La storia della Strage di Via D’Amelio e del suo depistaggio

Il 19 luglio 1992. Quel giorno, all’incirca verso le 17.00, una colonna di fumo nero si è alzata da pochi attimi tra i palazzoni di Palermo, nella centralissima via Mariano d’Amelio. È una colonna di fumo che sa di morte e che investe come un assordante vagito una domenica d’estate. Alle ore 16.58 del 19 luglio 1992 quella che verrà poi indicata essere stata un’autobomba squarcia il ventre molle dell’Italia.

Il giudice Paolo Borsellino, Procuratore Aggiunto della Repubblica di Palermo, è morto. Insieme a lui, in quella che sarebbe stata ribattezzata “Strage di Via D’Amelio”, il capo-scorta Claudio Traina, gli agenti Vincenzo Li Muli, Walter Cusina, Agostino Catalano e Emanuela Loi, la prima donna poliziotto a morire in servizio.

A Palermo il 19 luglio 1992 la vita spezzata del giudice Paolo Borsellino inizia a diventare storia. In maniera angosciante, rabbiosa, annacquandosi nello scorrere del tempo, passiva, sublimata dai processi e, soprattutto, dai depistaggi, la morte e la mancanza di verità diventano Storia della Repubblica. In maniera, purtroppo, tipicamente italiana.

Su Paolo Borsellino, sulla sua intransigente difesa della Legge, sul suo straordinario coraggio, sulla sua eccezionale capacità investigativa, in quel momento storico si concentravano le speranze duramente colpite dall’aggressione mafiosa. Cinquantasette giorni prima, infatti, era avvenuta la Strage di Capaci. Il 23 maggio 1992 erano stati uccisi il giudice e amico di Paolo, Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, il capo-scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

Nonostante il breve lasso temporale, la mafia attuava un altro gravissimo progetto delittuoso, colpendo “il Magistrato che portava con sé l’eredità morale di Giovanni Falcone e, con il suo eroico impegno, rappresentava un pesantissimo ostacolo alla realizzazione dei disegni criminali non soltanto dell’associazione mafiosa, ma anche di molteplici settori del mondo sociale, dell’economia e della politica compromessi con Cosa Nostra”.

Non è un caso, quindi, che il piano contro Paolo Borsellino assunse i caratteri di un attacco terroristico: esso era finalizzato a piegare alla volontà dell’organizzazione mafiosa un intero Paese. Ora che è passato più di un quarto di secolo, la storia della fine di questo magistrato non solo non la si conosce fino in fondo, ma è anche diventata tragedia. Ancora non sappiamo chi l’ha ucciso e perché lo voleva morto. Chi l’ha tradito, chi l’ha lasciato solo.

Numerose sono le versioni che hanno lasciato spazio a nuove e ipocrite fondamenta di uno Stato, nelle sue più alte rappresentanze e rappresentazioni, devoto alla sua figura.

È una tragedia in cui compaiono e scompaiono volti e pochi nomi. In cui aleggia, talvolta come uno spettro e altre come un coniglio tirato fuori da un cilindro, un’ombra che ha i tratti di personaggi eccellenti, di servizi segreti e poliziotti, di mafiosi veri e mafiosi presunti.

E in questo senso che Paolo Borsellino diventa un eroe romantico, non per il prima – la sua vita che poco davvero si conosce – ma per i tratti con cui viene a mancare – lui come pure la Giustizia – per quella scarsità di pietas che contraddistingue questa storia malinconica. Storia in cui, per i familiari del giudice, alla sua assenza si è aggiunta anche l’assenza della verità come parte integrante delle proprie vite.

Questa tragedia volutamente resa tale da più attori pone quasi in secondo piano il contesto mafioso, consumandosi per le strade di Palermo e dell’Italia, tra veleni e palazzi, tribunali, carceri e uffici di Polizia.

Paolo Borsellino è stato sacrificato e non si è sacrificato. E come nei più lugubri recenti drammi, quasi ci si deve accontentare e ringraziare di avere una salma su cui piangere. E farsela bastare.

Il racconto. Nella comunicazione di notizia di reato del 20 luglio 1992 della Squadra Mobile della Questura di Palermo, la ricostruzione dell’accaduto inizia così: «Alle ore 16.58 circa del 19 c.m., personale della Volante “21”, nel transitare per questa Piazza Giacchery, udiva una forte deflagrazione provenire dalla parte ovest della città, fatto che subito induceva a pensare che era accaduto qualcosa di grave. Notiziata la Sala Operativa il suddetto personale si dirigeva immediatamente verso la zona, e giunto in via Autonomia Siciliana, angolo via D’Amelio, si trovava dinanzi ad uno scenario agghiacciante. Decine di auto distrutte dalle fiamme, altre che continuavano a bruciare, proiettili che a causa del calore esplodevano da soli, gente che urlando chiedeva aiuto, nonché alcuni corpi orrendamente dilaniati dall’esplosione. Nell’occorso un individuo, notata la vettura della Polizia, vi correva incontro, imprecando aiuto ed asserendo di essere uno degli uomini della scorta del Dr. Borsellino e che quest’ultimo, unitamente agli altri cinque componenti la scorta erano deceduti a seguito di una violentissima esplosione».

Cosa era successo poco prima dell’esplosione? A raccontarlo è Antonio Vullo, unico agente della scorta sopravvissuto. Lui e i suoi colleghi, arrivati presso l’abitazione estiva del giudice, a Villagrazia di Carini, all’incirca alle 13.30, avevano dato il cambio agli agenti della scorta “H24”. Intorno alle ore 16.00 Borsellino chiamò i due capi-pattuglia delle autovetture della scorta, Traina e Catalano, per comunicare che poco dopo avrebbe dovuto recarsi dalla madre, in via D’Amelio. Borsellino, tra l’altro, diede loro le indicazioni occorrenti per raggiungere l’indirizzo. Era la prima volta che gli agenti si recavano lì. Pochi minuti dopo il corteo di macchine partì in direzione di via D’Amelio. Era composto dall’auto di “staffetta”, guidata dal Vullo – che aveva capito dove si trovasse via D’Amelio – con a bordo Li Muli e Traina; dalla macchina condotta da Paolo Borsellino; e dall’altra auto di scorta in cui viaggiavano Catalano, Loi e Cosina.

Dopo avere percorso l’autostrada dallo svincolo di Carini a quello di Via Belgio, le autovetture, che procedevano ad una velocità abbastanza sostenuta, imboccarono via dei Nebrodi, proseguendo fino a via delle Alpi e svoltando ancora in viale Lazio, percorsero via Massimo D’Azeglio fino a via Autonomia Siciliana, per arrivare infine in via D’Amelio.

Antonio Vullo racconta ai magistrati, che lo interrogano qualche anno dopo, di aver rallentato, soffermando lo sguardo sulle numerose macchine parcheggiate a spina di pesce, ambo i lati della via (che comunque non aveva un’uscita). Una circostanza che “infastidisce” – termine utilizzato da Vullo nella sua deposizione – gli agenti, poiché in quel luogo risiedeva la madre del magistrato. Solo in seguito Vullo avrebbe appreso che era stata presentata da alcuni colleghi una relazione finalizzata a ottenere una zona rimozione sul posto.

