La strage di Piazza Fontana. All’origine del male

A Piazza Fontana quel giorno c’era già il Natale. L’autunno caldo e le poche luminarie. Ma in Piazza Duomo l’abete grande era illuminato per le feste. La Banca dell’Agricoltura, edificio imponente, stava lì di fronte, pronta a chiudere. Bisognava affrettarsi per completare le ultime operazioni, gli ultimi risparmi da contare e il denaro da prelevare.

Sette chili di tritolo. Lo scoppio e la deflagrazione. Che poi, a ricordare cosa avvenne prima non sono ormai in molti a poterlo o volerlo fare. La paura, le lacrime, i corpi maciullati. La strage di Natale sarebbe diventata poi una delle due stragi di Natale. Una delle tante della nostra Repubblica.

Una valigetta abbandonata e 17 vittime. Tredici persone morirono sul colpo, altre tre poco dopo. Una addirittura l’anno successivo. Il suo corpo non si riprese mai dalle sofferenze atroci patite. 88 feriti.

12 dicembre 1969. Affinché certe cose vengano ricordate per sempre, quelle stesse cose devono essere fatte in momenti particolari. Magari vicino a una ricorrenza importante, immancabile. Così a quel sentire comune si lega qualcos’altro. E allora, l’immancabile diventa ineluttabile.

Alle 16.37 di un pomeriggio qualsiasi il 12 dicembre diventa l’origine del male. Una strage. La strage di Piazza Fontana. La madre delle stragi. Da ricordare. Forse. Perché quel ricordare è assai difficile senza una verità storica unita a quella giuridica. Forse. Perché ricordare è sempre più difficile con lo scorrere del tempo.

Erano gli italiani i terroristi. Ma chi? Quel 12 dicembre altri tre ordigni scoppiavano a Roma mentre un altro attentato era sventato sempre a Milano presso la Banca Commerciale in Piazza della Scala. Un disegno criminoso, un piano eversivo. Era l’inizio della strategia della tensione, modus operandi così ribattezzato dagli inglesi, in cui pezzi di Stato, di uomini delle Istituzioni ordivano trame criminali ai danni della Nazione, con l’appoggio operativo di gruppi estremisti politici. Le indagini sociologiche, sulla base dei dati forniti dal Ministero dell’Interno, ci dicono che l’83% degli atti di violenza compiuti dal 1969 al 1975 sono di matrice neofascista.

L’origine dell’odio. L’origine degli anni di piombo italiani si trova negli accadimenti degli anni precedenti. Ma la destabilizzazione politica aveva un suo esempio per eccellenza. La strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947. Qui le forze antidemocratiche e atlantiche, con l’aiuto di Cosa Nostra e quello alquanto discusso dei banditi di Salvatore Giuliano, avevano immolato sull’altare della Patria le vite innocenti dei lavoratori in festa. Stragi di Stato appunto, con il termine coniato dagli anarchici per definire la Strage di Piazza Fontana, che non finiscono mai: una sfida al cuore dello Stato che arriva, con protagonisti differenti, fino all’inizio degli anni Novanta.

Scenari oscuri e poco esplorati, in cui la verità o non affiora o emerge a decenni di distanza. Tra i più eclatanti: nel 1964 il Piano Solo, un tentativo di colpo di Stato da parte del Generale De Lorenzo; il 22 luglio 1970, durante i moti di rivolta di Reggio Calabria, il deragliamento del Treno del Sole (6 morti e una cinquantina di feriti). Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre il tentativo fallito di colpo di Stato da parte del Principe Nero Junio Valerio Borghese viene liquidato in fretta dalla magistratura – il pm incaricato era Claudio Vitalone – come un disegno lucido ma velleitario. Il 28 maggio 1974 accadde la strage di Piazza della Loggia a Brescia, il 4 agosto dello stesso anno una bomba esplode sul treno Italicus in provincia di Bologna causando 12 morti e decine di feriti. Il 2 agosto del 1980 la stazione di Bologna è sventrata da un ennesimo attacco terroristico. Il 23 dicembre 1984 la strage del Rapido 904 apparentemente chiude il cerchio. È ancora il Natale il contesto sanguinario con cui gli anni di piombo e il terrorismo di matrice politica volgono al termine. E chi ha indagato sui legami tra elementi della destra eversiva, dello Stato e le stragi, ci lascia la vita, come nel caso dei giudici Vittorio Occorsio e Mario Amato.

Le indagini sugli anarchici. È questa la pista seguita per la strage di Piazza Fontana. E su questa pista, “suicidato” da una finestra della Questura, muore l’anarchico Giuseppe Pinelli, la sera del 15 dicembre 1969. Un fermo illegale. Una morte senza giustizia, la sua.

Ma che avrebbe provocato anche la morte del Commissario Calabresi, che, sebbene non fosse presente nella stanza da cui fu suicidato Pinelli (secondo le indagini della magistratura), era ritenuto dalla sinistra moralmente responsabile. E così il 17 maggio 1972 Luigi Calabresi cadde sotto i colpi dei terroristi di matrice rossa.

Intanto, però, i presunti responsabili della strage vengono individuati negli anarchici Pietro Valpreda, un “utile colpevole”, e Mario Merlino, un neofascista infiltrato tra gli anarchici.

La cellula veneta. Pare una casualità, ma il 15 dicembre, il giorno della morte di Giuseppe Pinelli, quello dei funerali in Piazza Duomo, ad Arcade (Treviso) il professore di francese Guido Lorenzon si reca dall’avvocato Steccanella per riferirgli alcuni sospetti su un amico, Giovanni Ventura. Racconta di confidenze fatte dallo stesso Ventura. Si era convinto che questi fosse coinvolto nell’attentato del 12 dicembre.

La testimonianza di Lorenzon fin dall’immediato indirizza i sospetti su strade diverse da quelle dei circoli anarchici milanesi. Ed è dalle sue parole che nasce l’indagine della svolta, quella scritta dal pm Stiz che portano a squarciare il velo sulla cellula veneta di Ordine Nuovo. Perché è dal Veneto che parte la bomba che esplode a Milano.

Perché è il Veneto, terra di confine, che assurge a epicentro di ideologie e trame oscure. Non c’è solo Giovanni Ventura in quella cellula di estrema destra. Ci sono anche Franco Freda, Carlo Maria Maggi, Carlo Digillo, Delfo Zorzi. E l’orizzonte si sposta pure verso elementi dei Servizi Segreti, come Guido Giannettini, Gianadelio Maletti e Antonio Labruna. C’è abbastanza per capire che la verità sulla strage di Piazza Fontana non avrebbe trovato facilmente luce.

I processi. La vicenda processuale riguardo la strage conosce uno degli iter giuridici più lunghi della storia del nostro Paese. Si arriverà a sette processi, il primo inizia il 13 febbraio 1972 e l’ultimo si conclude a 36 anni dalla strage, nel 2005.

E, tra depistaggi confutati, fughe all’estero, latitanze dorate e non luoghi a procedere, è l’assoluzione giudiziaria il comune denominatore.

Alla lettura dell’ultima sentenza, la Cassazione ha tenuto a precisare che l’eccidio di Piazza Fontana è stato commesso dalla cellula veneta di Ordine Nuovo e le responsabilità vanno attribuite a Giovanni Ventura (morto in Argentina nel 2010) e Franco Freda (attualmente libero), non più processabili perché assolti definitivamente in precedenza. E, come in una commedia mal scritta, le spese processuali sono state addebitate ai parenti delle vittime della strage.

Piazza Fontana rimane così la metafora di un Paese che si auto-assolve, senza provare alcuna vergogna.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato il 12 dicembre 2017

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