L’enigma Buscetta. Storia del primo grande pentito di mafia

La mafia è… Era un qualche cosa che doveva costituire un’arma contro la sopraffazione dello Stato“; così, in un’intervista, Tommaso Buscetta descriveva il suo concetto di mafia. Questa visione di uno Stato che toglie, che sovrasta, che si impone senza consenso e che non dà garanzie, è uno dei pilastri sul quale la forza della mafia si è rafforzata nel corso del tempo.

Tommaso Buscetta è stato il primo grande “pentito”, il primo uomo d’onore che ha fatto vacillare la forza di Cosa Nostra. Anche se chiamarlo pentito non è corretto, visto che lui stesso dice chiaramente di non esserlo mai stato. Si è fatto, come si suol dire, i conti in tasca e arriva ad un certo punto della sua carriera criminale – quando sta per essere ammazzato nella Seconda guerra di mafia – in cui dice di non condividere più i principi e il modus operandi dell’organizzazione alla quale appartiene.

Buscetta nelle sue dichiarazioni spesso fa riferimento ad una mafia “buona” e ad una mafia “cattiva”.

Lui sente di appartenere alla prima, e la descrive come un’organizzazione con degli ideali romantici. Furono proprio quegli ideali che lo indussero ad entrare tra gli uomini d’onore. Mentre la seconda, quella cattiva, obbedisce solamente al denaro, senza farsi nessuno scrupolo. Ma risulta chiaro che non si può mai parlare di mafia buona: era un’escamotage culturale con cui la mafia riproponeva se stessa alle generazioni future, alla società che si apprestava a sopraffare.

Tra le altre cose si pensa che fosse stato proprio Don Masino il teorico della Commissione, cioè del coordinamento provinciale di Cosa Nostra. Ispirato al modello criminale americano, alla fine degli anni ‘50 portò questa novità anche in Sicilia per colmare le lacune comunicative all’interno dell’organizzazione. Lui, nonostante ne fosse primo sostenitore, decise di non farne parte.

Era conosciuto anche come Don Masino, ma l’appellativo che sicuramente lo descriveva appieno era “Boss dei due mondi”. Lo definirono così perché nel gestire il traffico di droga, attività in cui era abilissimo ed affermato, si spostò fino in Brasile. Negli anni ‘80 si rifugiò proprio in Sud America per sfuggire alla ferocia dei Corleonesi durante la Seconda guerra di mafia. Ai Corleonesi non bastava l’onorabilità che Buscetta era riuscito a costruirsi negli anni, lo volevano morto perché affiliato a famiglie palermitane avversarie.

Nel 1984, dopo che i Corleonesi per stanarlo gli avevano sterminato parte della famiglia, decide di collaborare con la giustizia italiana, però ad una condizione: l’interlocutore doveva essere Giovanni Falcone. Buscetta sentiva di potersi fidare solo di lui.

Le sue dichiarazioni trovarono nella maggior parte dei casi riscontri reali e furono considerate attendibili al fine del Maxi Processo, nonostante la sua personalità apparisse come enigmatica e controversa. Diede un grandissimo aiuto ai magistrati e agli investigatori descrivendo in modo dettagliato la struttura di Cosa Nostra e le sue peculiarità.

La sua collaborazione può essere paragonata all’apertura di un grande e criminale vaso di Pandora. Don Masino fu il primo a parlare del nome dell’organizzazione: i mafiosi non parlano mai tra loro di mafia, ma di Cosa Nostra. Questa viene disciplinata da un rigido regolamento fatto di norme esclusivamente orali, che prevedono anche il metodo di ingresso di uomini all’interno della struttura mafiosa. Parlò dettagliatamente anche della suddivisione territoriale, della Commissione e della famiglia. Famiglia intesa come struttura base territoriale dell’organizzazione, come fulcro di partenza del sapere criminale. Un altro pilastro, forse il più forte e dal quale si evince palpabilmente la potenza di Cosa Nostra, era il divieto assoluto, per un uomo d’onore, di parlare con estranei alla famiglia dell’appartenenza o dei segreti della stessa.

