Chi vuole uccidere Greenpeace?

Resolute Forest Products fa causa a Greenpeace per 300 milioni di dollari. La vicenda processuale comincia nel 2013, quando Resolute Forest Products (RFP), la principale società canadese per il legno e la carta, fa causa per diffamazione a Greenpeace Canada per 7 milioni di dollari, e prosegue nel 2016 con una seconda causa, del valore di 300 milioni di dollari, promossa nei confronti di Greenpeace International, Greenpeace USA, un’altra associazione ambientalista, Stand.earth, e cinque membri dello staff di queste associazioni.

I trascorsi di Greenpeace con Resolute Forest Products risalgono al 2003, al tempo in cui l’azienda si chiamava AbitibiBowater: con essa Greenpeace cominciò un dialogo riguardante il legname e l’importanza di preservare la Grande Foresta del Nord, anche detta Foresta Boreale, che si estende per 16 milioni di chilometri quadrati e rappresenta oltre un quarto delle foreste rimaste sulla Terra, occupando più della metà del Canada. Nonostante rappresenti la casa di alcune popolazioni indigene, ospiti più di 20mila specie animali e vegetali, meno del 10% di questa foresta è protetta, lasciandone la maggior parte senza difese dalla minaccia della deforestazione.

Nel maggio 2013 Greenpeace pubblicò un report che esponeva le politiche di greenwashing di RFP, mettendo in primo piano l’incoerenza dell’azienda, la quale millantava la sostenibilità ambientale come suo primario valore e nella realtà si limitava a dichiarazioni senza sostanza e false promesse. Nel 2012 infatti Resolute aveva lanciato una linea di prodotti (Align) che doveva essere “ecologicamente coscienziosa”, con benefici positivi per l’uomo, l’ecosistema e per limitare i cambiamenti climatici. Sfortunatamente tali affermazioni non erano supportate dai fatti. Non c’era un’indicazione, in tutta questa linea, della percentuale di carta riciclata, della foresta di origine, ne del metodo di abbattimento degli alberi.

Inoltre nel report, Greenpeace riportava il fatto che Resolute operasse in tre aree boschive cosiddette “a rischio” ovvero le Montagnes Blanches, in Québec, la Broadback Valley e la foresta Trout Lake Caribou. Resolute avrebbe già danneggiato una parte di queste foreste boreali “a rischio”, mettendo in pericolo l’habitat dei caribù e disboscando senza il permesso delle comunità di Nativi che abita quelle zone. In risposta, Resolute ha instaurato ben due cause. Nei confronti della prima causa la Corte di Appello dell’Ontario ha riconosciuto le accuse promosse da Resolute come “scandalose e vessatorie” decretando un definitivo punto a sfavore per Resolute, per quanto la causa sia ancora in corso.

L’offensiva più dura è decisamente rappresentata dalla seconda causa, che rappresenta una spada di Damocle sulla testa di Greenpeace, ma anche dell’attivismo ambientale in generale. I legali dell’associazione ambientalista infatti ritengono che la causa cominciata da RFP rappresenti un caso di SLAPP ovvero Causa Strategica contro la Pubblica Partecipazione (1): un meccanismo intimidatorio con cui le grandi imprese cercherebbero di imporre il silenzio in merito a qualsiasi tipo di critica, con evidente obiettivo di disincentivare le proteste pubbliche, minacciando costose battaglie legali e colpendo quindi economicamente varie organizzazioni, che troverebbero le proprie risorse depauperate considerevolmente anche nel caso di una pronuncia positiva, a causa di spese legali e lungaggini processuali. In altre parole, un efficace sistema per soffocare le critiche sul nascere. Il fatto che si tratti di SLAPP è confermato dalla circostanza che RFP in questa seconda causa i legali di Resolute si siano appellati alla Legge RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act), una legge federale emanata negli anni 70 durante la presidenza di Nixon, pensata per combattere il crimine organizzato, soprattutto di stampo mafioso. Di base quindi la linea scelta da Resolute parifica la difesa dell’ambiente e l’attivismo ecologista al racket e all’estorsione.

Utilizzare la legge RICO, invece che intentare una seconda causa solo per diffamazione, è uno stratagemma elaborato dallo studio legale Kasowitz, Benson, Torres and Friedman (che tra le altre cose, rappresenta Donald Trump) che deve essersi resi conto della necessità di cambiare strategia, visto che i meccanismi per provare la diffamazione sono estremamente più complessi (soprattutto negli Stati Uniti) a causa della protezione della liberà di parola e stampa garantita dal Primo Emendamento.

In un primo momento RFP ha cercato di instaurare il processo in Georgia del Sud, allegando il fatto che li Greenpeace avrebbe svolto lì attività di informazione e sensibilizzazione su RFP ma, secondo il giudice adito, fallendo nel dimostrare come questi comportamenti costituiscano estorsione o frode. Si suppone che Resolute con il tentativo di instaurare la causa in Georgia perseguisse l’intento di trovare un foro giuridico più favorevole (cosiddetto “forum shopping”), avendo l’azienda molte attività in quello stato; il giudice adito invece ha dato ragione a Greenpeace, che aveva chiesto il cambiamento di sede per il processo individuandola nella California settentrionale, visto che la maggior parte delle dichiarazioni richiamate nel caso provengono da soggetti che vivono e lavorano in quella zona.

Al momento la prima udienza deve ancora avere luogo, ma la situazione è già molto preoccupante. Anche in caso di vittoria per Greenpeace e Stand.earth, il fatto che una normale e non violenta attività di informazione e sensibilizzazione della cittadinanza – la base dell’attivismo ambientale – possa essere paragonata a un atteggiamento mafioso, lascia stupefatti e potrebbe aprire la strada ad altre aziende interessate a silenziare proprio coloro che sono li per mantenerli responsabili delle loro azioni e politiche.

Invece, in caso di vittoria di RFP, 300 milioni di dollari in danni metterebbero definitivamente la parola fine su Greenpeace. Se la più grande associazione ambientalista pacifista cade, o meglio viene affossata dagli intessi di una corporation, nessun altro cercherà di opporsi. Eppure, quando si parla di benessere della Terra, di ambientalismo, non si parla di grandi sistemi, si parla della vita di ognuno di noi, delle nostre prospettive come società umana. E questa umanità dovrebbe schierarsi dalla parte di chi cerca di raccontare la verità, di chi combatte ogni giorno per il futuro dell’ambiente e di noi tutti che da esso dipendiamo. Mai come oggi si sente la necessità di condividere un antico proverbio dei Nativi Americani

Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato

Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto,

l’ultimo fiume avvelenato,

l’ultimo pesce pescato,

l’ultimo animale libero ucciso.

Vi accorgerete…che non si può mangiare il denaro”.

Elisa Boni – Cosa Vostra

Immagini tratte da Google Immagini

Note

1) SLAPP = Strategic Lawsuit Against Public Participation