La Sartoria Sociale. Da bene confiscato a metafora di rinascita

La Sartoria Sociale, inaugurata il 14 novembre scorso alla presenza del presidente nazionale di Libera, Don Luigi Ciotti, è uno di quegli esempi da ricordare. La riconversione di beni confiscati alla mafia in strutture utili alla collettività, spesso con l’interesse di creare i presupposti più basilari per l’integrazione di “categorie di individui” altrimenti marginalizzate, è infatti assieme forza motrice e necessariamente fine ultimo dell’attività della nostra associazione.

La Sartoria Sociale – sotto le cure di Libera ed Addiopizzo – si trova a Palermo, in Via Alfredo Casella 22, tra il quartiere dell’Uditore e Borgo Vecchio, a pochi passi dalla stazione di Palermo Notarbartolo.

L’immobile era di proprietà di Antonino Buscemi ed alla sua riqualificazione hanno contribuito privati cittadini e grandi gruppi quali Fondazione Vismara, Unicredit, Ikea e Leroy Merlin.

Chi era Antonino Buscemi? Per rispondere a tale domanda, bisogna fare un passo indietro nella storia italiana (e non solamente siciliana) degli anni Ottanta e Novanta; tra tangenti, imprenditoria e stragi di Stato. È Antonino Buscemi, assieme al fratello Salvatore, boss del clan di Passo di Rigano – entrambi vicinissimi a Totò Riina dopo aver tradito i signori della mafia palermitana Bontade-Inzerillo – ad architettare la svolta imprenditorial-capitalistica di Cosa Nostra, traghettando ingenti capitali da Nord a Sud e viceversa.

“Nino” era un costruttore. È morto in carcere mentre scontava una condanna all’ergastolo per omicidio. Era socio di un altro costruttore, Franco Bonura, anch’egli in carcere dal 2008.

È il 1979. Il gruppo agroalimentare ravennate Ferruzzi è stato preso in gestione, dopo la morte del suocero, dal già influente genero Raul Gardini, il quale, nel corso degli anni Ottanta, espande con successo il progetto di annessioni societarie internazionali e nazionali, contribuendo al rapido sviluppo industriale del Nord della penisola. E fin qui, ordinaria amministrazione: la nota e graduale trasformazione del paesaggio agricolo padano, ora sempre più puntellato da grandi capannoni che producono ed esportano il “made in Italy” su mercati sempre più ampi.

La nebbia sopra Ravenna si fa più densa quando Antonino Buscemi stringe legami con tale Lorenzo Panzavolta, favorendo l’idillio tra un’arrancante mafia siciliana ed imprese del Nord in piena crescita, aprendo ad un più coeso e redditizio asse tra le prime due con i (vecchi e nuovi) referenti di cosa nostra in politica.

Lorenzo Panzavolta, anch’egli originario di Ravenna, morto lo scorso anno a 94 anni, godeva della fiducia di Gardini ed era alla guida del ramo edilizio, la Calcestruzzi S.p.a., del gruppo Ferruzzi.

Quando il nome del gruppo, tramite le “Calcestruzzi Palermo s.p.a.” guidata dal rappresentante siciliano Giovanni Bini, si lega a quelli di Riina e Provenzano, assieme all’apertura di un nuovo mercato – sostenuto da ingenti finanziamenti pubblici – ed ai guadagni facili, il connubio porta alla condanna della compagnia ravennate, presto vincolata alle manovre di Cosa Nostra. La mafia ribadisce prepotentemente il monopolio sul territorio siciliano. La collaborazione tra le due entità deturpa sistematicamente il volto dell’isola: tra le varie “opere”, i 170 lotti di cemento, costruiti senza criterio alcuno che hanno cambiano l’aspetto di Pizzo Sella, l’altura alle spalle di Mondello, quella che sarà conosciuta come la “collina del disonore”.

Le conseguenze ambientali e paesaggistiche importano poco di fronte a soldi facili. Ogni attore in gioco vuole una fetta dei guadagni cui una strategia imprenditoriale può portare. Cosa Nostra dimostra di saper appropriarsi sin da subito del linguaggio capitalista applicato per primo al settore edilizio e, dove non si occupa direttamente dell’assegnazione degli appalti, vi si inserisce efficacemente ritagliandosi un ruolo nelle trame intermedie (dal subappalto al lavoro per conto terzi), riscuotendo una percentuale sulla transazione illecita tra la ditta di costruzioni prescelta e il politico di turno: una sorta di pizzo sulla tangente.

La liquidità trasportata da Nord a Sud è una breve boccata d’aria fresca per cosa nostra, impegnata in un doloroso ricambio di personale tra le sue fila, a causa della sostanziale sconfitta dei negoziati intavolati dai suoi “appuntati” con la politica. Siamo infatti ormai alla fine degli anni Ottanta e la Trattativa Stato-mafia non sembra portare i frutti sperati: gli uomini della DC voltano le spalle a Riina e le sorti del maxi processo – seppur con riduzioni di sentenze e la caduta di capi d’accusa – sostanzialmente non cambiano. Borsellino e Falcone sono pericolosamente vicini a scoprire la verità. I pentiti parlano. È tempo dell’inasprimento della “svolta stragista” di inizio anni ’90.

