Uomini soli nel Paese in cui si è credibili quando si viene ammazzati

Uomini soli. Il 12 gennaio 1992 durante la trasmissione Babele condotta da Corrado Augias, una donna del pubblico chiede a Giovanni Falcone: “In Sicilia si muore perché si è lasciati soli, giacché lei fortunatamente è ancora tra noi, chi la protegge?“.

Il giudice risponde: Questo significa che per essere credibili bisogna essere ammazzati in questo Paese.

Gli occhi e l’espressione di Falcone lasciano trasparire una profonda amarezza, com’è normale che sia. La frase del giudice ha in sé un grande potere rivelatore. Non solo perché il giudice pochi mesi dopo, il 23 maggio, viene ucciso da Cosa Nostra, quelle parole sono uno straordinario aforisma per descrivere l’Italia.

E non solo quella di ieri, ma anche quella di oggi. Durante la trasmissione Falcone dirà poi: “Questo è il Paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa, e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere“.

E, nel proseguo, affermerà l’importanza di rifuggire dai luoghi comuni sulla mafia e sul potere – dire che tutto è mafia, significa che niente lo è – ma di concentrarsi sul concreto. Per chiarire prima di tutto a se stessi e poi agli altri quello che si sta analizzando.

La colpa di Giovanni Falcone – e di alcuni suoi colleghi – era quella di essere vivi, o meglio sopravvissuti. Il giudice aveva molti nemici e quelli più pericolosi non erano i mafiosi, ma stavano all’interno delle istituzioni e anche nella cosiddetta società civile. Basti ricordare l’articolo di Sandro Viola su La Repubblica “Falcone, che peccato”, uscito pochi giorni prima della già citata trasmissione Babele, in cui si accusava il magistrato di pensare più alla propria visibilità e alla futura carriera politica piuttosto che alle indagini su Cosa Nostra.

Oppure gli attacchi del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e dei suoi seguaci; o ancora i dissapori e le calunnie che giravano all’interno del Palazzo di Giustizia del capoluogo siciliano e nel CSM – basti ricordare la mancata nomina a capo dell’Ufficio Istruzione della Procura palermitana.

Francesco Misiani, esponente di “Magistratura democratica”, esplicherà bene questo punto: “Falcone non fu compreso a sinistra, lui che era l’unico che aveva percepito realmente la mafia come un’articolazione dello Stato“. Già, lo Stato italiano.

Il 1992 è l’anno che ha cambiato il Paese. È lo spartiacque tra la prima e la seconda Repubblica, secondo gli storici. Il germe del 1992 è quella politica sporca che andava da Milano a Palermo e che ha visto coinvolti rappresentanti delle istituzioni, massoni e mafiosi dalla nascita della Repubblica Italiana. E si badi bene: non dal 1945, ma dal 1943, quando già dopo la caduta di Mussolini, americani e italiani decidevano le sorti del Pese. Ma ritorniamo all’anno del non ritorno.

Alla fine del gennaio del 1992 lo Stato inizia piano piano a sgretolarsi. Inconsapevolmente. Prima la relazione parlamentare – a cui non si dà molto peso – sulla Gladio , un’organizzazione paramilitare clandestina che agiva non solo in Italia, nata per volontà americana per contrastare l’avanzata comunista sovietica e parte attiva della cosiddetta strategia della tensione.

In questa organizzazione agivano militari dei servizi segreti e la struttura avrebbe avuto un ruolo rilevante nell’appoggio a terroristi eversivi di destra che compirono le più gravi e oscure stragi che hanno insanguinato il Paese.

Il 30 gennaio arriva la sentenza della Cassazione riguardo il “Maxi-processo” di Palermo, quello istruito dal pool di Falcone e Borsellino sette anni prima: 707 indagati, 476 rinviati a giudizio, di cui poi 346 saranno condannati per una serie di reati – omicidi, rapine, traffico di droga e l’allora nuovo reato di associazione mafiosa – e 114 assolti.

19 ergastoli e 2665 anni totali di carcere sia per gente già detenuta – come Luciano Leggio – sia per chi era ancora latitante – come Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Il terzo grado di giudizio confermò la tesi del pool antimafia. Sembrò la vittoria dello Stato sulla mafia siciliana. In parte era così. Ma nel carro dei vincitori su cui presto iniziarono a salire più o meno tutti coloro che si definivano “antimafiosi”, solo i magistrati di Palermo avrebbero avuto il diritto di starci. Invece si affrettarono a scendere – semmai vi fossero saliti – per continuare la battaglia contro il crimine organizzato.

