La storia della Strage di Via Palestro

Alle 23.14 del 27 luglio 1993 un ordigno esplode a Milano, in Via Palestro. Esplode come se fosse una cosa normale, qualcosa a cui ci si può abituare. D’altronde, in quegli anni, c’era già stato più di un attentato in Italia. Era una calda estate tipicamente milanese, condita dall’attesa per le ferie d’agosto. Ma c’era una bomba in Via Palestro, di fronte al Padiglione di arte contemporanea.

Un’autobomba per l’esattezza, una Fiat Uno imbottita di tritolo. Un emblema mafioso che di notte svegliava la capitale del Nord Italia da un torpore flebile: quello di essere almeno immune alle angherie della mafia. Erano anni di scandali per la vecchia capitale morale stordita soltanto dalle inchieste di Mani Pulite. E Via Palestro sembrò quasi un fatto collaterale. Ma fu una strage.

Quella notte, infatti, Alessandro Ferrari, trentanni, agente di Polizia Locale, sull’autopattuglia “Monza 3”, aveva notato del fumo bianco fuoriuscire da un’automobile parcheggiata in Via Palestro. Come da prassi, aveva richiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco. Ferrari aveva anche bloccato la strada e chi si accingeva a percorrerla.

Virginio Tornaghi, un operaio che in bici stava raggiungendo Piazza Cavour, raccontò di essere stato fermato da Ferrari e poi: “Vedo più avanti la Fiat, vedo una fiammella sul davanti, poi i vigili del fuoco intorno, che lavoravano. Me ne sono stato lontano, all’improvviso c’è stata un’esplosione fortissima, che mi ha buttato per terra”.

I Vigili del Fuoco, infatti, allertati da Ferrari, erano giunti dalla Caserma di via Benedetto Marcello. Erano in sette a comporre la squadra di turno quella sera: Stefano Picerno, Carlo La Catena, Sergio Pasotto, Antonio Abbamonti, Paolo Mandelli, Antonio Maimone e Massimo Salsano.

Stefano Picerno, il caposquadra, avvicinatosi alla macchina, aveva aperto il baule posteriore da cui proveniva il fumo bianco e avevo notato un pacco sospetto.

Fu una questione di un paio di minuti, non di più.

Qualcuno aveva gridato “Via! Via!”, “Una bomba!”.

Il caposquadra aveva invitato i suoi compagni ad allontanarsi e mentre stava avvisando la Questura perché mandassero gli artificieri avvenne l’esplosione.

Picerno era appena tornato dalla luna di miele in Costa Brava proprio quel giorno, il 27 luglio. Gli era stato ordinato di fare il turno di notte, che aveva accettato senza fare problemi. Aveva portato al lavoro un vassoio di paste e una bottiglia di prosecco per festeggiare il suo matrimonio e anche il compleanno di Sergio Pasotto. Poi era uscito con i colleghi per quell’intervento all’apparenza normale. Carlo La Catena, invece, appena ventiquattro anni, aveva scelto di fare il turno di notte. Faceva sempre così perché, quando poteva, tornava nella sua Napoli. In questo modo, scegliendo quel turno, poteva rientrare a Milano il più tardi possibile.

Furono La Catena, Picerno e Pasotto a morire quel 27 luglio. Con loro, morì anche Alessandro Ferrari, lui, che voleva salvare gli altri, non riuscii a sopravvivere alle ferite gravissime: sbalzato via dall’urto d’aria per venticinque metri, avrebbero ritrovato il suo corpo nel parco poco distante.

Ma quella sera morì anche Driss Moussafir, 44 anni, un signore marocchino, che aveva scavalcato la bassa cancellata dei giardini pubblici vicini al Museo di Scienza Naturale e si era sdraiato sulla panchina. E su quella panchina è passato dal sonno alla morte, squarciato da un pezzo di lamiera. È morto così, per caso.

Alberi spezzati. Corpi anneriti. Detriti sparsi per 80 metri. Un pezzo del motore della Fiat finito sul balcone del terzo piano al civico numero sei; in linea d’aria a 100 metri dall’esplosione. La facciata del Padiglione devastata. Uno dei Vigili del Fuoco, posto su una barella, sembrava muoversi, come se non si desse pace. Ma era già morto. Solo, parti del suo cadavere – prima il gomito, poi la gamba – fuoriuscivano dal telo posto sopra a coprirlo.

Fu questa la scena che poco dopo mezzanotte avrebbe accompagnato dapprima soccorritori e superstiti, poi funzionari pubblici, poliziotti e magistrati. Fu la strage di Via Palestro.