L’omicidio dell’ex sindaco democristiano di Palermo Salvo Lima nel marzo 1992 è il colpo d’avvertimento per Andreotti; e sembra essere, tra gli altri, il colpo di grazia per il patron della Ferruzzi, Raul Gardini, morto suicida l’anno successivo.

È in questo nuovo quadro che riappare il nome di Antonino Buscemi, su un “pizzino” dell’ex sindaco di Palermo don Vito Ciancimino, scritto affianco a quello di un altro imprenditore del Nord: Silvio Berlusconi. Secondo le recenti testimonianze del figlio, Massimo Ciancimino, la mafia dialoga con i nuovi referenti politici di Forza Italia, Berlusconi e Dell’Utri; ed è in quegli anni che Buscemi impara l’arte e manovra i capitali questa volta verso Nord, verso aziende collegate al grande gruppo industriale dell’ex Cavaliere, la Fininvest. Tra queste, la Edilnord, responsabile per la costruzione del quartiere “Milano Due” tra il 1970 e il 1979.

La confisca dei beni. Antonino Buscemi, “il ras del calcestruzzo”, l’artefice della trasformazione imprenditoriale di Cosa Nostra, ha 56 anni quando i carabinieri, a fine anni Novanta, a seguito di una lunga indagine guidata dal PM Franca Imbergamo, gli sequestrano beni e depositi bancari per un ammontare pari a 200 milioni di euro. Tra questi le aziende con le quali Buscemi aveva partecipato proprio allo scempio di Pizzo Sella, quelle legate alle cave di estrazione di Billiemi e la “Calcestruzzo Palermo s.p.a.”, ed ancora 56 appartamenti situati tra via Croce Rossa, Catania, Sirtori, Casella e Bevignani, assegnati al Comune di Palermo con lo scopo principale di affittarli e ricavarne utili da reinvestire nel sociale.

Tra questi beni c’era anche Mobil Shop”, un’attività di copertura gestita da terzi per conto del fratello di Nino, che oggi – dopo 15 anni di abbandono – ospita la Sartoria Sociale.

La rinascita. La neonata Sartoria, come si legge sul sito, è un’impresa sociale “multidimensionale che riunisce stilisti, sarti e amanti del cucito di varie etnie, un laboratorio in cui lavorano insieme persone giovani e meno giovani italiani e stranieri, in difficoltà umane, relazionali, occupazionali o esistenziali, impegnati nel recycling e upcycling di abbigliamento usato. Il messaggio che si vuole veicolare è quello di una nuova possibilità di vita per la persona e per il capo da riciclare”.

Abbiamo iniziato in uno sgabuzzino, poi abbiamo vinto un bando e adesso siamo qua”, dice Rosalba Romano, responsabile del progetto e socia della “cooperativa Al Revés”, che dal 2012 ha avviato un percorso che ha letteralmente insegnato a “ricucire” il proprio futuro a oltre 70 tra migranti, detenuti, donne in difficoltà, grazie all’affiancamento di volontari e amanti del cucito che hanno utilizzato ago e filo per dare loro una speranza di riscatto. Come Mamat, diciottenne del Gambia, che dice: “Fare il sarto è il mio sogno”.

Con noi idealmente oggi ci sono le nostre dieci donne detenute – ha aggiunto Rosalba Romano – a loro va il nostro pensiero perché il carcere sia un luogo di speranza. Da qui partiranno le prossime iniziative, come la collaborazione con il gruppo Basta Un quadrato che viene qui a fare coperte ai ferri per i senzatetto, o il progetto “ricucire il territorio” [finanziato da Fondazione con il Sud], con vendita di prossimità ed e-commerce”. Alla sartoria anche riparazioni comuni e corsi di cucito aperti a tuttiperché il nostro spirito è la contaminazione, complicata da gestire, ma necessaria”.

Una sorta di rinascita parallela, dunque: del capo d’abbigliamento e del creatore dello stesso. Infatti, la cultura della re-invenzione e del riutilizzo che combatta efficacemente gli sprechi di risorse, contemporaneamente alla promozione di un approccio costruttivo ed artistico contro la spersonalizzazione e l’omologazione, ed ancora alla cooperazione sociale contro l’individualismo, sono nozioni applicabili non solo agli scampoli all’interno di una sartoria, ma anche agli emarginati all’interno di una società.

Nella sua piccola realtà, dunque, la Sartoria Sociale si fa potente e lampante metafora di rinascita di una città complessa e bistrattata come Palermo; essa, assieme a – ci si augura – sempre più numerosi esempi virtuosi che si muovano sulla stessa scia simbolico-evocativa, diventa prepotentemente e necessariamente emblema di rinascita dell’intera regione, e, grazie a nuovi paradigmi imprenditoriali più sensibili e vicini alle piccole realtà territoriali, può significare un nuovo risveglio per l’Italia tutta.

Silvia Bortoletto

(Articolo originariamente pubblicato il 17 Dicembre 2017)

Silvia Bortoletto – Cosa Vostra

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