Prima che Vullo e Traina avessero il tempo di prendere qualsiasi decisione, Borsellino li sorpassò e posteggiò la propria autovettura al centro dell’unica carreggiata presente, davanti al cancelletto posto sul marciapiede dello stabile. Vullo fece scendere dalla propria autovettura gli altri componenti della scorta, che avrebbero dovuto bonificare il portone dello stabile, e si spostò in corrispondenza della fine di via D’Amelio, per impedire l’accesso di altre macchine. Uscito dall’abitacolo del veicolo, Vullo vide che Borsellino era andato a pressare il campanello del cancelletto ed aveva acceso una sigaretta. Accanto a lui vi erano Catalano e Loi, mentre Traina e Li Muli stavano tornando indietro. Qualche secondo dopo, il magistrato e i suddetti componenti della scorta entrarono all’interno del piccolo cortile nel quale vi era il portone dello stabile. Vullo vide che Cosina era fermo davanti all’altra macchina, intento ad accendersi una sigaretta, e pensò quindi di avvicinare ad essa anche l’auto da lui guidata, posizionandola di modo da essere pronti a ripartire. Durante questo spostamento, Vullo vide che Borsellino e gli altri componenti della scorta erano sempre fermi davanti al portone di ingresso dello stabile, dove il magistrato stava pigiando sul campanello. Mentre Vullo era intento a fare manovra, venne investito da una corrente di vapore e polvere ad altissima temperatura all’interno dell’abitacolo. Sceso dalla macchina, si rese conto di quanto era accaduto. In via D’Amelio era calata una pesante oscurità e la visibilità era assai limitata.

L’esplosione… sono stato investito io da una nube abbastanza calda, all’interno dell’abitacolo sono stato sballottato, sono uscito dal veicolo e tutto distrutto, già avevo visto il corpo di un collega, dell’autista Cusina, che era accanto alla mia macchina, e… mi sono messo a girare così, senza nessuna meta, cercando aiuto o dando aiuto agli altri colleghi…”. Vullo affermò di aver visto solo “brandelli”, mentre cercava di muoversi all’interno della cortina di fumo; si dirisse prima verso la fine di via D’Amelio poi verso via Autonomia Siciliana. Ed è qui che i primi colleghi giunti a prestare soccorso lo trovarono.

L’agente Vincenzo Alberghina, che arrivò sul posto coi colleghi della “volante 21”, racconta: “…abbiamo visto la via D’Amelio e c’era questa immagine di guerra, sembrava quasi. Tutte le auto in fiamme, tutte le auto in fiamme, non riuscivamo a capire inizialmente di che cosa si trattasse. Dopodiché abbiamo visto uscire… siamo scesi immediatamente, abbiamo visto uscire dalla sinistra il collega che effettivamente era scampato. Non sappiamo di che cosa si trattasse, abbiamo chiesto che cosa era successo e ci disse che si trattava della scorta di Borsellino, lui era riuscito a scampare e ha questo punto io ho preso… ho fatto accompagnare il collega direttamente dalla mia volante al pronto soccorso, perché era sanguinante, in evidente stato di choc… io sono rientrato nella zona dov’era successo il fatto. Siamo risaliti nei piani superiori, abbiamo soccorso le persone che scendevano dai palazzi e quello che c’era a terra era… quello che effettivamente era successo, tutti i corpi mutilati e le macchine in fiamme ancora e nient’altro”.

L’informazione. Il primo lancio dell’agenzia Ansa è delle 17.16 ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO (ANSA) – PALERMO, 19 LUG – Un attentato dinamitardo è stato compiuto a Palermo in via Autonomia Siciliana nei pressi della Fiera del Mediterraneo. Vi sono coinvolte numerose automobili e sono molti i feriti. Sul luogo dell’esplosione che è stata avvertita ad alcuni chilometri di distanza, sono confluite tutte le pattuglie volanti della polizia e dei carabinieri. Sono state richieste autoambulanze da tutti gli ospedali. Secondo le prime indicazioni della polizia, un magistrato sarebbe rimasto coinvolto nell’attentato.

Sempre alle 17.16 ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO (2) (ANSA) – PALERMO, 19 LUG – Sul luogo dell’attentato le autoambulanze hanno raccolto decine di feriti per trasportarli negli ospedali della Villa Sofia, del Cervello e del Civico. Tra i feriti vi è anche un agente della polizia di stato che si pensa sia un agente di scorta. Uno dei primi soccorritori ha segnalato di aver trovato per terra una mano. La zona è sorvolata dagli elicotteri della polizia e dei carabinieri.

Alle 17:23 ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO (3) (ANSA) – PALERMO, 19 LUG – Sul luogo dell’esplosione giacciono a terra i corpi di quattro persone morte.

Alle 17:55 ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO: FERITO GIUDICE BORSELLINO (ANSA) – PALERMO, 19 LUG – Nell’attentato di Palermo è rimasto ferito, secondo le prime notizie fornite dalla polizia, il giudice Paolo Borsellino. Nella violenta esplosione di una automobile imbottita di tritolo, sono rimaste coinvolte l’autovettura del magistrato e le due blindate della scorta.

Alle 17:47 ATTENTATO A GIUDICE BORSELLINO (ANSA) – PALERMO, 19 LUG – L’attentato al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta è avvenuto in via Mariano D’ Amelio, dove abitano la madre e la sorella del magistrato. L’esplosione è stata violenta e oltre all’auto del giudice Borsellino, sono rimaste coinvolte le due auto della scorta e un’altra decina di autovetture che erano posteggiate lungo la strada. Il manto stradale è stato sconvolto per una lunghezza di duecento metri. L’edificio vicino al quale è avvenuta la deflagrazione dell’autobomba è rimasto danneggiato: muri lesionati, alcune parti crollate, infissi di balconi e finestre divelti fino al quinto piano.

Alle 17:58 ATTENTATO A GIUDICE BORSELLINO (2) (ANSA) – PALERMO, 19 LUG – L’autobomba, una Fiat 600 imbottita presumibilmente di tritolo, era stata parcheggiata davanti al numero 21 di via D’Amelio, dove abitano la madre e la sorella del giudice Borsellino. Nella deflagrazione l’autobomba si è disintegrata e alcuni rottami, dopo un volo di oltre cinquanta metri, sono andati a finire in un giardino dietro un muretto.

Alle 18:18 MAFIA: STRAGE A PALERMO, UCCISO BORSELLINO (ANSA) – PALERMO, 19 LUG – Il giudice Paolo Borsellino è rimasto ucciso nell’attentato. Il suo corpo, completamente carbonizzato, con il braccio destro troncato di netto, è nel cortile del palazzo dove abitano la madre e la sorella. Non è stato ancora riconosciuto ufficialmente, ma alcuni suoi colleghi, fra i primi ad accorrere sul luogo dell’attentato, asseriscono che è “certamente” lui.

Resti. La deflagrazione causata dall’autobomba, una Fiat 126 di colore rosso – almeno così racconta uno dei testimoni che qualche ora prima aveva parcheggiato la propria macchina accanto a quell’auto – posta di fronte al civico 19 è così potente da lasciare un cratere.