La pista mafiosa. Toccherà anche a Milano”. Era questa la frase che in molti avrebbero ripetuto nei giorni seguenti l’esplosione. Perché? Quell’autobomba richiamava i recenti fatti di Firenze e Roma.

Il 14 maggio 1993 in via Fauro, infatti, nel quartiere Parioli a Roma era scoppiata una bomba nascosta in un’automobile, che avrebbe dovuto colpire il giornalista Maurizio Costanzo che, per fortuna, si salva. Morì per lo spavento dell’esplosione, una donna di settant’anni mentre 23 persone rimanevano ferite. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio, a Firenze in via dei Georgofili, esplose un’altra bomba che uccide 5 persone e causa il ferimento di altre 48, oltre ad ingenti danni di inestimabile valore.

Il perché di queste bombe conduceva alla mafia. Cosa Nostra, dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, aveva spostato il suo raggio d’azione in “Continente”. E precisamente aveva scelto di colpire – secondo una tesi ormai accertata da magistrati e giornalisti – obbiettivi ritenuti “sensibili” della Nazione, ossia i beni artistici e culturali o comunque quei luoghi simbolo, per creare panico nella popolazione. Una vera e propria strategia del terrore. E, infatti, lo Stato in tempi recenti non era mai stato così sotto attacco. Sarebbe crollato e avrebbe “trattato”?

La sera del 27 luglio 1993, in effetti, altri due ordigni esplodevano a Roma, danneggiando le basiliche di San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro.

Il 27 gennaio del 1994 era fissato un altro attentato contro i carabinieri: un’autobomba posteggiata in via dei Gladiatori, vicino allo stadio Olimpico. L’innesco non funzionò (sarebbe stata una carneficina se fatta esplodere in un certo momento del giorno, perché proprio in quella data si giocava il derby di calcio), ma inspiegabilmente gli stragisti decisero di non riprovarci.

Pare – apparentemente – che tutto si sia normalizzato dopo questo episodio.

Una foto d’archivio di Via Palestro il giorno dell’attentato. Milano, 27 luglio 2013. ANSA/ ARCHIVIO VIGILI DEL FUOCO

Le indagini. Nel giro di poche settimane dai fatti di Via Palestro, l’inchiesta passa da Milano a Firenze perché l’esplosivo utilizzato per Milano è lo stesso utilizzato nella Strage di Via dei Georgofili.

È la Cassazione, nel 2002, a ricostruire in parte i fatti. “L’episodio di Milano è stato ricostruito in base alle dichiarazioni di Pietro Carra, Antonio Scarano, Emanuele Di Natale e Umberto Maniscalco. Carra, unitamente a Lo Nigro che aveva con sé una miccia, aveva trasportato ad Arluno l’esplosivo, che era stato macinato e confezionato da Spatuzza, Lo Nigro e Giuliano nel rudere di Mangano, consegnandolo il 23 luglio; Lo Nigro e Giuliano si erano poi recati rispettivamente il 26 e il 27 luglio, a Roma, ove Scarano era impegnato nella preparazione degli attentati alle chiese, Scarano aveva appreso da Lo Nigro che quella sera sarebbero successe cose eclatanti in tutta Italia; aveva inoltre sentito Lo Nigro chiedere a Giuliano se aveva lasciato tutto a posto a Milano e quest’ultimo rispondere affermativamente; dopo gli attentati aveva sentito i predetti parlare tra loro e dire che le bombe di Milano e di Roma sarebbero dovute esplodere contemporaneamente a mezzanotte, ma che a Milano lo scoppio era avvenuto un’ora prima del previsto; la sera del 27 luglio, mentre preparavano l’autobomba nel cortile di via Ostiense per le stragi di Roma, Scarano aveva riferito a Di Natale che quella sera sarebbero scoppiate altre bombe anche a Milano; Scarano sollecitato da Di Natale a portare via l’esplosivo da via Ostiense in Roma, aveva risposto di avere pazienza perché doveva accordarsi con altre persone di Milano”.

Prima era stata la Corte d’Assise di Firenze a giudicare autori materiali della strage: “Antonino Mangano, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Gaspare Spatuzza. Alle persone sopra dette, indicate dai collaboratori, vanno aggiunte Giacalone Luigi, Benigno Salvatore e gli stessi Antonio Scarano e Grigoli Salvatore. Oltre che naturalmente lo stesso Carra”.

