Felicia Bartolotta Impastato. Una donna contro la mafia

Probabilmente Felicia Bartolotta Impastato, prima del 9 maggio 1978, non avrebbe mai immaginato di poter diventare uno dei simboli più concreti dell’antimafia sociale.

Nata nel 1915 a Cinisi, in provincia di Palermo, all’età di 21 anni si sposa con Luigi Impastato. La sua era stata una scelta dettata dal cuore, dato che si era opposta fermamente al marito che la sua famiglia aveva già scelto per lei. Ciò che Felicia non aveva messo in conto, però, era che il marito fosse invischiato nella mafia di Cinisi.

Luigi, infatti, durante il fascismo era finito al confino ad Ustica e finita la guerra, aveva riiniziato la sua attività in Cosa Nostra.

La segretezza di ciò che accadeva fuori casa era il motivo principale delle liti tra i due coniugi, di fatti in seguito Felicia racconterà ad Anna Puglisi: “Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo”. Malgrado il rapporto tormentato con il marito, dal matrimonio nacquero Giuseppe nel 1948 e Giovanni nel 1953.

Nel 1963 un evento traumatizzò profondamente i due bambini, soprattutto Peppino. Cesare Manzella, capomafia di Cinisi e cognato di Felicia e Luigi, venne fatto saltare in aria con un’autobomba.

A soli 15 anni Peppino si vide catapultato in un mondo che non riconosceva, ma che pian piano stava cominciando a capire. Suo padre era un mafioso e questo lo spinse a rompere simbolicamente il rapporto con il suo genitore sin dalla giovanissima età.

Per Felicia fu naturale schierarsi dalla parte del figlio, soprattutto quando suo marito strinse amicizia con il nuovo capomafia di Cinisi, Gaetano Badalamenti. La donna si trovava tra due fuochi: l’obbligo verso il marito che era parte di un mondo che lei detestava e l’amore verso il figlio che, crescendo, era diventato attivo in politica e che mettendosi a viso aperto contro la mafia rischiava grosso.

La madre del ragazzo tentò in tutti i modi di proteggere suo figlio, dissuadendolo dalla sua attività di denuncia. Peppino avrebbe dovuto farsi gli affari suoi, perché a parlare di mafia in Sicilia e soprattutto in una piccola realtà come Cinisi, ciò che sarebbe potuto succedere era sotto gli occhi di tutti.

Quando Peppino pubblicò sulle pagine del giornalino L’idea socialista il famoso titolo “La mafia è una montagna di merda, fu proprio Felicia ad acquistare tutte le copie e a far sì che nessuno potesse leggere o comprare quel giornale, così da evitare che Peppino finisse nei guai.

Quel giornale però era solo l’inizio dell’attività politica di Peppino, che si estese a comizi, manifestazioni e a programmi su Radio Aut.

Malgrado gli screzi, il ruolo di Luigi Impastato era importantissimo: finché lui era in vita, nessuno avrebbe mai potuto torcere un capello a Peppino.

Nel 1977 però, Luigi morì in un tragico e mai chiarito incidente. Per Felicia in quel momento divenne chiaro che la vita di Peppino era per la prima volta davvero in serio pericolo e che, per suo marito, non si era trattato di un incidente.

Nonostante la paura di sua madre, però, Peppino continuava imperterrito sulla sua strada, arrivando a candidarsi alle elezioni comunali: voleva entrare nel consiglio comunale e tenere d’occhio i mafiosi, denunciare le loro malefatte e rendere il suo impegno istituzionale.

Purtroppo questo non avvenne mai, perché il 9 maggio del 1978 Pappino venne picchiato a sangue, legato sui binari ferroviari e fatto saltare in aria.

Fu la mattina del 10 maggio, quindi, che la vita di Felicia cambiò per sempre. Come da copione, le parole “mafia” e “omicidio” non figurarono sui verbali delle Forze dell’Ordine e Peppino venne additato come un terrorista il cui progetto di attentato non era andato a buon fine o, addirittura, come un suicida.

