La strage di Ciaculli e la Prima guerra di mafia

Sicilia. Provincia di Palermo. Ciaculli. I volti fatiscenti di case anonime sono abbagliati da un sole tronfio, che penetra anche tra le strette viuzze del centro. Non lesina di inondare di luce calda le pietre delle chiese, dei palazzi barocchi, dei teatri. Il cielo è azzurro, senza nuvole. Il vociare continuo, a tratti assordante, tra le bancarelle dei mercati rionali, scandisce i passi di una coreografia familiare: una danza intima che lega la storia di una città alle vite dei suoi abitanti.

Una cadenza dolce, regolare, lascia posto al ritmo sincopato di una danza macabra. è la prima guerra di mafia: Cosa Nostra è divisa. Le famiglie di Palermo – La Barbera e Greco su tutte – si affrontano, apertamente, nelle strade. Sono sanguinarie: imbracciano le consuete lupare ed impiegano con sempre più non-chalance ordigni esplosivi. Mietono vittime. Anche innocenti. Sono vittime collaterali. Inevitabili, in una guerra senza confine per ribadire “aree di competenza” altrimenti inesistenti.

Dal cuore della capitale siciliana si estende, la guerra; ne segue le arterie principali, fuori, fino alle estremità. È in questa cornice che prende forma la sagoma sbiadita della Strage di Ciaculli – una borgata agricola a sud-est di Palermo – ed i volti sfuocati dei suoi protagonisti: sette uomini delle Forze dell’Ordine nel ruolo di vittime collaterali. Sbiadito può essere il ricordo della strage, quanto netta e demarcata è la fine della prima guerra di mafia che essa inevitabilmente comporta.

È il 30 giugno del 1963. Il tenente dei carabinieri Mario Malausa, il maresciallo di Pubblica Sicurezza Silvio Corrao, il maresciallo Capo dei Carabinieri Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccio ed il soldato Giorgio Ciacci, si recano a Ciaculli per ispezionare un’Alfa Romeo Giulietta, dopo una segnalazione anonima alla questura di Palermo.

L’auto era stata abbandonata nei pressi di Ciaculli, con le portiere aperte. Desta preoccupazione. Viene chiamata una squadra di artificieri: il sospetto di un’altra autobomba era forte. Poche ore prima, infatti, nella notte, nella zona di Villabate, a cinque chilometri in linea d’aria da Ciaculli, l’esplosione di un’auto abbandonata di fronte all’autorimessa del boss Giovanni Di Peri, aveva provocato la morte di due persone: il custode del garage Pietro Cannizzaro ed il fornaio Giuseppe Tesauro. Anch’essi vittime collaterali.

Dopo l’ispezione dell’automobile ed il disinnesco di una bombola di gas rinvenuta al suo interno, non sembrava esserci più alcun motivo di allarme.

Quando il tenente Mario Malausa apre il bagagliaio però, l’esplosione. Si ipotizzò che il tritolo fosse inizialmente destinato ai rivali di Ciaculli – Salvatore Greco e Giovanni Di Peri – da parte degli affiliati al centralissimo clan di Porta Nuova, allineato coi La Barbera, tra cui Pietro Torretta, Michele Cavataio, Tommaso Buscetta e Gerlando Alberti. Altra ipotesi investigativa conduce ai proprietari di Villa Serena, adiacente al luogo dove esplose la bomba, dei fratelli Prestifilippo, probabilmente i destinatari dell’attentato.

La reazione dello Stato – gli arresti che seguono l’attentato dinamitardo sono centinaia – sorprende Cosa Nostra. La Commissione provinciale dell’organizzazione criminale siciliana viene sciolta. La guerra intestina va terminata. Si mantiene un profilo basso, fino a che non si saranno calmate le acque.

Pietro Torretta, assieme al pentito Tommaso Buscetta, si vedono assolti per insufficienza di prove dai reati loro imputati per i fatti di Villabate e Ciaculli durante il processo di Catanzaro, iniziato nel 1968 proprio ai danni dei protagonisti della prima guerra di mafia. Nell’ambito dello stesso processo, Pietro Torretta viene condannato a 27 anni di carcere per omicidio, mentre per Buscetta l’unica imputazione, e successiva condanna a dieci anni, è quella per associazione a delinquere. (Si deve attendere il 1982 e la legge Rognoni-La Torre per il reato di mafia).

Vent’anni dopo la strage di Ciaculli, Tommaso Buscetta, divenuto nel frattempo collaboratore di giustizia, addosserà la completa responsabilità delle autobombe sanguinarie a Michele Cavataio, detto “il Cobra”, a capo della famiglia dell’Acquasanta, convenientemente morto nel 1969; convenientemente ucciso da un commando composto da uomini del clan di Corleone, tra cui il futuro “capo dei capi”, Salvatore Riina, e del clan di Riesi.

L’evento pretestuoso che dà il via alla prima guerra di mafia è una partita di eroina spedita in America nel dicembre 1962 dalle famiglie Greco e La Barbera. Il quantitativo di droga sarebbe stato minore di quello inizialmente pattuito. Il mafioso Calcedonio Di Pisa ne paga le conseguenze. Siamo nell’ambito di quell’inchiesta che verrà successivamente soprannominata “Pizza Connection”: una rotta commerciale diretta dalla Sicilia agli Stati Uniti per il traffico di stupefacenti. Secondo le dichiarazioni dello stesso Buscetta rilasciate negli anni ’80, lo stesso Michele Cavataio, figura quantomai emblematica, sarebbe stato l’autore materiale dell’omicidio di Calcedonio Di Pisa, membro della Commissione provinciale, cui all’epoca faceva capo Salvatore Greco, con l’intento di far ricadere la colpa sui fratelli La Barbera e, così facendo, provocare la reazione violenta dei Greco. Indiscrezioni mai accertate vedono dietro la prima guerra di mafia e dietro le azioni di Cavataio nei fatti di Villabate e Ciaculli, un consorzio di famiglie mafiose determinate a scalzare il dominio indiscusso dei Greco e La Barbera.

A prescindere dai veri o presunti mandanti, la tattica sembra funzionare: lo screzio incrina i rapporti tra le famiglie reggenti di Palermo. E dà il “la” ai conflitti.

È il rapporto di vassallaggio che lega i boss locali agli affiliati, marcando drammaticamente lealtà ed alleanze, che impone a questi ultimi di scendere in campo, su fronti opposti, per eliminare i rivali. Ci si batte per ribadire accordi taciti sulle aree di competenza, in particolare per la gestione del traffico di stupefacenti e degli appalti. Territorio ed influenza, insomma, su cui si svolgono i soliti business: droga, appalti. Ed oggi se ne aggiungono di nuovi: è un ambiente indubbiamente resiliente, e necessariamente “creativo”, quello criminale. Si reinventa.

Rimane, costante, la solita nenia. Stridula. Sibilante. È l’accompagnamento musicale ad una vecchia, nuova danza macabra, che si rigenera imperturbabile come un supplizio, una condanna. E lega la storia della città alle vite dei suoi abitanti. Il padre di Malausa sarebbe deceduto pochi mesi dopo la strage di Ciaculli per il dolore della perdita del figlio. Il fratello Franco fu il primo parente di una vittima di mafia a costituirsi parte civile in un processo (quello di Catanzaro). Alla moglie del maresciallo Corrao fu restituita la fede nuziale, una scarpa, la cintura e la fondina della pistola. Tutto ciò che rimaneva di lui.

Silvia Bortoletto

Silvia Bortoletto – Cosa Vostra

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