Ustica 27 giugno 1980. Una strage semplice

Per raccontare la strage di Ustica occorre iniziare dalla fine di questa storia, che fine in realtà non è. L’incipit è la sentenza della Cassazione sui presunti depistaggi, su quello che è successo dopo la strage.

Il 10 gennaio 2007 la Suprema Corte assolve con formula piena alcuni generali dell’esercito italiano dall’accusa di alto tradimento (in realtà la formulazione di tale reato era stata già modificata all’interno del Codice Penale). Sentenza che è il proseguo di quanto già accaduto in primo e in secondo grado di giudizio, quando altre e alte cariche dell’esercito erano state assolte dallo stesso reato o per intervenuta prescrizione in riferimento ad altri delitti – falsa testimonianza, favoreggiamento, ecc.

Cavilli e tecnicismi giuridici sono sempre stati fedeli alleati di una Legge che non è mai uguale per tutti. Come non lo è la giustizia.

Dalla pronuncia della Cassazione rispetto all’eccidio di Ustica erano passati 27 anni. Già, ventisette. Più di un quarto di secolo. Una storia che apparentemente si ferma a una verità non scritta.

Il 27 giugno del 1980 l’aereo DC-9-15 della compagnia privata italiana Itavia, decollato con oltre due ore di ritardo dall’aeroporto di Bologna e diretto all’aeroporto di Palermo, si squarcia in volo all’improvviso e cade in mare in prossimità di Ustica. Perché? Per una cattiva manutenzione del veicolo. O per una bomba collocata all’interno dell’apparecchio. Questo è quello a cui avremmo dovuto credere. O quanto meno di cui accontentarci. Perché non c’è una verità processuale in sede penale che abbia accertato altro.

La storia, però, è un’altra. In sede civile, il giudice Paola Proto Pisani nel 2013 condanna i Ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire quarantadue familiari delle vittime della strage di Ustica – il 27 giugno 1980, infatti, 81 passeggeri erano morti, tra cui 16 minori – con 100 milioni di euro.

Nicola aveva 6 anni, Giuliana 11, Carlo 5 come Tiziana e Alessandra, Giovanni 13, Daniela 10 come Vincenzo, Francesca 17 come Carmela, Antonella 7 come un’altra bambina che di nome faceva sempre Francesca, Sebastiano 4, Francesco 2, Paola 16. Giuseppe, invece, solo 1 anno. Sono loro le vittime più piccole. Nomi oggi senza alcun volto che, però, non bisogna ulteriormente cancellare.

Nelle motivazioni della condanna – fatto rivoluzionario in termini di giustizia terrena – il giudice palermitano aveva acclarato che i Ministeri non avevano fatto nulla per prevenire il disastro: la sera del 27 giugno la tratta di cielo non era sufficientemente controllata dai radar italiani – militari e civili – non garantendo, così, la sicurezza del volo del DC-9-15 e dei suoi passeggeri. Inoltre condannava tali Istituzioni dello Stato per aver ostacolato le indagini.

Finalmente una prima pagina di verità giudiziaria veniva scritta. L’aero civile non si era squarciato improvvisamente e nessun ordigno era esploso al suo interno. Un missile, un maledettissimo missile lanciato da un areo da combattimento l’aveva colpito. E le autorità italiane – militari e non – non avevano fatto nulla né per per evitare che avvenisse né dopo, depistando e ostacolando chi aveva cercato di accertare o quanto meno far emergere la verità.

La sentenza civile di primo grado trovava ulteriore conferma prima in appello e poi, nel 2013, in Cassazione.

Il 22 maggio 2018, la Cassazione ha nuovamente condannato i Ministeri di Difesa e delle Infrastrutture a risarcire Itavia, la compagnia aerea fallita dopo il disastro aereo, per una cifra di circa 265 milioni di euro. A distanza di quasi quarantanni dalla strage, si confermava un fatto palese sin da subito, ma mai volutamente provato (nonostante evidenti tracce di esplosivo, dati dei radar scomparsi, versioni di esponenti politici cambiate nel corso del tempo, documenti secretati, testimonianze e intercettazioni, ecc.).

C’era una guerra la sera del 27 giugno 1980 nei cieli italiani che costò la vita a degli innocenti.

Tali sentenze confermavano, seppur in modi diversi, anche “L’istruttoria Priore” – ordinanza di rinvio a giudizio-sentenza istruttoria di proscioglimento del 1999 – conclusasi con un non luogo a procedere, non essendo stato possibile individuare i responsabili certi – d’altronde l’istruttoria non chiariva neppure la dinamica della strage – poiché l’inchiesta era stata “ostacolata da reticenze e false testimonianze, sia nell’ambito dell’aeronautica militare italiana che della Nato, le quali hanno avuto l’effetto di inquinare o nascondere informazioni su quanto accaduto”.

Non a caso, il giudice istruttore Rosario Priore concludeva: “L’incidente al DC-9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC-9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti”.

Gli 81 passeggeri del volo DC-9 mai avrebbero potuto immaginare di trovarsi vittime di una battaglia combattuta tra i cieli, che sarebbe costata loro la vita. Né avrebbero potuto immaginare cosa sarebbe accaduto dopo, per quasi quarantanni: depistaggi, lungaggini giudiziarie, logiche di potere internazionali, interessi e compromessi nazionali. E intanto che lo scorrere del tempo via via annacqua la storia, quegli 81 passeggeri rimangono ancora in attesa di una verità.

A loro, nel Museo per la Memoria di Ustica di Bologna, dove è tutt’ora conservata la carcassa ricostruita dell’aereo, l’artista Christian Boltanski ha dedicato un’installazione composta da 81 lampade sospese sul veicolo e lievemente pulsanti (rappresentanti i cuori delle vittime che ancora battono); 81 specchi neri, inclinati verso l’aereo, a ricordare gli oblò del DC-9 e la sera della strage.

Di quelle 81 vite spezzate nei cieli di Ustica, solo 39 salme furono recuperate e riconsegnate ai propri cari. Insieme ad alcuni oggetti che pian piano, di notte, erano riemersi dalle profondità marine. In attesa che riaffiori nella sua completezza una verità storica che vogliamo poter tramandare.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato il 27 giugno 1980)

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