’ore, lei resta aggrappata alla vita per venti giorni ancora. L’altra vettura coinvolta è un camion, trasporto di pomodori: il conducente, Alfonso Aniello, è fratello del proprietario del convoglio, Ruggero. Si trae la conclusione affrettata di un tamponamento causato dalla Mini. Ma la dinamica è strana, non si spiegano troppi elementi: i corpi sbalzati dai sedili posteriori, i fanalini intatti del camion, la posizione e lo stato della macchina.

Non è tutto: secondo alcune testimonianze, i ragazzi non andavano a Roma all’unico scopo di unirsi alle contestazioni. In programma c’era un incontro importante, con l’avvocato Di Giovanni, non uno qualsiasi, ma già curatore di contro-inchieste del calibro di “Strage di Stato”, sull’attentato di Milano. Per quanto assurdo possa sembrare, quei cinque ragazzetti, gli anarchici della Baracca, avevano forse qualcosa per Di Giovanni: appunti, documenti, probabilmente inerenti a fatti che avevano recentemente scosso la loro Regione.

La neonata Calabria era stata teatro di un luglio di fuoco: dalla rivolta di Reggio (cui gli stessi giovani anarchici avevano preso parte), e la Strage di Gioia Tauro. Il deragliamento del Treno del Sole è una storia nella storia, fatta di depistaggi, false ipotesi e infine confessioni, come quella dei pentiti ex mafiosi Lauro e Dominici, che nel ’93 fanno saltare fuori una cupa verità. Quello di Gioia Tauro fu un attentato commesso nel segno dell’infausta collaborazione tra terroristi di estrema destra e ‘Ndrangheta. Facendo un passo indietro, gli anarchici avevano spesso accusato i neofascisti di aver strumentalizzato la rivolta di Reggio, incanalando il rancore delle masse in un campanilismo meschino, all’urlo sguaiato di “Reggio capoluogo” e “Boia chi molla!”. Era l’epoca della tensione, caporioni e rivoluzionari sorgevano dagli squarci di un’Italia polarizzata e imbrigliata negli stralci di un passato ancora troppo vicino.

E tra gli squarci e le pieghe di una quasi guerra civile, in quell’atmosfera pesante che pesava ancor di più in un Sud Italia che arrancava nella sua miseria infinita, Angelo, Gianni, Luigi e Francesco combattevano la loro lotta personale contro il nemico bruno, rovistavano nessuno osava metter mani e individuavano collegamenti invisibili ai più, come quello tra i neofascisti nostrani e il regime greco dei colonnelli. Forse avevano visto qualche collegamento più del dovuto, forse avevano compreso di non poter più giocare a fare le indagini, forse sapevano di non essere più soltanto cinque ragazzi di Reggio.

Bizzarra coincidenza, che i fratelli Aniello del camion “speronato” dalla Mini fossero dipendenti di un’azienda che faceva capo al principe nero, Junio Valerio Borghese, autore del fallito golpe dell’8 dicembre successivo. Bizzarra quanto la sparizione di una presunta mole di documenti destinati a Di Giovanni e stipati nella Mini Minor. Sono alcuni dei troppi tasselli che si incastrano bene nel quadro di un omicidio plurimo collegato intimamente ai fatti di Gioia Tauro, al golpe Borghese, ai rapporti oscuri tra estrema destra, Stato e mafia. Una teoria che funziona inevitabilmente meglio di quella ufficiale dell’incidente causato da un Aricò maldestro o in stato d’ebbrezza; forse una gigantesca distorsione di menti avvezze a vedere ovunque schemi e a negare coincidenze, o forse una verità auto-evidente.

Un fatto tra i tanti: pochi giorni prima dello scontro, Gianni Aricò disse a sua madre: “Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia.

Comunque la si creda, di questa storia che si lega a tante storie ne restano forse cinque che vale la pena raccontare: di anarchici o di ragazzi, ma comunque fatte di fame di vita. Una buona conclusione è difficile. Forse, farà bene ricordare un clownesco Gianni Aricò che sbeffeggia le signore portando a passeggio dei galli per la città, oppure citare Pietro Valpreda, nel suo ricordo di Muki: “Fu nel mese di agosto [1969] che passarono da Roma due francesi e una ragazza tedesca, Annelise Borth detta Muki; una ragazzina di poco più di quindici anni dal volto bellissimo cosparso di efelidi. Parlando con loro ci venne l’idea di adattare i vetrini colorati alle collanine che vendevamo agli hippy dividendo con loro i guadagni. Quando i francesi ripartirono, Muki restò a Roma, e divenne la ragazza di Ivo. Mentre scrivo queste righe ho appreso dal giudice che anche la piccola Muki è stata rinchiusa nel carcere di Rebibbia. E pensare che per fuggire da un istituto cosiddetto di rieducazione, in Germania, aveva perfino scalato un muro! Aveva girato mezza Europa, sempre in fuga!”.

Carla Nassisi

Carla Nassisi – Cosa Vostra

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