Pentiti e collaboratori di giustizia nella lotta alle mafie

La conoscenza che possediamo al giorno d’oggi riguardo la criminalità organizzata deriva, per la maggior parte, dalle rivelazioni dei collaboratori di giustizia e dei pentiti. Fu il giudice Giovanni Falcone a rendersi conto, tra i primi, che anche nel caso della mafia si sarebbe rivelato utile poter elargire concessioni in cambio di informazioni.

La disciplina premiale, che fino agli anni ’90 veniva applicata solamente in casi di terrorismo e altre poche fattispecie di reato, non era ancora stata introdotta nell’ambito della legislazione in materia di crimine organizzato.

Giovanni Falcone, che divenne famoso per la sua capacità di entrare in contatto con gli uomini d’onore e dei quali sembrava comprendere la perversa moralità, si convinse che elargire concessioni potesse risultare un onesto prezzo per ottenere importanti informazioni utili alla comprensione delle dinamiche del Sistema mafioso. Fu infatti a lui che Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, decise di raccontare la mafia siciliana, permettendogli l’istruzione, insieme agli uomini del Pool, del Maxi processo del 1986.

Quando si parla di criminalità organizzata, è utile ricordare che i termini collaboratore di giustizia, pentito e testimone di giustizia non sono sinonimi e perciò non vanno utilizzati come tali.

Il testimone è un soggetto esterno (e presumibilmente estraneo) all’organizzazione criminale, che decide di testimoniare nel tentativo di collaborare alle indagini. Il collaboratore di giustizia è, invece, una persona interna all’organizzazione che per un determinato motivo decide di mettere a disposizione degli inquirenti il proprio know-how criminale, violando così il vincolo che lo lega all’organizzazione di appartenenza.

È perciò da tener presente che, se è vero che tutti i pentiti sono collaboratori, non è vero che tutti i collaboratori sono pentiti. Inizialmente furono numerosi gli ostacoli sorti a sbarrare la strada al riconoscimento della disciplina premiale. C’era innanzitutto un problema riguardante la difficoltà di garantire la sicurezza del soggetto che decideva di collaborare e dei suoi familiari; in secondo luogo, in un momento storico in cui l’esistenza della mafia stessa era ancora fonte di seri dubbi sia per l’opinione pubblica che per parte delle istituzioni, i collaboratori venivano considerati non attendibili o, alle volte, deliranti. Fu solo nel 1991 che, grazie soprattutto alla spinta di Giovanni Falcone – allora neo-nominato direttore generale degli affari penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia – apparve il primo atto legislativo volto a normare la collaborazione tra autorità giudiziaria e appartenenti alle organizzazioni mafiose.

Uno dei problemi tipici in tema di dichiarazioni rese da soggetti criminali è garantirne la genuinità.

In questa direzione infatti vanno i provvedimenti introdotti nel 2001 dalla legge n.45, la quale specifica le modalità della collaborazione. In primo luogo, il collaboratore ha a disposizione 180 giorni per riferire agli inquirenti tutto ciò di cui è a conoscenza; non sono ammesse proroghe né omissioni.

Deve quindi essere redatto un verbale illustrativo di tutti gli incontri e i colloqui degli organi inquirenti e dei collaboratori e vengono ridotte le fattispecie del reato, alle quali può essere applicata la disciplina premiale. Viene predisposta, inoltre, la confisca del patrimonio del soggetto e vengono istituite apposite sezioni all’interno degli istituti detentivi. Viene annullata la possibilità di detenzione extra-carceraria, non è possibile revocare la carcerazione preventiva e viene fissato un limite minimo di pena che il collaboratore deve scontare prima di poter accedere a eventuali benefici (1/4 della pena totale, 10 anni in caso di ergastolo).

È evidente però che, nonostante l’indubbia efficacia di tali provvedimenti, permanga un’ottica utilitaristica alla base della decisione di collaborare con la giustizia (almeno per la maggior parte dei casi).

Il pentimento, invero, è un atto estremamente forte e di grande impatto per il mafioso, che lo porta a rinnegare non solo azioni ma anche un intero processo di socializzazione; primario prima, secondario poi, scontrandosi così con la propria famiglia.

Nella famiglia mafiosa, generalmente, i processi di socializzazione sopracitati si confondono poiché la famiglia biologica coincide con la famiglia sociale. Il soggetto che si determina in un simile contesto quindi, introietta un orizzonte valoriale del tutto atipico che ne definisce l’identità, assumendo dunque che l’identità dell’individuo si formi nel rapporto fra esperienza soggettiva ed esperienza familiare.

Sarebbe allora possibile definire mafiosità come la condizione esperita dall’individuo socializzato in un contesto mafioso, il cui mondo del dato per scontato, citando Schutz, entra in netto contrasto con quello degli altri individui. Da qui, la convinzione che la mafia è un complesso sotto-sistema sociale o, altrimenti, sub-cultura che cresce in mezzo al sistema dominante.

Prima che potenza economica dunque, la mafia è una potenza sociale, in grado di fornire un’alternativa di vita a molti giovani che vivono in condizioni precarie e di disagio, capace di fornire quello che in letteratura viene definito welfare alternativo.

Assumendo come vere queste considerazioni, dunque, si può sostenere che un’efficace lotta alla mafia non possa prescindere da una strutturata ed efficiente azione sociale, non basata su una logica emergenziale ma derivante da una conoscenza approfondita del fenomeno e degli attori in campo.

Carlo Caporali – Cosa Vostra

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