Non si può negare che grazie alle dichiarazioni di Buscetta, Cosa Nostra perse potenza e credibilità, in quanto furono imputate nel Maxi Processo circa 470 persone e condannate 346. Questa prima grande collaborazione di un uomo d’onore con la giustizia portò a delineare nettamente una realtà, quella mafiosa, che alla società civile e ai più era apparsa fino all’ora come un’entità nebulosa, quasi irreale.

Dopo le stragi eclatanti contro gli uomini dello Stato, all’inizio degli anni ‘90, Don Masino torna a parlare, ma questa volta di politica. Con Falcone, nel 1984, parlò di una possibile collusione tra politica e mafia, senza fare mai nomi, reputava l’Italia ancora non pronta all’ascolto e alle comprensioni di quelle verità. All’epoca aveva paura di essere preso per pazzo. Dopo la strage di Capaci sarebbe stato sentito in merito al processo a carico di Giulio Andreotti.

In una intervista del 1999, fatta subito dopo la sentenza di primo grado che assolveva il politico, veniva chiesto a Buscetta se le accuse contro Andreotti fossero un “teorema”; il pentito all’epoca rispondeva: “Non è così. La gente ha la memoria corta. Il “teorema” era quello del maxi-processo. E ci si riferiva al fatto che la commissione di Cosa nostra era responsabile di tutti i delitti commessi dagli uomini d’onore. Le dichiarazioni su Andreotti sono semplicemente il racconto di fatti che altri mi avevano riferito e che io ho a mia volta raccontato ai giudici“.

Ci fu una grande strumentalizzazione politica di quel processo, che fece passare l’assoluzione di Andreotti come la sconfitta di Buscetta, quando in realtà la sconfitta fu del Paese e della politica intera. La Corte di appello di Palermo successivamente assolse Andreotti dal reato di associazione mafiosa a partire dal 1982, dichiarò invece prescritto il reato di associazione per delinquere semplice riconoscendo che il politico, prima del 1982, aveva intrattenuto rapporti con esponenti mafiosi e ritenendo provati incontri diretti con Bontate. La Cassazione confermò la sentenza della Corte di appello.

Nel 1994 Don Masino decide di dire la sua sulla strage di Via d’Amelio. Le sue dichiarazioni lasciano poco spazio all’immaginazione e allo stesso tempo un senso di smarrimento: “E’ stata decisa da chi sta in alto. La mano fu di Cosa Nostra, ma per scoprire la mente bisogna guardare altrove (….) Cosa Nostra non aveva interesse a fare una nuova carneficina dopo quella di Capaci. Già lo Stato aveva rilanciato l’offensiva. Volevano altri guai? (…) Una idea ce l’avrei ma è meglio tenermela dentro. Posso solo dire che i mandanti bisognerebbe cercarli da qualche altra parte (…) Questa è una domanda da dieci milioni di dollari. La concomitanza tra le stragi di Capaci e via D’Amelio farebbe pensare a un collegamento con i processi di mafia, ma non è così. E’ banale supporre anche che Borsellino sia stato ucciso perché stava per andare alla Direzione Nazionale Antimafia. Che c’entra. Morto lui ne arriva un altro che fa le stesse cose. La matrice è Cosa Nostra, non c’è dubbio, perché è l’unica organizzazione in grado di scatenare quel macello. Ma forse c’è qualcosa che va in la…potrei azzardare ipotesi e non mi sembra il caso…. Cosa Nostra ha sempre cercato il rapporto con i potenti: politici, giudici, poliziotti. Erano la chiave per aprire la cassaforte“.

Quando Buscetta durante gli ultimi anni della sua vita scopre di essere malato di tumore, ad un giornalista confida che la cosa che gli preme di più è quella di essere ricordato come un uomo per bene. Dal 1984, cioè dall’inizio della sua collaborazione con la giustizia, sente di essere stato sempre “leale” con le Istituzioni. È stato un uomo che a un certo punto della sua vita, per disperazione, per paura e anche per convenienza (non sappiamo quantificare in che termini sia più forte la paura che la convenienza), ha scelto di passare dalla parte dello Stato. È stato un essere umano che per sfuggire alla morte certa e per salvare la parte restante della sua famiglia ha “sacrificato” la sua onorabilità, il sentimento più prezioso e importante per un mafioso. Per essere stato il primo “collaboratore di giustizia”, un passaggio non di poco conto.

È morto a New York nel 2000.

Sara Carbonin

Sara Carbonin – Cosa Vostra

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