Scrivono i giudici: “Purtroppo, la mancata individuazione della base delle operazioni a Milano e dei soggetti che in questa città ebbero, sicuramente, a dare sostegno logistico e contributo manuale alla strage non ha consentito di penetrare in quelle realtà che, come dimostrato dall’investigazione condotta nelle altre vicende all’esame di questa Corte, si sono rivelate più promettenti sotto il profilo della verifica esterna”.

Nel 2002 la Procura di Firenze fece arrestare anche i fratelli Tommaso e Giovanni Formoso, del mandamento di Misilmeri, ritenuti coloro che aiutarono Cosimo Lo Nigro con l’esplosivo ad Arluno e che materialmente compirono l’attentato. I fratelli Formoso sono stati condannati nel 2003 all’ergastolo.

Tuttavia, nonostante alcune sentenze, non si è fatta piena luce sull’intera vicenda.

La strage di Via Palestro rimane “praticamente oscura nelle modalità di esecuzione e, in parte negli autori.

Nel 2008 le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza confermavano in parte quanto già si sapeva, ma introducono nuovi elementi d’indagine.

Secondo il mafioso di Brancaccio, il commando che avrebbe agito nella preparazione dell’attentato, sarebbe stato composto da Giovanni Formoso e i fratelli Vittorio e Filippo Marcello Tutino, l’unico che, secondo il pentito, “si muoveva bene su Milano dove aveva lavorato come imbianchino. È stato lui a guidare l’auto in via Palestro”.

Spatuzza, tra l’altro, si è autoaccusato di aver portato l’auto, poi utilizzata per la strage, ad Arluno. Tuttavia Spatuzza afferma anche di non aver mai visto nelle fasi preparatorie dell’autobomba Giovanni Formoso, già condannato all’ergastolo per la strage di via Palestro.

Ma c’è di più. Spatuzza, durante un interrogatorio, dice che a Milano erano sorti “dei problemi” e che “l’obiettivo venne mancato di 150 metri”. Ma non sa quale fosse il vero obbiettivo.

Secondo il pentito, quindi, non si doveva colpire il Padiglione d’arte contemporanea? E come mai afferma di non sapere quale fosse il reale bersaglio da colpire, ma sa che la bomba esplose a 150 metri dall’obbiettivo sbagliato?

Comunque, degli accusati da Spatuzza, Vittorio Tutino è stato condannato solo per gli attentati di Firenze e Roma e suo fratello Filippo Marcello è stato assolto il 13 luglio 2018 per i fatti di Via Palestro. Per i giudici le dichiarazioni di Spatuzza sono “connotate da credibilità intrinseca, precisione, coerenza e spontaneità”. Ma mancano i riscontri oggettivi che, a distanza di decenni dalla strage a Milano, sono quasi impossibili da provare.

È stata solo la mafia? Per la stagione stragista e le bombe del 1992-1993 in “Continente” inoltre sono stati condannati tutti i componenti della cupola di Cosa Nostra, in particolare i fratelli Graviano, che, non a caso, furono arrestati proprio a Milano. Ma le sentenze, come detto, non svelano fino in fondo le dinamiche della strage di Via Palestro.

Il sospetto, pertanto, è che dietro o affianco a Cosa Nostra vi fosse quella sera – come in altre situazioni – qualche altre ombra assai oscura. La scrittrice Stefania Limiti nel libro “La strategia dell’inganno” scrive pagine assai interessanti in questo senso. Racconta, ad esempio, della presenza di una donna bella, bionda, magra, che avrebbe parcheggiato l’auto contenente la bomba in via Palestro. Una donna già avvistata – per così dire (c’era un identikit) – anche a Roma, durante l’attento di via Fauro.

Di questa donna, che qualcuno chiama Antonella o Maria Grazia (addestrata da Gladio e legata ai Servizi segreti), però non c’è traccia in alcuna sentenza e pare non rientrare tra le piste investigative. Ma una donna nei piani stragisti mafiosi è qualcosa che cambia le regole, soprattutto quelle di mafia. Spatuzza, alla domanda sul coinvolgimento di una donna nelle stragi, avrebbe risposto ridendo. E allora forse, non si tratta solo di mafia, se fosse stata accertata la presenza di quella donna al momento della strage.

