Pietra di scarto. Bellezza anarchica nelle campagne pugliesi

Le campagne pugliesi suggeriscono al primo sguardo una definizione sicura di bellezza, segnata da contrade desertiche, sguardi assopiti di contadini veterani e fruscii sommessi tra le fronde degli ulivi millenari. Bellezza anarchica, forse. Fatta anche di declivi impervi, sterpaglie bruciate, sudore non raccolto. Fino allo scorrere placido dell’Ofanto che lambisce i confini territoriali di Cerignola, nel foggiano.

Cerignola è una cittadina di quasi sessanta mila abitanti. Riposa nella Valle dell’Ofanto, corso d’acqua più importante di Puglia. Il suo territorio è tra i più estesi d’Italia. Insieme a Foggia e San Severo, si è guadagnata nel tempo la nomea di terzo vertice di un immaginario triangolo ad alta densità mafiosa.

Qui, nelle campagne pugliesi, in un ambiente di parrocchia, riparo usuale da disagi e storture sociali nelle piccole comunità meridionali, è fondata nel 1996 la Cooperativa Pietra di scarto. Il nome riecheggia il Salmo 118 del testo biblico: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”. Pietra di scarto nasce per facilitare l’inserimento nel mercato del lavoro di persone con alle spalle storie di marginalità, esclusione, abuso.

Bellezza anarchica è anche quella promossa da Pietra di scarto: anarchica non perché poco organizzata, ma perché è sovvertimento dello status quo. Uno stato di potere esterno alla giustizia, le cui emanazioni faticano a raggiungere le campagne pugliesi, in particolare quelle cerignolesi. Dove a farla da padrone non sono solo le agromafie, ma anche le deformazioni di un mercato che spinge in basso l’asticella per le retribuzioni dei lavoratori della terra. Da cui, tra le altre cose, la prolificazione dell’inglorioso fenomeno del caporalato.

Tre anni dopo la fondazione di Pietra di scarto, nel 1999, Hiso Telaray muore tra le campagne pugliesi per mano dei suoi schiavisti. Un anno prima, nel ’98, Pietro Fragasso, oggi responsabile commerciale della Cooperativa, si aggrega a Pietra di scarto. Gli anni Novanta sono anche quelli “torridi” dell’Operazione Cartagine, che consegna alla giustizia numerosi esponenti della mafia cerignolana. Anni che, tra le altre cose, partoriscono un’intera generazione di beni confiscati.

Uno di questi nel 2010 entra in gestione da parte della Cooperativa. È intitolato a Francesco Marcone, direttore dell’Ufficio registri di Foggia e “vittima del dovere” nel 1995, come recita un articolo del Sole24Ore del 31 marzo 2015. Il bene è composto da un fabbricato di cemento e armato e tre ettari di terreno agricolo. Pietro ricorda che volontari prendono in mano una proprietà erosa dalle erbacce e dall’incuria, cosparsa di spazzatura, alcune aree adibite a discarica o a sito di frequentazione di prostitute. Quello di Pietra di scarto è il recupero di qualcosa che “non c’è stato per dieci anni”. L’edificio è ridipinto a colori vivaci, ornato da un murale dedicato a Marcone.

Il primo campo che abbiamo organizzato in collaborazione con Libera sulla proprietà è stato dedicato esclusivamente alla pulizia dei campi. Settimane intere solo per quello”, afferma Pietro. Lo scopo è farne un Laboratorio di Legalità, come oggi viene definito. Il Laboratorio rinasce con i prodotti della terra cui appartiene: uliveti e piantagioni di pomodoro.

Proprio al pomodoro sono dedicate le iniziative più significative degli anni successivi.Nel 2014 è lanciato un progetto che ha al centro la realizzazione di una filiera alternativa di produzione del pomodoro, dove alternativa sta per autodeterminata”. Che è sinonimo di equa e solidale. “Cerchiamo allora di creare nella struttura confiscata quello che definiamo un ‘laboratorio di trasformazione del pomodoro’, impiegando sei donne provenienti da un centro anti-violenza del territorio, provenienti da contesti socio-economici particolari. La formazione è a carico del nostro partner tecnico”.

Ma l’obiettivo più ambizioso è quello di lavorare lungo tutta la filiera, intercettando quindici piccoli produttori. Loro, i produttori, sono schiacciati dalle grosse aziende che fagocitano fette sempre più ampie di mercato. Per sopravvivere e abbattere i costi, spesso si ricorre alla manodopera a costo rasente allo zero. Le leggi del libero scambio si intersecano illecitamente con un’offerta ipertrofica di braccianti-schiavi, generando una pioggia di sacche in cui vige il diktat dello sfruttamento. “Di fronte a una filiera che impone prezzi folli, la follia diviene elemento comune e normalizzato”.

Nel 2015, nelle campagne pugliesi, Paola Clemente moriva di caporalato all’ombra di un vigneto. Pietro ricorda che solo allora l’opinione pubblica si è come scrollata da un dormiveglia a occhi aperti. “Abbiamo ‘scoperto’ l’esistenza dei ghetti – di cui si sapeva già dagli anni ’90. Ci siamo resi conto che gli schiavi possono essere anche italiani”.

Il progetto s’intitola “Ciascuno cresce solo se sognato”, come il componimento di Danilo Dolci, il “Ghandi italiano”, poeta e teorico della non-violenza. Ai finanziamenti dall’alto si affianca già dal 2017 una campagna di crowdfunding, “Pomodoro Revolution. “Parte del progetto sarà dedicata alla sensibilizzazione, ci saranno molte attività in ambito teatrale e musicale. La sfida più grande sarà parlare con i contadini e convincerli che scegliere un’altra strada ha senso.” I riscontri sono già positivi, soprattutto “da parte di giovani agricoltori o da coloro i quali hanno visto per anni vanificarsi i propri sforzi e il proprio lavoro. Oggi sono loro a scegliere di ripartire seguendo la strada della dignità”.

Convincere i consumatori è più complesso, ma non, secondo Pietro, impossibile. Non in Puglia, non in Italia: Il consumo critico appartiene al nostro dna”.

Dobbiamo ricominciare a porci domande sui modelli di consumo e di produzione a cui aderiamo, a ripeterci che la bottiglia di passata non può costare cinquanta centesimi. Spesso, quando vediamo cose che non vorremmo vedere, fingiamo che non esistano, ci deresponsabilizziamo. Deleghiamo ad altri, fingendo di non essere responsabili fino in fondo delle nostre scelte. Prendere una passata da uno scaffale è un modo per decidere da che parte stare. Voltare le spalle è anch’essa una scelta”.

Nelle campagne pugliesi tutto ciò a cui Pietra di scarto ambisce è una forma di riappropriazione. Del mercato, della terra, di una serie di diritti strappati, non da ultimo quello alla salute. Per farlo può contare su numerosi partner commerciali, uno fra tutti Altromercato, la principale realtà di commercio equo e solidale in Italia, come si definisce sul proprio sito web. Alla domanda su come si vede da qui a dieci o vent’anni, Pietro Fragasso risponde: “La Puglia è un grande laboratorio di fermenti. Questo è tangibile. Faccio fatica a vedermi tra dieci o vent’anni, ma credo che le premesse siano buone”.

Non servono altre parole, se non forse quelle di una strofa della poesia di Danilo Dolci, citata qualche paragrafo fa:

C’è pure chi educa, senza nascondere

l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando

d’essere franco all’altro come a sé,

sognando gli altri come ora non sono:

ciascuno cresce solo se sognato”.

Carla Nassisi

Carla Nassisi – Cosa Vostra

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