Villa Affari Puliti. Una storia al contrario

Una storia al contrario quella di Villa Affari Puliti o, che dir si voglia, Villa Maniero. Una storia che inizia nel pomeriggio del primo settembre 2015. Campolongo Maggiore è un paesino del veneziano che porta con sé l’ombra delle vicende della Mala del Brenta.

Per raggiungerlo bisogna andare oltre la cittadina industriale di Marghera, in quell’angolo di Italia che non sembra né Nord, né Sud, dove ci sono solo fabbriche abbandonate o nuovi stabilimenti dai camini scintillanti, il tutto ricoperto da sterpaglie e rovi. Direzione Ravenna, all’incirca al chilometro sette della statale Romea, svoltando a destra, arriverete a Campolongo Maggiore.

La destinazione è “villa Maniero”: bene confiscato al boss malavitoso Felice Maniero nel 2001, ma solo nel 2008 è uno spazio riutilizzato dopo la bonifica dell’area esterna. Via Enrico Fermi: un stradina stretta a senso unico che va percorsa fino al civico 3.

Quando definiscono un’abitazione “villa”, le aspettative sono elevate, soprattutto in contesto veneto. Si pensa ad un edificio che si sviluppa in altezza, con molte finestre e decori. Invece una mura bassa con un cancello scorrevole delimitano un giardino leggermente collinoso con una casa al centro. Una villetta quindi, a tre piani di cui uno interrato segnalato da una rampa che scende verso un grande portone rettangolare.

Tipica abitazione veneta da boom economico.

Facendo il giro della casa, ci si ritrova sul retro in un ampio giardino: non un prato inglese, ma la classica erba che cresce nei luoghi dove vengono fatti dei lavori di scavo o di riempimento con terra di poco pregio.

Al margine destro un campo da tennis. Continuando il giro in senso orario lungo il perimetro della casa, si trova una pedana in legno bianca, che occupa l’angolo destro del giardino di fronte la villetta. Sia qui che sulla mura che delimita la proprietà da quella dei vicini, ci sono scritte citazioni di Falcone, Gramsci, Peppino Impastato, infine, bandiere di varie associazioni.

Non si capisce bene cos’abbia da raccontare quel luogo, certo è che dal 2001, quando è stato confiscato, ad oggi sono stati svolti degli interventi di recupero e riutilizzo degli spazi. È così iniziato il processo di rivalutazione di Campolongo Maggiore come cittadina non più ingrigita dalle ombre della Mala del Brenta.

È necessario fare ordine e sarà l’incontro con Moreno a restituire senso alla visita.

Scopriamo subito di essere entrati dalla parte “sbagliata”. Il vero ingresso ora è sul retro, proprio da quel giardino un po’ selvatico ma ben tagliato.

Scopriamo essere stato rinominato “giardino della legalità”: un luogo aperto alla cittadinanza che può decidere di passeggiare o sostare in uno spazio verde oggi restituito alla collettività. Prima c’era un alto muro che nascondeva il campo da tennis e la piscina. Proprio quest’ultima è stata rimossa e coperta da terra, a ricordarla due scalette per metà infossate.

Ripercorrendo i nostri passi verso la rampa, Moreno, un volontario che opera all’interno del bene riutilizzato, ci mostrerà l’interno. Attraverso la porta del garage, si entra subito in una grande taverna come se fossimo degli ospiti abituali che non hanno bisogno di essere annunciati all’ingresso principale.

Davanti a noi c’è un ampio salone con delle tavole, poi si vedono un lavandino in fondo a destra con un piccolo fornello a gas, dritta in fondo una porta e ce n’è una anche a sinistra: la passiamo. Lo spazio che ci si prospetta è piccolo, ancora porte e una scala a chiocciola in legno scuro, che sale massiccia verso l’alto.

Impossibile non notare fra i pavimenti di cotto veneziano e i legni pregiati, la plafoniera a muro in vetro di Murano che irradia l’ambiente un po’ angusto. Salendo si arriva nell’abitazione vera e propria.

Dal 2008 l’associazione Affari Puliti vi lavora al suo interno e ne sfrutta alcune stanze come sede per le proprie attività di digital meeting. Se loro sono stati i primi ad usufruirne, se ne sono poi aggiunte altre, fra cui Libera-Riviera del Brenta, che sfrutta in estate la casa per svolgere ormai da tre anni i campi estivi per ragazzi.

