Altri cento passi con Peppino Impastato e Pippo Fava

Altri cento passi. “Noi viviamo in un paese sporcato dal sangue, dalla imbecillità, dalla vanità e dalla violenza del potere…“. Giuseppe Fava, Con amore, collera e speranza – Giornale del Sud, 4 giugno 1980.

A tutte le favole bisogna trovare un inizio. E ogni favola da tramandare ai più piccoli inizia con un “c’era una volta”. C’era una volta un paese mafioso, ma non un paesino piccolino e sperduto chissà dove. No, un paese grande, bello – oggettivamente – pieno di luoghi meravigliosi da visitare e di cose buone da mangiare. Ma era morente. Questo paese si chiamava Italia. E in Italia abitavano ovviamente i mafiosi – criminali spietati, assassini, avidi politici e imprenditori disposti a tutto pur di far soldi. In altre parole la mafia era il male e in pochi avevano il coraggio di affrontarla.

In questo paese mafioso infatti c’erano pure quelli che la mafia la combattevano. Erano cavalieri senza macchia né paura, ma senza armatura con cui difendersi. Le uniche armi che possedevano erano le parole. Non volevano essere eroi ma, loro malgrado, lo diventarono…

Ed ecco che la favola si trasforma in un poema infinto. Le favole hanno poi quel difetto di dover avere una fine. C’era una volta un paese mafioso e purtroppo c’è ancora.

E Il finale dovrebbe essere addirittura lieto. Ma in questa storia chi era contro la mafia morì. Uno dei protagonisti di questa storia si chiamava Giuseppe ma era soprannominato Peppino. Stava a Cinisi, un piccolo comune di Palermo, in Sicilia. Peppino Impastato era un ragazzo che scelse di ribellarsi alla mafia. La combatteva anche attraverso una radio – Radio Aut. Peppino Impastato era impegnato ogni giorno a contrastare il potere mafioso. E lo fece con le parole fino a quando la mafia non lo uccise a soli trentanni. Dall’altra parte della Sicilia, a Catania, stava un altro signore, anche lui di nome Giuseppe e soprannominato Pippo. Pippo Fava era un giornalista, uno scrittore, un fine conoscitore della realtà. E anche lui usava le parole per contrastare la mafia.

La data 5 gennaio unisce i due protagonisti. Mentre Peppino nasceva (era nato il 5 gennaio del 1948), Pippo moriva. Ucciso il 5 gennaio del 1984 nella sua città, dove c’era la mafia eppure la si negava, come faceva il sindaco Angelo Munzone. Dove il prefetto inaugurava i negozi dei mafiosi. Dove il colonnello dei carabinieri si faceva immortalare con politici collusi. Dove la magistratura non indagava. A guardare bene il contesto in cui Peppino e Pippo vivevano, si trovano molti punti in comune, come pure nella loro morte: solo dopo molti anni, decenni di oscurantismo e censura, i loro assassini furono condannati. Giustizia e verità non sempre coincidono, o almeno non subito.

Oggi sappiamo chi erano Peppino Impastato e Pippo Fava, sempre più persone riscoprono le loro vite. Accade anche che omaggi e celebrazioni post mortem nulla abbiano a che vedere con le vittime di mafia. Perché non si abbandona l’ipocrisia di fondo. Perché fa comodo dire che si è contro la mafia. Perché la mafia è un nemico imposto dall’alto ma non si conosce fino in fondo.

Le parole usate da Fava e Impastato e il loro modo di porsi contro il sistema mafioso hanno incarnato l’essenza stessa dell’essere contro la mafia, quello che non solo denuncia il malaffare ma che vuole imporre anche la legalità. Seguire il loro insegnamento, rendere l’antimafia una forza democratica e sociale, equivale a dare consistenza alla memoria storica di questo paese.

Soprattutto oggi che stiamo riscoprendo i lasciti di chi ha combattuto contro le mafie. Ora che abbiamo generazioni da formare e i grandi “vecchi” sopravvissuti, mentori e oratori di quella storia da tramandare, a cui mostrare coi fatti di aver capito il messaggio.

Riccardo Orioles è uno di questi, tra i fondatori e redattore de “I Siciliani” di Pippo Fava. Un giornalista non piegato al potere – cosa rara in Italia – oggetto della petizione lanciata da Luca Salici su change.org per garantirgli una pensione da giornalista attraverso la Legge Bacchelli. In pochi giorni sono state superate le tredicimila firme e rivolto l’inivito a mettere in atto quanto chiesto al Presidente della Repubblica e alle altre massime autorità dello Stato.

Sarebbe l’unico modo per far usufruire di un contributo vitalizio utile al suo sostentamento. Il giornalista milazzese gode di tutti i requisiti per accedere all’aiuto: la cittadinanza italiana, l’assenza di condanne penali irrevocabili, la chiara fama e meriti acquisiti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport e nel disimpegno di pubblici uffici o di attività svolte. Come lo scrittore Riccardo Bacchelli, per il quale è stata approvata la legge n.440 dell’8 agosto 1985. Mi piacerebbe che le Istituzioni riconoscessero in vita il valore di un intellettuale come Orioles, e non lo faccia ipocritamente solo dopo la sua morte“.

Ogni storia solitamente ha una morale. Questa storia allora potrebbe iniziare così. C’era una volta un paese in cui le persone impararono a contare. Dieci, cento, mille passi ancora. Per Peppino, Pippo e tutti gli altri

Francesco Trotta

Francesco Trotta – Cosa Vostra

Immagini tratte da Google Immagini