Di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta rimangono le membra. Resti umani che vengono rinvenuti al primo e al secondo piano degli stabili circostanti. Una mano viene ritrovata dietro il palazzo dov’era avvenuto lo scoppio: aveva fatto un salto di dodici piani. Nei giorni immediatamente successivi, in più di un’occasione, vengono trovati parti di corpo umano, “membra che non si capiva cosa fossero, però si capiva soltanto che erano resti umani”.

Il cadavere di Paolo Borsellino viene rinvenuto con indosso una cintura in cuoio marrone con un frammento in stoffa, residuo della cintola dei pantaloni e un frammento di stoffa di cotone verde, residuo di una maglietta “polo”. Al suo corpo mancavano l’arto superiore destro ed entrambi gli arti inferiori. Buona parte dell’addome e del torace, nonché del viso, era bruciato. Il colore nerastro ricopriva la pelle. Questi dettagli crudi aiutano a comprendere la scena che si presenta ai primi soccorritori.

Il corpo del magistrato senza vita viene riconosciuto dal suo tratto più distintivo, i baffetti.

Si comprese che uno dei cadaveri era quello dell’agente Emanuela Loi da uno dei due seni rimasto pressoché integro.

Sul luogo della strage però muore soltanto chi deve morire. Con un atto terroristico senza precedenti, collegato anche a quanto successo a Capaci, a perdere la vita sono i fedeli servitori dello Stato. Nessun’altra persona muore. Nessun effetto collaterale, almeno apparentemente, accade in via D’Amelio.

Via D’Amelio, una stradina stretta e chiusa, diventò il punto di ritrovo di centinaia di persone che qui accorrono in breve tempo. Mentre altre persone uscivano sotto shock dagli appartamenti, giungevano ambulanze e vigili del fuoco. Giungevano giornalisti, poliziotti e carabinieri. I resti umani venivano ammassati. Arrivava anche Giuseppe Ayala, ex magistrato e ora politico, mentre si spargeva la voce che fosse stato ucciso proprio lui. Arrivavano i colleghi di Paolo Borsellino, arrivava il figlio Manfredi mentre le fiammate che ancora divampavano dalle automobili bruciate venivano spente a secchiate d’acqua.

E nel caotico via vai che si era creato, si cercava di transennare la zona, mentre la scena del crimine di uno dei più gravi delitti commessi dalla mafia già appariva compromesso da quel caos miscelato a sgomento, rabbia e paura.

Nei giorni successivi proseguivano i lavori di recupero – scrive Enrico Deaglio nel “Il vile agguato” – ma senza metodo. Cinquantasei sacchi neri, quelli usati per l’immondizia, venivano riempiti di pezzi di ferro, di cicche, di detriti e inviati per l’analisi agli esperti dell’Fbi. Lunedì 20 luglio una targa – PA 878659 – veniva ritrovata sotto un’auto bruciata. A molta distanza dall’esplosione veniva rivenuto un intero blocco motore di un’utilitaria. Tre giorni dopo, a seguito dell’inventario delle ventuno automobili coinvolte nell’esplosione, la targa e il blocco motore sarebbero diventate per gli inquirenti, coadiuvati dai tecnici della Fiat di Termini Imerese che risalivano al numero di telaio, parte della stessa autovettura: una Fiat 126 del 1985, che sarebbe risultata poi essere stata rubata il 9 luglio alla signora Pietrina Valenti.

Intanto, sempre in quel 20 luglio, il signor Giuseppe Orofino, proprietario di una carrozzeria in via Messina Marine, si accorgeva che era avvenuto un furto. Da una Fiat 126 di proprietà della signora Anna Maria Sferrazza, erano state sottratte le targhe, il libretto di circolazione e l’assicurazione. Il signor Orofino si recava subito al commissariato di Polizia per denunciare il furto. Ma qui, “con sua grande sorpresa, trasformatasi subito in timore, si trova trattato come un delinquente. L’officina viene perquisita, lui stesso intimidito”.

Poi, il 13 agosto 1992, a nemmeno un mese di distanza dalla strage, un appunto del Servizio segreto civile partiva dal centro Sisde di Palermo verso Roma, protocollato col numero 2298/Z.3068, per informare che “in sede di contatti informali con inquirenti impegnati nelle indagini inerenti alle recenti note stragi perpetrate in questo territorio, si è appreso in via ufficiosa che la locale Polizia di Stato avrebbe acquisito significativi elementi informativi in merito all’autobomba parcheggiata in via D’Amelio, nei pressi dell’ingresso dello stabile in cui abitava la madre del Giudice Paolo Borsellino. […] In particolare, dall’attuale quadro investigativo emergerebbero valide indicazioni per l’identificazione degli autori del furto dell’auto in questione, nonché del luogo in cui la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato”.

Un appunto su cui nessun agente in servizio all’epoca tra Palermo e Roma ha saputo o voluto dare spiegazioni. Un appunto strano e inquietante, perché a quella data non c’era ancora alcun pentito che parlasse del garage che avrebbe nascosto la Fiat 126. Solo un mese più tardi, il 13 settembre, Salvatore Candura avrebbe cominciato a parlare di questa macchina fino ad autoaccusarsi del furto commissionatogli da tale Vincenzo Scarantino, delinquente e piccolo spacciatore, “che gli aveva promesso un compenso di 500.000 lire”. Poi sarebbe arrivato il “pentito” Francesco Andriotta a confermare la confessione dello stesso Scarantino, che più volte aveva ritrattato e più volte aveva ammesso le proprie responsabilità, dimostrando soltanto un fatto: di non essere credibile. Tutto falso, come le dichiarazioni di Andriotta e Candura, ma, invece, tutto giudicato attendibile dagli organi inquirenti e giudicanti, che sulle dichiarazioni di Scarantino hanno istruito processi e condannato individui che non c’entravano nulla con la strage.

Soprattutto, si è costruita una falsa verità sulla morte di Paolo Borsellino a cui avremmo dovuto credere, quasi ciecamente. Su cui lo stesso Paolo è morto nuovamente, insieme agli agenti della sua scorta.

Il depistaggio. A neanche un’ora dalla strage, si sa che a causare l’esplosione è stata un’autobomba. Ancor prima di dare notizia della morte di Borsellino, si viene a sapere che la vettura utilizzata è una Fiat.

L’Ansa, nel rilanciare la notizia dell’attentato, sbaglia solo il modello, una 600 anziché una 126. L’auto era stata imbottita di tritolo il giorno prima, il 18 luglio (ma questo si sarebbe saputo solo tempo dopo), e parcheggiata in via D’Amelio o la stessa notte o poco prima dell’alba del giorno dopo, lontano da occhi indiscreti, in quella via che pare fatta a posta – dato che è chiusa – per organizzare un attentato ai danni di Borsellino; in quella via che è ben visibile – e il linea d’aria assai vicina – dal Castello Utveggio; in quella via che finisce in un giardino su cui sta sorgendo una nuova palazzina, appartenente ai fratelli Graziano, noti costruttori edili.

Per una buona mezz’ora, però, nessuno sapeva nulla. A parte quattro uomini a bordo di una piccola imbarcazione nelle tiepide acque del mare che bagna Palermo.