Ad un livello più alto. Bisogna trovare le ricchezze dei mafiosi: solo sottraendogliele quella guerra si sarebbe potuta vincere.

Bisognava poi recidere i legami con la società, penetrare nelle “stanze oscure” per scovare chi proteggeva i criminali: politici, imprenditori, collusi di un certo livello. Tutto questo ovviamente seguendo il denaro sporco che viaggiava veloce su canali internazionali.

La sentenza della Cassazione però fu anche la prima miccia per dare il via all’implosione dello Stato. Se da un lato si erano condannati i mafiosi, dall’altro mancavano ancora i politici.

Il 17 febbraio 1992 a Milano il socialista Mario Chiesa viene arrestato dopo aver intascato una tangente di 7 milioni di lire. È l’inizio di “Mani Pulite”, l’inchiesta di Francesco Saverio Borrelli e del suo pool – in cui c’erano tra gli altri Gherardo Colombo, Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo – che avrebbe svelato un grave scenario di corruzione del sistema politico e imprenditoriale italiano: “Tangentopoli”.

Viene resa pubblica quella che da molti in quei giorni è etichettata come la storia di corruzione italiana più grave di sempre. In parte è così. Perché quasi ogni giorno qualche nome importante finiva in carcere, perché quasi ogni giorno arrivavano denunce e confessioni.

Gli imprenditori affermavano che si lavorava solo se si versava una tangente ai partiti. Tuttavia quell’inchiesta non pose fine al sistema corruttivo italiano. I partiti vissero un apparente momento di crisi.

Ma, anche se alcuni cambiarono nome e altri cessarono di esistere, la sostanza in realtà non cambiò.

Molti personaggi, infatti, riusciranno a riproporsi nelle nuove forze politiche. Altri, anche imprenditori, ritorneranno sulla cresta dell’onda con qualche anno di ritardo, dopo aver scontato le proprie pene giudiziarie.

La corruzione, in altre parole, non sarebbe finita con quella stagione.

Quello che emerge nei primi mesi del 1992 è il ruolo della magistratura in un Paese delegittimato. Ruolo – spesso imposto dalla società civile – quasi eroico, per compiere una pulizia reale quanto morale. Tutti appoggiano inquirenti e indagini.

Ma solo fin quando conviene. Anche le forze politiche, specialmente quelle nuove o non toccate dalle inchieste.

Il caso di Antonio Di Pietro – osannato da MSI e Lega Nord – ne è un esempio. Ma se Milano vuole apparentemente rinascere, l’Italia non è pronta a farlo. È la stessa magistratura, divisa in fazioni, a non comprendere il cambiamento in atto. Giovanni Falcone che, dopo la mancata nomina a Palermo, si era visto respingere anche quella a capo dell’Alto Commissariato per la lotta alla Mafia (attuale Direzione Nazionale Antimafia), aveva accettato da qualche tempo la proposta dell’allora Ministro della Giustizia Claudio Martelli (PSI) di dirigere la sezione “Affari Penali” del Ministero.

Con lo stesso Martelli, che verrà poi travolto da “Mani Pulite”, lavorava al progetto di una super-procura nazionale antimafia. Cosa che lo aveva esposto a feroci critiche da parte dei suoi colleghi. La paura di questi era quella di legare – o addirittura subordinare – la magistratura inquirente su una materia tanto delicata e complessa al potere politico.

Quest’ultmo, come detto, in preda agli stravolgimenti dovuti all’indagine della Procura di Milano. In particolare sono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano a subire il disprezzo dei cittadini, che si concretizza alle elezioni politiche del 5 Aprile, con una netta perdita di voti e l’affermazione della Lega Nord.

Che il quadro politico stesse mutando radicalmente era sotto gli occhi di tutti e ancora una volta era stata la Sicilia a segnare il passo.

Il 12 marzo era stato ucciso da Cosa Nostra l’europarlamentare democristiano Salvo Lima, luogotenente di Giulio Andreotti, leader della Democrazia Cristiana.

Fu ucciso perché la mafia siciliana aveva avuto assicurazioni sull’ “aggiustamento” delle sentenze del “Maxi-processo” in Cassazione. Cosa che non era avvenuta.