Felicia, il figlio Giovanni e i compagni di Peppino, sapevano fin troppo bene però chi era il mandante dell’omicidio. Dopo i primi momenti di confusione, Felicia decise di esporsi e di costituirsi parte civile, rompendo anche ogni tipo di rapporto con quella che, fino a qualche tempo prima, era stata la sua famiglia. Così facendo decise di proteggere l’unico figlio rimasto, Giovanni. Lei, essendo una donna ed essendo anziana, non era un bersaglio così facile come il suo figlio più giovane.

Di donne e madri che, in Sicilia, hanno perso un figlio per mano mafiosa ce ne sono moltissime. Ciò che però rende la storia di Felicia così importante, fu proprio il suo uscire allo scoperto e lottare fin da subito perché sull’omicidio di suo figlio venisse fatta luce. Felicia non si chiuse mai nel suo dolore e, soprattutto, non chiuse mai le porte della sua casa.

Chiunque fosse passato di fronte alla sua porta l’avrebbe trovata lì, con la foto di suo figlio tra le braccia, pronta a raccontare la sua storia di lotta e la sua morte per mano mafiosa. “Mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: ‘Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa’. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise” ha raccontato Felicia negli anni ’80 ad Anna Puglisi.

Il caso della morte di Peppino venne chiuso e riaperto per svariate volte, passando anche tra le mani di Rocco Chinnici. Trascorrevano gli anni e malgrado la scarsità di risultati e i segni dell’età, Felicia non ha esitato mai un momento.

Conosceva il nome di chi aveva ucciso suo figlio, come d’altronde tutti in paese, ma a differenza di chi taceva, lei non si sarebbe mai arresa se non di fronte a giustizia fatta.

La prima vittoria per Felicia avvenne solo nel 1999, quando la Commissione Parlamentare Antimafia ammise che le Forze dell’Ordine avevano avuto un ruolo nel depistare le indagini sulla morte di Peppino Impastato. Dopo più di vent’anni di lotta per Felicia c’era stato un primo spiraglio di giustizia da parte dello Stato: simbolicamente suo figlio era tornato a vivere. Due anni dopo Gaetano Badalamenti, mandante dell’omicidio e il vice Vito Palazzolo, furono condannati all’ergastolo e a 30 anni di reclusione.

Badalamenti, incarcerato in America, fu presente all’udienza tramite video-collegamento e, malgrado la mancata presenza fisica, per Felicia quella fu l’occasione di guardare negli occhi l’assassino di suo figlio e puntare, finalmente, il dito contro di lui.

Quella di Felicia Impastato, morta il 7 dicembre 2004 nella sua casa a Cinisi, fu una vita divisa in due. La prima parte dedicata alla sua famiglia, alla cura e alla protezione dei figli, la seconda invece, dedicata alla ricerca di verità e alla memoria del figlio Peppino.

La sua tenacia, il suo coraggio e la semplicità dei suoi gesti, sono stati i mezzi che hanno permesso alla storia di Peppino di diventare così importante e conosciuta a livello nazionale, nonché di ottenere giustizia dopo vent’anni di attesa.

L’immagine di Felicia, seduta sulla sua sedia, che accoglie i passanti e i curiosi e racconta loro la storia del figlio, mostra quanto la memoria e il racconto siano delle vere e proprie armi.

Le persone e le storie esistono solo quando abbiamo parole per ricordarle, definirle e dar loro un senso.

Peppino avrebbe potuto essere uno dei tanti “folli” oppositori delle logiche mafiose, uno che parlava troppo e che quindi si era guadagnato il silenzio. Così però non è stato, grazie ai suoi compagni e amici, agli studenti che si mobilitarono, a suo fratello Giovanni che non ha mai smesso di raccontare la sua storia e soprattutto grazie a Felicia, che per amore di suo figlio e della verità, dedicò alla sua memoria e alla ricerca di giustizia l’ultima parte della sua vita.

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