Scrive Deaglio nel suo libro, sottolineando la singolarità della compagnia: “Il proprietario della barca, signor Giovanni Valentino, ha un grosso negozio di abiti da sposa ed è in buoni contatti con il noto mafioso Raffaele Ganci; il dottor Lorenzo Narracci è il fedele assistente del capo dei Servizi segreti, Bruno Contrada, anche lui presente. (Abita ormai a Roma, ma è tornato a Palermo per le ferie.) C’è anche un capitano dei carabinieri. Alle ore 16.58 e venti secondi, mezza Palermo ha sentito il boato, ma non saprà per almeno mezz’ora che cosa è successo. Sulla barca ricevono una telefonata che parla di un attentato e il dottor Contrada ottiene conferma dal centro Sisde di Palermo che si è trattato di un attentato contro il giudice Borsellino, per cui decidono di tornare a riva, cambiarsi d’abito e andare a dare un’occhiata sul luogo dell’eccidio. Lo scambio delle telefonate ha occupato appena il tempo di cento secondi. Certo, se il capo era in ferie in barca, al centro Sisde di Palermo erano sul pezzo. Nonostante fosse una domenica di luglio”.

La vicenda di Bruno Contrada, poi, sappiamo come è andata a finire. Quel giorno però, c’era una città che si stava stringendo attorno al suo ultimo paladino.

Alcuni magistrati del Palazzo di Giustizia chiesero le dimissioni del procuratore capo Pietro Giammanco, che quasi in sordina sarebbe uscito silenziosamente di scena poco tempo dopo, per poi ritornare alla ribalta quando si sarebbe appreso di un Paolo Borsellino furioso perché lo stesso Giammanco non gli aveva comunicato di una notizia confidenziale riguardante un possibile attentato nei suoi confronti per mezzo di esplosivo. Notizia che il magistrato ottenne quasi per caso, durante un incontro fortuito con il Ministro Salvo Andò che lo informò a riguardo.

La famiglia Borsellino rifiutò i funerali di Stato mentre quelli degli agenti della scorta del magistrato, che si tennero in Cattedrale, si trasformarono in un assalto ai rappresentanti delle Istituzioni al grido “Via la mafia dallo stato”. A loro si unirono altre migliaia di cittadini. Il neoeletto Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, venne difeso dalle aggressioni, non dalla scorta, ma da Giuseppe Ayala e dal capo della Polizia Vincenzo Parisi. Era il ventre molle dello Stato, squarciato, e che allora cercava di riassettarsi con l’invio dell’esercito pronto all’operazione “Vespri Siciliani”, scendendo in forze in un’isola che era tutta Palermo e in quella Palermo – mentre nelle carceri alla notizia della morte di Borsellino, i mafiosi stappavano bottiglie di Champagne – pareva ci fosse la forza per togliersi dal giogo mafioso.

Per rassicurare il popolo, occorreva trovare al più presto un colpevole. Le indagini sulla strage vennero assegnate al “gruppo Falcone-Borsellino” guidato dal capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera (morto nel 2002). Fu il Prefetto Luigi De Sena, all’epoca capo del Sisde (poi senatore del PD, morto nel 2015) a optare per questa scelta, confermata da un decreto urgente della Presidenza del Consiglio. La Barbera era un vecchio amico di De Sena e – particolare non di poco conto – era stato anche suo confidente al Sisde, il servizio segreto, con il nome in codice “Rutilius” (notizia che si sarebbe appresa nel 2010).

In altre parole, all’indomani della strage, il Sisde decise di affidare le indagini a un uomo del Sisde.

A fine settembre veniva trovato un “colpevole”, si chiamava Vincenzo Scarantino, aveva all’epoca 27 anni e precedenti penali per furto e spaccio. Era stato lui a organizzare il furto della Fiat 126. Lo accusavano altri tre delinquenti arrestati in agosto per presunta violenza carnale. A dicembre, neanche due mesi dopo l’arresto di Scarantino, in seguito ad un’indagine collegata alle ultime investigazioni di Borsellino e sulla base delle dichiarazioni di alcuni pentiti, veniva arrestato per il reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”, Bruno Contrada (uno dei quattro uomini che era in barca quel pomeriggio del 19 luglio e che presto accorreva in via D’Amelio), ai vertici del Sisde, i cui colleghi erano quelli che perseguivano la pista Scarantino.

L’arresto di quest’ultimo veniva annunciato così dal Procuratore Tinebra: “Siamo riusciti con un lavoro meticoloso e di gruppo, con la partecipazione di magistrati, tecnici e investigatori, che hanno lavorato in sintonia, a conseguire un risultato importante quale l’arresto di uno degli esecutori della strage di via D’Amelio”. Ma ai giornalisti che già obiettavano nella prima conferenza stampa su come Cosa Nostra avesse fatto ad affidarsi a un balordo, Tinebra rispondeva: “Scarantino non è un uomo di manovalanza”.

Il 24 giugno 1994 Scarantino iniziava a parlare. Denunciava, poi ritrattava, si smentiva da solo, piangeva. Si vociferavano storie di tradimenti e omosessualità. Veniva messo a confronto con alcuni mafiosi di rango, divenuti collaboratori di giustizia, e da lui accusati di aver preso parte al disegno stragista di Cosa Nostra. Gli stessi mafiosi non riconoscevano Scarantino, sentendosi presi quasi in giro e suggerendo ai magistrati di non dargli ascolto.

Col tempo, le dichiarazioni di Scarantino venivano perfezionate: la Fiat 126 non l’avrebbe presa alla Guadagna, la sua borgata, ma in via Roma. Parlava di Salvatore Cancemi, Santino Di Matteo, Raffaele Ganci e Giovanni Brusca, chiarendo il perché della sua ritrosia a fare i nomi di questi ultimi due: “Avevo paura di far i loro nomi perché sapete quelli si mangiano i bambini vivi; me l’ha detto mio cognato”.

Emergevano anche testimonianze di promesse da parte dei poliziotti, di violenze in carcere e di pressioni sulla sua famiglia (il fratello dichiarava: “Stanno vestendo il pupo”), di verbali ritoccati e concordati, di interrogatori condotti in modi anomali. Scarantino arrivava persino a telefonare a “Studio Aperto”, tg di Italia1, per denunciare la situazione che era costretto a subire (eppure allora la Procura di Caltanissetta riteneva credibile Scarantino così come i giudici che, sulla base delle dichiarazioni dello stesso Scarantino e di quelle resa da Salvatore Candura e da Francesco Andriotta, hanno emesso sentenze di condanna a carico di personaggi che non c’entravano con l’attentato. Altri magistrati che interrogavano Scarantino, invece, si dissociavano dalla scelta di ritenerlo uno dei colpevoli della strage, come il magistrato Alfonso Sabella, che, ascoltandolo a Palermo, lo definiva “fasullo dalla testa ai piedi”).