In secondo luogo, l’obiettivo della bomba era davvero il Padiglione d’arte contemporanea? Se – come affermano alcuni mafiosi, a partire da Giovanni Brusca – i bersagli da colpire venivano scelti sui depliant turistici, come mai venne scelto proprio il padiglione tra tutte le altre possibilità che offriva Milano? Questo, infatti, non era così conosciuto come la Galleria d’arte moderna, vicina allo stesso padiglione (e forse reale obiettivo). Ma vicino al luogo dove poi avvenne l’esplosione, vi erano anche la stazione dei Carabinieri, in via Moscova, e la Questura, come aveva notato l’allora capo della Squadra Mobile di Milano, il tarantino D’Amato, le cui osservazioni però non vennero tenute in considerazione. Stando ad altre supposizioni, invece, in via Palestro si trovavano alcuni uffici del Gran Maestro massonico Giuliano Di Bernardo e quelli di Marcello Dell’Utri. E non lontano dalla via, ci sarebbero stati persino i Servizi Segreti.

È il contesto storico-criminale nella sua totalità, dunque, a dover essere analizzato per cogliere il momento in cui cadono i fatti di Via Palestro. Dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, il 5 novembre 1992 un giardiniere di Boboli trovò un sacchetto dell’immondizia con dentro una bomba da mortaio, vecchio residuato bellico, lasciata lì da Santo Mazzei, mafioso catanese, che aveva fatto una rivendicazione all’Ansa, parlando in un dialetto siciliano così stretto che il centralinista non aveva capito nulla.

Poi avvennero gli attentati di Via Fauro e di Via dei Georgofili. La Falange Armata rivendicò l’attentato col codice identificativo 763321, lo stesso utilizzato nelle stragi di Capaci e in Via D’Amelio.

Il 2 giugno 1993 viene scoperta un’autobomba, senza innesco, in via Sabini, a cento metri da Palazzo Chigi.

La sera stessa dell’attento di Via Palestro e delle bombe a Roma, il 27 luglio, Palazzo Chigi restò isolato a causa di un black-out telematico: il presidente del Consiglio Ciampi è costretto ad usare il suo cellulare privato.

Il 2 agosto, per la commemorazione della strage alla stazione di Bologna, a cui non avrebbe dovuto partecipare, fu lo stesso Ciampi a pronunciare un discorso nel quale fece espliciti riferimenti alla Loggia P2.

Intanto il 29 luglio una nota del Sismi dava atto che in via confidenziale, tra il 15 e il 20 agosto successivi, avrebbe avuto luogo un attentato contro una personalità di rilievo, Giorgio Napolitano o Giovanni Spadolini. La magistratura l’avrebbe saputo solo dopo 10 anni.

Il 30 luglio veniva ritrovato un ordigno accanto al carcere militare di Forte Boccea, dove era detenuto Bruno Contrada, ai vertici del Sisde, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli artificieri disinnescarono la bomba un quarto d’ora prima dello scoppio.

Il 18 settembre 1993 un’autobomba esplose davanti la caserma dei carabinieri di Gravina di Catania causando il ferimento di quattro militari. Tra il 21 e il 22 ottobre esplose un ordigno sul davanzale della finestra del Palazzo di Giustizia di Padova, provocando danni ma non vittime.

Il 18 gennaio 1994 l’obiettivo furono ancora i carabinieri: in un agguato a Scilla, in Calabria perdono la vita due Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Il 24 gennaio viene sventato un attentato contro il procuratore della Repubblica di Trapani, Luca Pistorelli, titolare delle inchieste su Gladio e massoneria. Dopo il fallito attentato vicino allo Stadio Olimpico, il 27 gennaio 1994, di colpo gli attacchi allo Stato cessavano.

La Strage di Via Palestro va collocata nel momento storico della cosiddetta Trattativa tra Stato e mafia. Nelle motivazioni della recente sentenza della Corte d’Assise si analizzano anche le conseguenze che ebbero le bombe del 27 luglio. Quella notte il Presidente del Consiglio Ciampi ebbe addirittura il timore che “potesse esservi un colpo di stato.

Ciampi racconta: “Ricordo perfettamente che effettivamente convocai, in via straordinaria, il Consiglio Supremo di Difesa. Di tale convocazione venne informato sicuramente il Presidente della Repubblica [Scalfaro ndr.]” e che allora vennero prospettate diverse possibili matrici, da quella islamica a quella mafiosa.

Nel giro di pochi giorni – già il 10 agosto – i vertici istituzionali identificano però l’attentato di Via Palestro come un episodio da collegare alle altre bombe di Roma e Firenze, proseguendo quindi lungo la pista mafiosa. Erano stati rinnovati i provvedimenti applicativi del 41bis (ovvero il carcere duro) proprio tra il 20 e il 27 luglio e la mafia aveva risposto con l’attuazione della strategia stragista.