Un’altra villetta, poco distante da quella di Maniero, è stata invece confiscata al suo braccio destro, Fausto Donà, è oggi sede del Gruppo Sollievo che ne usa gli spazi per aiutare ragazzi con disabilità psichiche.

Situata in via Passo Pordoi 3, è lontana da Villa Maniero la distanza di un bosco, oltre ad essere facilmente raggiungibile in macchina da tre diverse strade che si congiungono in un piccolo incrocio di fronte il cancello d’ingresso.

Ma torniamo alla nostra storia. Moreno, dopo averci fatto notare il pregio dei pavimenti e delle rifiniture, dà la risposta allo straniamento provato di fronte a questa casa qualsiasi: “immaginate un paese di campagna dove la maggior parte delle case avevano il tetto in paglia, cosa poteva voler dire avere una villetta come questa, con piscina e campo da tennis”.

La nostra storia inizia da capo. Entriamo in cucina, ci mettiamo nell’angolo della stanza, di fronte alla finestra e guardiamo in giardino quel cassone bianco con dipinta la citazione di Gramsci.

La madre di Maniero passava le sue giornate a controllare quel riquadro all’epoca di legno  grezzo e aperto, nell’attesa che ci gettassero dentro sacchi dell’immondizia.

Si dice che il suo compito era quello di raccoglierli e che, una volta in casa, smistasse i soldi dai gioielli che invece venivano messi all’interno di pagnotte e spediti in Svizzera. Madre salvifica, forse anche troppo.

Ma è risaputo che le migliori storie hanno una forte figura femminile alle spalle, quindi è bello immaginarla ad impastare il pane sopra alle pesanti piane in granito della cucina in legno chiaro, fatta su misura.

A causa di una chiave in possesso di qualcuno che evidentemente non era lì il primo settembre con noi, non possiamo visitare la stanza da letto con bagno personale. Ma Moreno a questo punto ci riaccompagna giù e ripercorriamo la scala a chiocciola. Altra porta, altra piccola taverna adibita a cucina.

È evidente che il seminterrato è un luogo stato concepito per accogliere molta gente.

Stimo per uscire, ma Moreno vuole mostrarci ancora la cantina. Un’altra stanza con molti pertugi per tenere il vino buono (proveniente anche dal Sud), che da bravo veneto Maniero teneva al fresco.

Quando la Polizia si appostò fuori ed ebbe la certezza che Felicetto fosse in casa per poterlo arrestare, dovettero tornare tre volte prima di trovarlo. L’ultima, con un mandato che gli avrebbe consentito di picconare.

Lì, fra le porte di quella taverna-labirinto, si pensa che fosse stato progettato un modo per raggiungere le case adiacenti a villa Maniero, quelle degli amici-protettori. Forse un sistema di cunicoli sotterranei, ma non è da escludere nemmeno la possibilità di qualche intercapedine nascosta.

Una villa quindi che è stata commissionata nell’81 ad un architetto di Abano (Padova). L’anno prima Felice Maniero era stato arrestato per la prima volta, ma sappiamo anche che evase. È egli stesso a dichiarare che ne seguì i lavori di costruzione secondo il suo gusto minimalista e come la possiamo vedere noi oggi.

Con il sequestro del ’94, si parla anche del sequestro di una Ferrari, con la quale Felicetto vagava fra le vie di Campolongo Maggiore. I volontari che oggi operano a villa Maniero si stanno ancora chiedendo come sia arrivata voce in America che questa e molte altre macchine siano ancora nel garage, assieme ad una coppia di leoni.

Un giornalista da oltre oceano, forse un po’ troppo appassionato ai romanzi dell’Hard Boiled School, ha intrapreso questo viaggio proprio per poter raccontare di questi animali esotici. Sicuramente un forte segno di come tutta questa storia, porti oggi notorietà a Campolongo Maggiore: piccolo paese del veneziano che ha dato i natali ad una mafia nel Nord Italia.

Sarà che l’unico leone che si trova in Veneto è quello di San Marco scolpito nel marmo, ma è tempo di riprendere la macchina per tornare a casa in questa sera del primo settembre 2015.

Marta Bigolin – Cosa Vostra

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