Si tratta, ancora oggi, di un “passaggio” assai delicato che coinvolge magistrati assai importanti: ad esempio, la pm Ilda Boccassini all’epoca nella stessa Procura di Caltanissetta (dove, secondo il pm Di Matteo, era spesso in compagnia di Arnaldo La Barbera), applicata alle indagini sulla Strage di Capaci, ha dichiarato di aver inviato un’annotazione, concordata col collega Roberto Saieva, sull’inattendibilità dello stesso Scarantino al Procuratore Tinebra e ai colleghi Di Matteo e Palma, i quali, però, avrebbero dichiarato alcuni anni dopo di non aver mai ricevuto alcun messaggio. Inoltre, si chiede oggi Fiammetta Borsellino: “Perché la pm Ilda Boccassini, firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi (assai irrituali) con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia?”. Questa ed altre domande poste da Fiammetta attendono ancora risposta.

La missiva sull’inattendibilità del falso pentito, infine, sarebbe stata rivenuta poi a Palermo e non a Caltanissetta. Misteri, dunque, assai velenosi. E, nonostante i dubbi, Vincenzo Scarantino rimaneva per quasi vent’anni, un’abile stratega militare, un picciotto salito presto al rango di mafioso, a cui Cosa Nostra aveva affidato il compito di uccidere Paolo Borsellino.

I processi hanno dato credito alle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino: un’ottantina di giudici tra l’Assise, l’Appello e la Cassazione hanno condannato persone che nulla hanno avuto a che fare con la strage.

I processi (1994-2008). Il primo processo, celebrato dalla Corte d’Assise di Caltanissetta presieduta da Renato Di Natale, si era concluso il 26 gennaio 1996 con la condanna all’ergastolo per Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino e Pietro Scotto, mentre il collaboratore Vincenzo Scarantino veniva condannato a 18 anni di carcere, così come chiedeva la Procura. In secondo grado, la Corte presieduta da Giovanni Marletta confermava l’ergastolo soltanto per Profeta, mentre a Orofino venivano inflitti 9 anni per favoreggiamento mentre Pietro Scotto veniva assolto. La Cassazione, nel 2000, confermava la sentenza di secondo grado. Nel mentre era iniziato il processo Borsellino Bis che si conclude il 13 febbraio 1999, con sette ergastoli comminati a Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Francesco Tagliavia, Salvatore Biondino e Gaetano Scotto. Poi, dieci altre condanne per associazione mafiosa. Il 18 marzo 2002, in appello viene inasprito il verdetto, portando a tredici le condanne a vita, così come chiedeva la Procura di Caltanissetta: vengono condannati a vita Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Lorenzo Tinnirello, Gaetano Murana e Giuseppe Urso. Scarantino, che precedentemente aveva ritrattato, era tornato ad accusare, ed in parte viene nuovamente creduto. Nel 2003 la Cassazione conferma la sentenza d’appello.

Il 28 gennaio 1998 si apriva il cosiddetto Borsellino Ter che si concludeva in primo grado nel dicembre del 1999 con 17 ergastoli e 175 anni di reclusione (e 10 assoluzioni). Carcere a vita per Giuseppe Madonia, Nitto Santapaola, Giuseppe Farinella, Raffaele Ganci, Antonino Giuffrè, Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera, Giuseppe e Salvatore Montalto, Pippo Calò, Bernardo Brusca, Matteo Motisi, Bernardo Provenzano, Salvatore Biondo (classe 1955), Cristoforo Cannella, Domenico e Stefano Ganci. Ventisei anni per il pentito Salvatore Cancemi, 23 anni per Giovanbattista Ferrante, 16 anni a Giovanni Brusca.

In appello, l’8 febbraio 2002, il giudizio si fa più tenue. Solo 11 sono gli ergastoli confermati – e due sono nuovi, Salvatore Biondo (classe 1956) e Francesco Madonia – mentre Stefano Ganci viene condannato a 30 anni, a venti invece Giuseppe Farinella, Giuseppe Madonia, Nitto Santapaola, Nino Giuffrè, Salvatore Montalto e Matteo Motisi.

Il 18 gennaio 2003 la Cassazione conferma gli ergastoli a Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Michelangelo La Barbera, Cristoforo Cannella, Filippo Graviano, Domenico Ganci, Salvatore Biondo (classe 1955) e Salvatore Biondo (classe 1956). Mentre vengono confermate le assoluzioni per Salvatore Montalto, Benedetto Spera e Mariano Agate. Vengono annullate le condanne per strage di Stefano Ganci e Francesco Madonia, accusati della sola associazione mafiosa. L’intervento della Cassazione, che annulla e rinvia le posizioni di alcuni imputati, ha determinato un nuovo processo d’appello, a Catania.

Il 9 luglio 2003 lo stralcio del Borsellino Ter e di una parte del procedimento per la strage di Capaci (entrambi rinviati dalla Cassazione alla seconda corte d’Assise d’Appello di Catania) vengono riuniti in un unico processo che si conclude nel 2006 con le condanne all’ergastolo per i capi mafia Giuseppe e Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate e Benedetto Spera. A vent’anni di carcere viene condannato Antonino Giuffrè e ventisei anni vengono inflitti a Stefano Ganci. Tale sentenza diventa definitiva in Cassazione il 18 settembre 2008.

Gaspare Spatuzza. L’anno 2008 pare essere lo spartiacque della lunga storia dei processi sulla Strage di via D’Amelio. Si concludono i procedimenti giudiziari iniziati ancora prima del nuovo Millennio. Soprattutto, inizia a collaborare un mafioso fino ad allora sconosciuto ai più: Gaspare Spatuzza, che non solo ammette di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Don Pino Puglisi, il prete di Brancaccio ucciso nel 1993, ma dice anche di aver rubato la Fiat 126 usata per l’attentato. Spatuzza racconta con dovizia di particolari la stagione delle stragi di Cosa Nostra, sbugiardando quanto ammesso, anche non volutamente, da Vincenzo Scarantino e, di fatto, la versione precostituita che il falso pentito aveva, a fasi alterne, portato avanti fino a quel momento. Spatuzza viene ritenuto attendibile. È questo non piccolo particolare la vera svolta perché costringe a rivedere tutta la montatura orchestrata fino ad allora. In altre parole, finalmente si può parlare, anche se inizialmente con molta fatica, di depistaggio sulla strage di vi D’Amelio.

Sarà un caso che nel 2008 si concludono i “vecchi” processi e Spatuzza si penta?

Dieci anni prima, nel giugno del 1998, Gaspare Spatuzza, arrestato nell’estate del 1997, incontra in carcere Pierluigi Vigna, Procuratore Nazionale Antimafia (morto nel 2012), e Pietro Grasso, allora suo vice.

È un colloquio informale, investigativo, per ottenere informazioni ma esse non possono essere usate durante un processo. Il colloquio fu registrato (ma trascritto undici anni dopo, nel 2009) con notizie che vengono mantenute segrete – come solitamente accade – fino al 2013 quando, per sbaglio – nel vero senso della parola – le 80 pagine di trascrizione vengono allegate alla carte pubbliche di un nuovo processo (il Borsellino Quater) da parte della Pubblica Accusa. Per legge, quindi, queste pagine sono anche consultabili dagli avvocati difensori. E infatti, uno di questi, interroga Spatuzza sui fatti descritti in quelle pagine. Succede un parapiglia e, dopo le obbiezioni dei pm, il Presidente della Corte decide che, nonostante l’errore, quelle carte non sono utilizzabili. Intanto però Gaspare Spatuzza, prima di tale decisione, ha risposto alle domande postegli in merito alle informazioni contenute in quelle 80 pagine. O meglio, ha risposto dicendo di non ricordare, in maniera molto evasiva, o negando, dicendo di non aver mai firmato quel verbale (cosa normale, in effetti, perché ancora non aveva deciso di collaborare). Spatuzza ricorda solo di aver avuto un colloquio con Vigna o Grasso nell’anno del suo arresto, nel 1997.