In tal senso nel 1993 la D.I.A., il Cesis (Servizi segreti) e lo S.C.O. (Polizia di Stato) giungevano alle medesime conclusioni: “Obiettivo della strategia delle “bombe” sarebbe quello di giungere ad una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione [Cosa Nostra]: il carcerario [41bis] e il pentitismo”.

Da notare, quindi, che già nel 1993, molto tempo prima che emergesse pubblicamente la questione “Trattativa”, gli organi inquirenti sanno che questa non è una possibilità così remota. Ma anzi, nelle note riservate, si parla di “strategia della tensione”. È da evidenziare, comunque, che secondo la D.I.A. e il Cesis, almeno inizialmente, dietro l’attentato di Via Palestro sembrava non esserci solo la mafia. Le bombe del 27-28 luglio, in effetti, erano di tipo “terroristico”, più che semplicemente mafioso, con l’esplosione quasi simultanea a Roma e a Milano, e con obiettivi assai diversi, per significato, tra loro.

Secondo la D.I.A. (nota del 10 agosto 1993, con appunto del Direttore De Gennaro), se l’esecuzione e la presenza operativa degli attentati erano da attribuire a Cosa Nostra, il contesto criminale nazionale lasciava “intravedere l’intervento di altre forze criminali in grado di elaborare quei sofisticati progetti necessari per il conseguimento di obiettivi di portata più ampia e travalicanti le esigenze dell’organizzazione mafiosa.

Le sottili valutazioni sugli effetti di una campagna terroristica e lo sfruttamento del conseguente condizionamento psicologico non appaiono essere semplice frutto della mente di un criminale comune: si riconosce in queste operazioni di analisi e valutazione una dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con i meccanismi della comunicazione di massa nonché una capacità di sondare gli ambienti della politica e di interpretarne i segnali”.

Sulla stessa linea si era mosso il Cesis, secondo cui in un nota riservata del 6 agosto 1993, “se la pista della criminalità organizzata, in particolare Cosa Nostra, è quella che al momento raccoglie maggior concretezza, è da valutare l’area dell’eversione ideologica, in particolare dell’estrema destra, che già in passato si è manifestata disponibile anche a forme di collaborazione con la criminalità organizzata”.

Infatti “… quando, come appreso, si individua il gruppo di Cosa Nostra (verosimilmente quello facente capo ai corleonesi), non sono da escludere eventuali apporti di altre organizzazioni criminose come la ‘Ndrangheta e la Camorra, o di ambienti affaristici di varia natura legati al mondo dell’illecito o ancora di centrali di potere occulto”.

Non era stato un caso, quindi, che il 30 luglio 1993, subito dopo la Strage di Via Palestro, l’allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi, durante il Consiglio Supremo di Sicurezza, avesse affermato: “…solo i recenti episodi consentono una diversa lettura; si deve ormai pensare ad una struttura con capacità progettuale e operativa, che vede una presenza della mafia ma presenta una intelligenza non solo mafiosa… occorre allora far luce su quanto di politico e di criminale esiste dietro questo tipo di progettualità, con una mente politica ed un braccio mafioso…”.

Perché allora, per quanto riguarda la strage di Via Palestro, si sceglie di proseguire solo sulla pista che conduce a Cosa Nostra? E, soprattutto, perché non la si indagò fino in fondo?

Secondo Spatuzza, le sole menti dietro la strage sarebbero quelle dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, che quella sera, non erano in Lombardia, ma erano ospiti dell’imprenditore milanese Enrico Tosonotti a Forte dei Marmi. Non finì mai nelle inchieste, poi, Robertino Enea, considerato il capo di Cosa Nostra a Milano.

Alcune videocamere l’avrebbero ripreso mentre si trovava all’interno di una sala da biliardo vicino al Padiglione d’arte contemporanea. Al momento dell’esplosione, fu l’unico a non uscire dalla sala e fu poi ripreso mentre frettolosamente si allontanava da via Palestro in direzione opposta al luogo della strage. Non era stato informato dell’attentato?

Cosa rimane oggi della Strage di Via Palestro? Nel 2013 la targa commemorativa che ricordava i cinque caduti di quel giorno – “Vittime innocenti per un vile attentato” – è stata sostituita dalla scritta “Vittime di una strage mafiosa per ricattare lo Stato”. Almeno la memoria cerca di essere un po’ più credibile.

Francesco Trotta

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