Glifosato cancerogeno e conflitti d’interesse

E’ di alcuni giorni fa la decisione dell’ECHA (Agenzia europea per le sostanze chimiche, responsabile della classificazione ed etichettatura di sostanze chimiche pericolose) con cui questa respinge le prove scientifiche che dimostrano che il glifosato potrebbe causare il cancro.

Il più diffuso diserbante in Europa infatti è stato etichettato nel 2015 come “ probabilmente cancerogeno” dall’IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro).

Vista la valutazione, la commissione europea ha quindi richiesto all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) di aprire un dossier specifico sul caso, con l’indicazione di verificare e integrare gli studi condotti dall’AIRC con ulteriori database di studi proprietari (eventualmente anche non pubblicati).

L’anno stesso L’EFSA ha prodotto la sua controvalutazione, riportando una non sufficienza di prove scientifiche che dimostrino la correlazione tra l’uso del glifosfato e l’aumento di insorgenze tumorali (specificamente riguardo alla varietà del linfoma non-Hodgkin).

La disamina dell’EFSA è principalmente concentrata sugli effetti del glifosato puro su cavie animali e (epidemiologicamente) sull’uomo, là dove l’IARC aveva invece considerato gli effetti non solo del glifosato puro, ma anche dei suoi composti prevalentemente utilizzati, fornendo quindi un’analisi forse meno precisa, ma più vicina alla realtà degli operatori.

La decisione dell’EFSA come quella dell’ECHA si è basata su un rapporto della BfR (Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi) che è stato ampiamente criticato da diversi scienziati indipendenti per la sua mancanza di trasparenza e la sua contraddittorietà con le stesse linee guida dell’Unione Europea rispetto ai rischi insiti nelle sostanze chimiche utilizzate in scala così ampia.

Il tutto poi si inserisce in un quadro di potenziale conflitto di interesse all’interno della stessa ECHA e nello specifico nel suo comitato interno per la valutazione del rischio (RAC, Risk Assessment Committee), secondo le cui stesse linee guida almeno tre dei loro membri si troverebbero in una situazione di conflitto di interessi, primo fra tutti il presidente del comitato Tim Bowmer, che ha curato gli affari di molte industrie chimiche per più di vent’anni, il che lo renderebbe probabilmente molto reticente ad andare contro agli interessi di queste ultime.

Vista la gravità della situazione (si parla di pesticidi che impattano con la vita di milioni di cittadini europei) ci si aspetterebbe quantomeno uno stop cautelativo secondo i dettami del principio di precauzione; uno stop che le istituzioni non sembrano disposte a concedere. Anzi si prospetta la possibilità che la concessione all’utilizzo del glifosato venga rinnovata dall’Unione Europea per altri 15 anni.

Per cercare di fare pressione mediatica Greenpeace ha lanciato una petizione con cui si chiede alla Commissione europea di vietare l’utilizzo del glifosato, di riformare il processo di approvazione dei pesticidi, e di fissare obiettivi vincolanti per ridurre l’uso dei pesticidi in Europa

Per quanto le petizioni online possano prestare il fianco a facili accuse di dispersività e inutilità, quando promosse da enti accreditati, possono diventare la prova della nostra partecipazione alle battaglie mediaticamente rese invisibili tra chi dovrebbe essere predisposto alla nostra tutela e chi effettivamente, davvero, cerca di farlo.

Elisa Boni – Cosa Vostra

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