Perché Spatuzza nega l’incontro? In quella trascrizione effettivamente qualcosa di importante c’è. Il pentito nel 1998, nel pieno dei primi processi sulla Strage di via D’Amelio, metteva al corrente Vigna e Grasso che la “pista Scarantino” era sbagliata. Che Orofino non c’entrava nulla con il furto della Fiat 126. (“Non esiste completamente”, dice Spatuzza riferendosi al coinvolgimento di Scarantino nella strage, facendo poi riferimento alla situazione carceraria vissuta da Scarantino e nominando La Barbera.) Ora, ammettendo anche che questo verbale dovesse essere mantenuto per legge segreto, risulta difficile credere che il Procuratore Nazionale Antimafia e il suo vice non abbiano dato alcuna comunicazione – cosa che comunque si poteva fare – di tali importanti notizie alle Procure interessate (compresa quella di Caltanissetta). In effetti Grasso ha riferito che Vigna doveva aver inviato le informazioni alle Procure competenti.

Quindi cosa è successo – o meglio cosa non è successo – per dieci anni, dal 1998 al 2008, anno in cui il nuovo Procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari dice di aver ricevuto il verbale di trascrizione?

Successivamente, alla fine del processo Borsellino Quater – aprile 2017 – il Presidente della Corte decide che la trascrizione del verbale del 1998 di Spatuzza – che intanto fa sapere che già nel 1997 aveva cercato di mettere in guardia gli organi inquirenti (“Ho cercato già nel ’97 di mettere in guardia l’istituzione, a dire: siate cauti per la questione di via D’Amelio perché la storia non è così. Però non ho sentito più nessuno [….] Purtroppo hanno seguito un altro… e oggi ci troviamo qui a rifare tutto daccapo”) – si può rendere pubblica. Al contrario, non si può rendere pubblico l’audio di quell’incontro. Perché viene presa questa decisione, alquanto illogica? C’è da pensare che i contenuti non coincidano.

La revisione. Il 13 luglio 2017, a quasi venticinque anni di distanza dal 19 luglio 1992, il Processo di Appello di revisione per la Strage di via D’Amelio, voluto dalla Procura di Caltanissetta nel 2011, a seguito delle dichiarazioni di Spatuzza, si conclude con l’assoluzione dal reato di strage per dieci imputati: Gaetano Murana, Giuseppe Orofino, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Salvatore Profeta, Giuseppe La Mattina, Gaetano Scotto, Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura. Assolto anche Salvatore Tommasello, che intanto è deceduto. Di queste dieci persone, tre all’epoca dell’arresto erano incensurate: Murana, Urso e Vernengo.

Giuseppe “Franco” Urso, cugino del pentito Francesco Marino Mannoia, era stato peraltro assolto al Maxi processo, dal reato di associazione mafiosa, arrestato il 18 luglio del 1994 e poi scarcerato il 13 febbraio del 1999 con la sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta che lo assolveva per la strage, ma gli infliggeva 10 anni per associazione mafiosa. Dal 18 marzo del 2002 (condanna in appello all’ergastolo per la strage), fino al 23 maggio del 2003 si era reso irreperibile. Urso è il cognato di Cosimo Vernengo, figlio del boss Pietro, condannato all’ergastolo al Maxi processo. Arrestato anche lui il 18 luglio del 1994 e poi scarcerato il 13 febbraio del 1999, la Corte d’assise di Caltanissetta lo aveva assolto dal reato di strage ma lo aveva condannato a 10 anni per associazione mafiosa. Condannato all’ergastolo in appello per la strage, si era reso irreperibile dal 18 marzo 2002 al 6 marzo 2004. Gli altri imputati nei processi Borsellino Uno e Borsellino Bis avevano già delle pendenze con la giustizia; erano tutte persone conosciute nell’ambiente criminale, lo stesso frequentato da Scarantino.

La vicenda di Salvatore Profeta è assai emblematica in questo senso: questi non si può certamente definire un innocente visto che, già condannato per mafia ed estorsione, scarcerato nel 2011, è stato nuovamente arrestato una volta tornato alla guida della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù nel 2015.

Facile ipotizzare, quindi, che Vincenzo Scarantino all’epoca avesse accusato della strage di Via D’Amelio persone che lui sapeva essere di un certo ambiente, come dimostrano le condanne per mafia nel caso di Urso e Vernengo, comunque non cancellate. A Vincenzo Scarinto, a termine del processo d’Appello di revisione, il reato è stato prescritto, venendo riconosciuta l’attenuante di essere stato indotto a fare false accuse. Da chi? Solo da Arnaldo La Barbera? E perché? (A proposito, il 1 luglio 2018 la Procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, poliziotti all’epoca del gruppo di La Barbera, per il reato di calunnia in concorso. Nel 2015 sempre Mario Bo e i suoi colleghi Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera erano stati indagati sempre per calunnia ma prosciolti per il depistaggio sulla strage, mentre altri due poliziotti nel 2016 venivano messi sotto inchiesta: Giacomo Pietro Guttadauro e Domenico Militello, accusati da Scarantino di averlo indotto a rendere falsa testimonianza insieme ad altri colleghi.)

Tuttavia, è sicuramente il caso di Gaetano Murana a ridefinire la tragedia nella tragedia. 18 anni in carcere da innocente. 18 anni di carcere, una moglie e un figlio – all’epoca dell’arresto – di due mesi. 18 anni di carcere perché era stato riconosciuto colpevole di aver partecipato alla riunione deliberativa della strage con i capi di Cosa Nostra; di aver “bonificato” la zona in cui sarebbe passata la Fiat 126; di aver fatto da battistrada alla stessa auto, dall’officina di Orofino fino a piazza Leoni. Condotto a Pianosa, aveva subito sevizie, perquisizioni anali, botte, angherie, come i profilattici messi nel brodo o il peperoncino nella marmellata di ciliegie – il tutto sempre accompagnato dalle risate delle guardie. Murana è figlio di un pescatore, faceva lo spazzino all’Amia. Per via del processo è stato prima sospeso e poi licenziato. Quando venne assolto in primo grado tornò in servizio e il primo incarico che gli diedero fu quello di andare a spazzare davanti al carcere dell’Ucciardone. Murana non ha mai avuto un confronto con Scarantino, era sconosciuto a tutti e gli era stato assegnato un difensore d’ufficio, fino a quando l’Avvocato Rosalba Di Gregorio non si interessò alla sua situazione. Arrestato il 19 luglio 1994. Scarcerato il 14 febbraio 1999. Veniva condannato all’ergastolo e rientrava in carcere spontaneamente nel 2002. Fu l’unico che non si rese irreperibile. E disse anche il perché ad un giornalista che gli domandava perché non fosse scappato. “Non ci ho proprio pensato, io ero innocente”, rispose Murana. Usciva dal carcere il 27 ottobre 2011 per sospensione della pena, dopo che le accuse di Scarantino erano definitivamente crollate. Prima, quando Scarantino fece la sua grande prima ritrattazione, disse di lui: “Murana l’ho accusato perché lo conoscevo e mi era antipatico perché non mi dava confidenza”. Successivamente, a un giornalista che domandava a Murana cosa avrebbe fatto se avesse visto Scarantino, lui rispose: “Ma guardi, lo inviterei anche a prendere un caffè. Perché hanno preso in giro pure lui”. 18 anni in carcere da innocente perché era ritenuto colpevole dalla Procura di Caltanissetta, perché Scarantino era attendibile ma c’erano anche “prove inconfutabili”, perché i giudici di primo grado, di secondo grado e della Cassazione hanno creduto a tutto questo.