E ora Cosa Nostra cercava altri referenti politici. Un omicidio comunque ambiguo, visto che sei giorni prima, Elio Ciolini, legato alla P2 e ai servizi segreti deviati, aveva annunciato un assassinio politico.

Il 25 aprile, data assai simbolica per l’Italia, Francesco Cossiga, altro leader della Democrazia Cristiana e allora Presidente della Repubblica, si dimette. Le motivazioni vanno ricercate proprio nella fine del sistema politico travolto dallo scandalo di “Tangentopoli”.

Negli ultimi anni del suo mandato però, Cossiga era parso quanto mai oscuro, con messaggi diretti contro la magistratura, la difesa di massoni e la minaccia di rivelazioni di segreti di Stato.

Non era un caso forse, che fosse stata avanzata una richiesta di messa in stato di accusa, poi archiviata, nei suoi confronti. Tanto più che lo stesso Cossiga aveva rivendicato il suo operato a favore della Gladio.

In un clima di confusione politica – o forse di riassestamento di nuovi equilibri, si doveva eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Giulio Andreotti era il candidato più accreditato. Ma non venne eletto. Perché non si doveva eleggere.

Da qualche tempo Giovanni Falcone lavorava, oltre che per il progetto della Super-procura, a più indagini: quella degli omicidi di alcuni politici siciliani e quella della cattura di Salvatore Riina.

Per quest’ultima aveva disposto, insieme al capitano dei Carabinieri Paolo Iannone, intercettazioni ambientali presso lo studio del commercialista Mandalari. Tali intercettazioni avevano svelato una grave contiguità tra ambienti massonici, politici e mafiosi. Tanto da spingere il giudice a dire: “Chi tocca quei fili muore“.

Falcone aveva il sentore di quello in cui si stava cacciando ed era isolato per la strada che aveva intrapreso. Nell’intervista rilasciata a Marcelle Padovani aveva dichiarato: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere“. E alcuni giorni prima di morire aveva detto ad alcuni suoi colleghi: “Mi hanno delegittimato, ora mi ammazzano“.

Il 22 maggio un breve comunicato dell’agenzia Agir annunciava imminente “un bel botto, qualcosa di drammaticamente straordinario.

L’Agir era diretta da Vittorio Sbardella, democristiano che aveva abbandonato la corrente andreottiana dopo l’omicidio di Salvo Lima.

Il 23 maggio alle ore 17.55 sull’autostrada Palermo-Punta Raisi avviene quella che verrà ribattezzata la strage di Capaci, in cui perde la vita Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti della Scorta.

Il 25 maggio mentre i partiti eleggono Oscar Luigi Scalfaro Presidente della Repubblica, nella Chiesa di San Domenico si svolgono i funerali del giudice.

Quasi si arriva al linciaggio dei politici presenti.

Il 1992, quell’anno ancora assai oscuro, proseguirà, con altri fati, e soprattutto altre morti, come quella di Paolo Borsellino.

Per comprendere però, cosa significò la storia di Giovanni Falcone è utile riscoprire alcune dichiarazioni del procuratore Ilda Bocassini che si interroga sulle tante celebrazioni per il suo amico giudice scomparso: “Credo che la ragione vada rintracciata nell’ipocrisia del Paese, nel senso di colpa della magistratura, nella cattiva coscienza della politica. 

Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento.

È soltanto il più macroscopico paradosso della vita e della morte di Giovanni Falcone: la sua breve esistenza, come oggi la sua memoria, è stata sempre schiacciata dal paradosso, a ben vedere. Ce ne sono di clamorosi. Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. È stato sempre “trombatissimo”.

Bocciato come consigliere istruttore. Bocciato come procuratore di Palermo.

Bocciato come candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso. […]Eppure, nonostante le ripetute “trombature”, ogni anno si celebra l’esistenza di Giovanni come fosse stata premiata da pubblici riconoscimenti o apprezzata nella sua eccellenza.

Un altro paradosso. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità.

Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di “amici” che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito“.

Giovanni Falcone era un uomo solo.

Che fu credibile solo quando venne ammazzato. Più di vent’anni dopo, siamo ancora di fronte a uomini che rappresentano lo Stato, isolati anche all’interno delle istituzioni.

Solo facendo i conti con la storia di quelli che consideriamo i nostri eroi, a partire da Giovanni Falcone, allora potremmo comprendere il valore dei loro sacrifici e soprattutto, non averne bisogno di altri.

(Pubblicato originariamente il 5 ottobre 2015)

Francesco Trotta

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