Nello scantinato: la ricerca in Italia, una storia (quasi) nota

Dicono che il mondo dell’Università dovrebbe guardare di più a quello del lavoro” osserva un giorno a lezione il prof. Franzini, ordinario di Estetica presso l’Università degli Studi di Milano. L’ampia platea è silenziosa, qualcuno appare divertito dal tono pungente della breve divagazione. “Ma quando, mi domando, chiederanno al mondo del lavoro di guardare dentro le Università?”.

Gli studenti della facoltà di Studi Umanistici, stipati in un’aula troppo piccola per il seguito del prof. Franzini, trattengono il respiro per un attimo. Quell’attimo che basta per sentir cadere le loro illusioni: l’abisso del dopo si materializza eclissa pile di appunti su Kant e La crisi delle scienze moderne di Husserl.

Non si tratta, tuttavia, di una vera e propria rivelazione: lo studente in questione ha sempre avuto la consapevolezza del vuoto siderale che circonda l’Università italiana. Un vuoto che, bisogna ammettere, incombe relativamente poco sui triennalisti. L’affermazione del prof. Franzini può suonare ambigua, non la si afferra immediatamente: cosa c’è, infatti, “dentro le Università” che ai futuri datori del lavoro convenga guardare? La risposta è davvero scontata. Il cuore pulsante non sono gli studenti, rappresentanti di una fase embrionale della carriera accademica.

Le istituzioni universitarie sono innanzitutto luogo di produzione di una merce di scambio tanto utile quanto conveniente, ovvero a basso costo. I ricercatori sono i pazienti manutentori delle fondamenta invisibili dei nostri atenei. 

La metafora sotterranea è voluta: quando si pensa alla ricerca in Italia non si può fare a meno di pensare a un buio scantinato.  Un luogo dimenticato dove, nonostante tutto, si continua a produrre sapere.

È quanto emerge dall’ultimo rapporto biennale Anvur (Agenzia di valutazione del sistema universitario e della ricerca, rapporto 2016), secondo il quale la crisi delle Università si esplica soprattutto nel calo della media dei laureati rispetto alla media Ocse e nel trend discendente che vede diminuire progressivamente il numero dei docenti universitari, mentre le fondamenta del sistema restano integre: in Italia si continua a fare ricerca e a farla bene. Contro ogni previsione e, direbbe qualcuno, persino contro il buonsenso.

Certo, il sapere non è una merce e chi vi dedica l’impegno di una vita non guarda necessariamente al proprio rendiconto personale. Vero è anche però che una giusta retribuzione rappresenta il riconoscimento da parte dello Stato del lavoro di alcune delle sue menti più brillanti. Stipendi non adeguati all’elevata qualificazione richiesta per accedere alla carriera da ricercatore non fanno altro che operare un doloroso declassamento della professione.

Con 800 euro netti al mese a Milano non si vive, a stento lo si può fare in altre città: eppure questo è l’assegno medio di un borsista italiano. Un assegnista sale mediamente a 1.100, un ricercatore arriva a sfiorare la vetta dei 1.200. Con queste premesse, si può facilmente affermare che non è vero che la ricerca italiana è buona o adeguata alla media europea: è straordinaria, se consideriamo come termine di paragone gli olandesi, che guadagnano 5 volte di più, o i tedeschi, che guadagnano 3 volte di più.

Non deve quindi sorprendere se 24 dei 38 vincitori italiani di prestigiosi finanziamenti ERC (European Research Council), secondi per numero solo ai colleghi tedeschi, hanno scelto un altro Paese europeo come meta per portare a termine il proprio progetto. La presenza di simili premi istituiti a livello europeo rende chiaro che non per tutti la ricerca è un lusso che non ci si può permetterci. Il suo apporto è fondamentale, non solo per il sistema accademico, ma anche per lo sviluppo economico, sociale e tecnologico di uno Paese.

Vero è che determinare l’ampiezza del ritorno positivo di un investimento nella scienza e nella ricerca non è facile. Un progetto può non avere effetti significativi nel breve o medio termine. Alcuni non hanno risonanza se non esclusivamente all’interno della comunità accademica, spesso colpevole di una certa autoreferenzialità. Disse una volta Albert Einstein: “se sapessimo cosa stessimo facendo, potremmo ancora chiamarla ricerca?

Incentivare la ricerca significa collateralmente migliorare l’istruzione a tutti i livelli e con essa le prospettive individuali di avanzamento sociale, la capacità di realizzare innovazione nelle industrie, la formazione di una nuova classe manageriale e in ultima istanza politica.

Incentivare l’istruzione vuol dire premiare i talenti fin dal loro esordio sui banchi di scuola, senza proporre un modello basato su una visione negativamente darwinista della formazione scolastica, ma che sottolineai come ogni inclinazione può condurre a ottimi risultati se coltivata con costanza e passione. E sono, queste, qualità che un ricercatore di oggi possiede e per le quali è ingiustamente penalizzato rispetto a chi ha sacrificato la propria curiositas per una garanzia di maggiore stabilità: scelta che, del resto, non si può biasimare.

Carla Nassisi – Cosa Vostra

Fonti:

http://www.anvur.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1045&Itemid=708&lang=it rapporto anvur 2016

https://erc.europa.eu/projects-and-results/erc-funded-projects