Il Borsellino Quater. Il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana. Così si esprimono i giudici del processo Borsellino Quater, iniziato nel 2013, in riferimento ai primi due processi, l’uno e il bis. Con il Quater si condannano all’ergastolo Salvo Madonia e Vittorio Tutino, mentre vengono inflitti 10 anni di carcere per calunnia ai falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. E il depistaggio, secondo i giudici, è “un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri. E in questo modo sono state realizzate “una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte”.

La Corte, pertanto, evidenzia non solo il ruolo del gruppo investigativo – quello guidato da Arnaldo La Barbera – ma sottolinea come a monte vi fosse l’agire di un’entità oscura – chiamiamola così – che tale è rimasta. Secondo i giudici, a proposito di Scarantino, del tutto estraneo ai fatti della strage, “è del tutto logico ritenere che tali circostanze siano state a lui suggerite da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte”. Continuano i giudici: “Le anomalie nell’attività di indagine continuarono anche nel corso della “collaborazione” dello Scarantino, caratterizzata da una serie impressionante di incongruenze, oscillazioni e ritrattazioni (seguite persino dalla “ritrattazione della ritrattazione”, e da una nuova ritrattazione successiva alle dichiarazioni dello Spatuzza), che sono state puntualmente descritte nella memoria conclusiva del Pubblico Ministero. Questo insieme di fattori avrebbe logicamente consigliato un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle dichiarazioni dello Scarantino, con una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalità organizzata incentrate su quello che veniva, giustamente, definito il “metodo Falcone””.

Le dichiarazioni di Scarantino erano da considerare inattendibili fin dall’inizio, come evidenziano i giudici, ricordando quanto già emerso fin dal primo interrogatorio quando il soggetto in questione menzionava ad esempio “la ricerca di una “bombola” da far esplodere per realizzare l’attentato”. Aggiunge la Corte: “Assolutamente anomala appare, ad esempio, la circostanza che il Dott. Arnaldo La Barbera abbia richiesto dal 4 al 13 luglio 1994 altrettanti colloqui investigativi con lo Scarantino, detenuto presso il carcere di Pianosa, nonostante il fatto che egli già collaborasse con la giustizia. Una evidente anomalia è riscontrabile pure nelle condotte poste in essere da alcuni degli appartenenti al “Gruppo Falcone-Borsellino” della Polizia di Stato, i quali, mentre erano addetti alla protezione dello Scarantino nel periodo in cui egli dimorava a San Bartolomeo a Mare con la sua famiglia, dall’ottobre 1994 al maggio 1995, si prestarono ad aiutarlo nello studio dei verbali di interrogatorio, redigendo una serie di appunti che erano chiaramente finalizzati a rimuovere le contraddizioni presenti nelle dichiarazioni del collaborante, il quale sarebbe stato sottoposto ad esame dibattimentale nei giorni 24 e 25 maggio 1995 nel processo c.d. “Borsellino uno”. Tali appunti sono stati riconosciuti come propri dall’Ispettore Fabrizio Mattei, escusso all’udienza del 27 settembre 2013, il quale ha sostenuto di essersi basato sulle indicazioni dello Scarantino. Risulta però del tutto inverosimile che lo Scarantino, da un lato, avesse un tasso di scolarizzazione così basso da necessitare di un aiuto per la scrittura, e, dall’altro, potesse rendersi conto da solo delle contraddizioni suscettibili di inficiare la credibilità delle sue dichiarazioni in sede processuale”.

È lecito quindi interrogarsi “sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento:

  • alla copertura della presenza di fonti rimaste occulte, che viene evidenziata dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà;

  • ai collegamenti con la sottrazione dell’agenda rossa che Paolo Borsellino aveva con sé al momento dell’attentato e che conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci;

  • alla eventuale finalità di occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra “Cosa Nostra” e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del Magistrato”.

Paolo Borsellino, infatti, “rappresentava un pesantissimo ostacolo alla realizzazione dei disegni criminali non soltanto dell’associazione mafiosa, ma anche di molteplici settori del mondo sociale, dell’economia e della politica compromessi con ”Cosa Nostra””. E pertanto – scrivono i giudici – tornano alla mente le dichiarazioni del pentito Nino Giuffré il quale raccontò che “prima di passare all’attuazione della strategia stragista erano stati effettuati ”sondaggi” con ”persone importanti” appartenenti al mondo economico e politico”. Cosa per altro percepita dallo stesso Paolo Borsellino, il quale proprio il giorno prima della strage di Via D’Amelio, “disse alla moglie Agnese Piraino «che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, (…) ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere», e la drammatica percezione, da parte del Magistrato, dell’esistenza di un «colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato»”.

I dettagli. Il 19 luglio 1992 sono i dettagli a fare la differenza. E lo sarebbero stati anche negli anni a seguire. Ne abbiamo scelti tre. Il primo dettaglio sono dei mozziconi di sigarette. Vengono trovati dagli agenti Mario Ravidà e Francesco Arena che il 20 luglio perlustrano la palazzina in costruzione in cui si getta via D’Amelio: “Abbiamo trovato un porta leggermente aperta e siamo entrati. Il palazzo era definito in tutta la sua struttura. Siamo saliti su per la scala e abbiamo notato una persona sulla scala. Gli abbiamo chiesto il documento ed era il costruttore del palazzo. C’era anche il fratello. Erano due dei Graziano. Abbiamo notato all’ultimo piano, un ufficio con una scrivania, un ufficio. E da li stesso abbiamo chiamato la centrale. La visuale da lassù era perfetta per azionare la bomba. Una visuale perfetta”. I due poliziotti sono curiosi, molto curiosi, e annotano tutto quello che vedono: “C’era un vetro, robusto, doppio, e c’erano anche delle cicche. Abbiamo rilevato dei numeri di cellulare, raro per quel periodo, abbiamo fatto relazione e consegnato tutto al dirigente, non ricordo se al dirigente della Criminalpol di Palermo, Di Costanzo o Tucci (entrambi deceduti, ndr). Relazione mai rinvenuta, ma io sono certissimo che fu fatta. Scoprì che non c’era quando mi convocò la Dda di Caltanissetta”. Di quella relazione non si saprà mai nulla; né verranno analizzati i mozziconi di sigarette per eventuali tracce di dna; né verranno sviluppati i tabulati telefonici dei fratelli Graziano – prestanome dei mafiosi Madonia.

Tra le macerie di quella che un attimo prima delle 16.58 era una normale strada, vengono notati alcuni uomini “in giacca e cravatta”. È il secondo dettaglio della strage. Il Sovrintendente di Polizia Francesco Paolo Maggi, arrivato sul posto circa dieci minuti dopo l’esplosione, notava Antonio Vullo in evidente stato di shock, seduto sul marciapiede, con la testa fra le mani. Maggi sperando di poter trovare qualche altra persona ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, entrando nella densa colonna di fumo che avvolgeva i relitti. Purtroppo, era subito evidente che non c’era più nulla da fare, né per il Magistrato, né per gli altri colleghi della scorta, poiché i loro corpi erano tutti carbonizzati ed orrendamente mutilati. Ed è in quel momento, mentre i Vigili del Fuoco spegnevano i focolai d’incendio sulla Croma blindata di Paolo Borsellino, che Maggi notava alcune persone, vestite tutte uguali, che si aggiravano anche nei pressi della macchina del Magistrato. A raccontarlo è lui stesso: “Uscii da… da ‘sta nebbia che… e subito vedevo che arrivavano tutti ‘sti… tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu’ ‘u stesso abito, una cosa meravigliosa… proprio senza una goccia di sudore”. Era “gente di Roma” che lo stesso Maggi conosceva di vista, appartenenti ai Servizi Segreti, che “inoltre, venivano notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci. La circostanza (mai riferita prima dal teste, nonostante le sue diverse audizioni) veniva confermata da un altro appartenente alla Polizia di Stato, vale a dire il Vice Sovrintendente Giuseppe Garofalo, in servizio alla Sezione Volanti della Questura di Palermo”. Garofalo riferisce pure di aver rivolto qualche parola con uno di questi soggetti, che si era qualificato, mostrando un tesserino: “[…] non riesco a ricordare se questo soggetto mi chiede (…) della valigia, della borsetta del dottore o se lui era in possesso della valigia. (…) Con questa persona, al quale io chiedo, evidentemente, il motivo perché si trovava su (…) quel luogo. Questo soggetto mi dice di essere… di appartenere ai Servizi”.

Il terzo dettaglio è quello più famoso. C’è una fotogramma che ritrae il Capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli, immortalato mentre si allontana dal luogo della strage con in mano la borsa di pelle, pressoché integra, di Paolo Borsellino. Un comportamento “grave” su cui lo stesso Arcangioli non ha saputo dare spiegazioni plausibili. La borsa in questione, che il magistrato aveva poggiato tra il sedile anteriore e quello posteriore, conteneva i suoi effetti personali e la famosa “agenda rossa”, su cui Borsellino era solito annotare tutte le notizie e le intuizioni più importanti e rilevanti per le sue indagini. Risulta illogico – se non per fini oscuri – che durante il caos e il dramma del 19 luglio, il capitano dei Carabinieri si sia premurato “di prelevare la borsa dalla blindata, guardando all’interno della stessa”. Ma non sarà l’unico ad avere tra le mani la borsa di Paolo Borsellino.

Secondo la ricostruzione di Arcangioli, la borsa veniva consegnata dallo stesso all’ex magistrato Giuseppe Ayala (o al Dott. Teresi), il quale gli aveva chiesto di prenderla per appurare che vi fosse l’agenda di Borsellino al suo interno. Una volta che Ayala aveva controllato il contenuto della borsa, vedendo che vi erano solo fogli sparsi, Arcangioli depositava la borsa all’interno dell’auto dello stesso Ayala. Tale ricostruzione è stata smentita dallo stesso ex magistrato, il quale ha dichiarato di aver tenuto in mano la borsa per pochi secondi e di averla data a un ufficiale dei Carabinieri che nemmeno conosceva, prima di andare a rassicurare i propri figli, poiché si era sparsa la voce che la vittima dell’attentato fosse lui.

Esiste, però, un’altra versione sulla sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino: un vigile del fuoco seguendo le disposizioni dell’agente di Polizia, Francesco Paolo Maggi, spegneva il focolaio d’incendio sulla Fiat Croma blindata del magistrato. L’auto tra l’altro aveva già lo sportello posteriore sinistro aperto. La borsa veniva prelevata quasi sicuramente dal vigile del fuoco, che la passava allo stesso Maggi. Il poliziotto comprendeva che la borsa era piena dal peso della stessa, ma non ne controllava il contenuto. Maggi consegnava la borsa al proprio superiore gerarchico, tale dottor Fassari, che teneva la borsa del Magistrato fino a quando, ad un certo punto, rivedendo il sottoposto, gli ordinava di portarla subito negli uffici della Squadra Mobile. Maggi eseguiva gli ordini, portando la borsa dentro l’ufficio del dottor Arnaldo La Barbera, lasciandola sul divano dell’ufficio. La relazione di servizio su questa attività veniva redatta soltanto 5 mesi più tardi, su esplicita richiesta di Arnaldo La Barbera ed unicamente in vista dell’audizione, che si sarebbe tenuta pochi giorni dopo, dello stesso Maggi davanti al Pubblico Ministero di Caltanissetta. Ai familiari di Paolo Borsellino non veniva mai notificato alcun verbale di sequestro della borsa. Anzi ad Agnese, la moglie di Paolo, veniva mentito: Arnaldo La Barbera le diceva che la borsa era andata distrutta nell’esplosione. Alcuni mesi dopo la strage, però, La Barbera si recava a casa della Signora Agnese per restituirle la borsa del marito “che avveniva in maniera irrituale e frettolosa (ancora una volta, non veniva redatto alcun verbale, né consta alcuna relazione di servizio)”; in questa occasione Lucia Borsellino, una delle due figlie del magistrato, chiedeva a La Barbera di riavere indietro anche l’agenda rossa del padre, non presente dentro la borsa. La Barbera, con un atteggiamento infastidito e sbrigativo, affermava, in maniera categorica che non esisteva alcuna agenda rossa da restituire e di fronte all’insistenza della ragazza, con la sua voce roca da accanito fumatore, diceva ad Agnese che la figlia necessitava di assistenza psicologica, in quanto “delirava” e “farneticava”. Questo atteggiamento – scrivono i giudici del Borsellino Quater – “rivelava non solo impressionante insensibilità per il dolore dei familiari di Paolo Borsellino, ma anche una aggressività volta a mascherare la propria evidente difficoltà a rispondere alle domande poste, con grande dignità e coraggio, da Lucia Borsellino, nel suo forte e costante impegno di ricerca della verità sulla morte del padre”.

19 luglio 1992. Una strage di Stato. Ancora oggi non sappiamo dove sia e perché sia stata presa l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Ancora oggi non sappiamo chi ha premuto il radiocomando dell’autobomba. Ancora oggi non conosciamo il perché del depistaggio sulla Strage di via D’Amelio. Ancora oggi non sappiamo chi voleva morto il giudice Paolo Borsellino.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato il 15 luglio 2018)

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